Anche nella classica si può parlare di cover?

Di recente sono tornate agli onori della cronaca le dichiarazioni di Enrico Melozzi, il quale afferma che in ambito leggero ci siano due tipi di band, quella che propone brani propri e quella che, invece, replica musica altrui. In base al suo pensiero, la percezione del valore di queste due tipologie di gruppi differisce notevolmente: se per i primi, infatti, Melozzi individua una dignità artistica elevata, per i secondi il musicista dimostra una considerazione inferiore.

Sulla base di questa teoria, il violoncellista abruzzese (ospite in diverse occasioni, insieme ai 100Cellos, del Ravenna Festival) applica i suoi assunti anche alla musica classica, intendendo che le orchestre tradizionali (si consenta questo termine) altro non siano che cover band di musiche altrui. Questa è la cronaca, ora è giusta una riflessione. È evidente che le schiere di puritani scandalizzati dalle parole di Melozzi siano i primi nemici non solo di loro stessi, ma anche, e soprattutto, delle istituzioni che vorrebbero difendere. Il compositore teramano ha evidentemente spinto sul pedale dell’iperbole per sottolineare un concetto che fino a poco meno di un secolo fa, però, era anche alla base della musica còlta, ossia la “stagionalità” della musica.

Se oggi si ripropone musica dei secoli passati, relegando alla contemporanea pochi spazi circoscritti, fino ad almeno metà dell’Ottocento non era certo questa la prassi. Ogni compositore proponeva la propria musica e questa aveva la propria parabola (un po’ come la musica d’uso oggi). Sono centinaia, per esempio, le opere liriche messe in scena per una stagione o poco più e non fu la scarsa qualità che impedì a queste ulteriori riprese, bensì la moda. Basti un esempio: Johann Sebastian Bach. Poco considerato in vita, morì nell’anonimato nel 1750 e le sue opere vennero valorizzate solo nel primo Ottocento grazie al lavoro di recupero di Felix Mendelssohn. Quindi, quel che dice Melozzi (in parte) è vero! Le orchestre sono assimilabili a delle cover band, ma solo per quel che riguarda le note. La divergenza, invece, si ha sotto il profilo dell’esecuzione. Se le cover band si impegnano per ricreare la maggior aderenza al testimone originale, la riproduzione di un brano di musica còlta (molto spesso) non ha riscontri acustici risalenti all’epoca della composizione, perciò vive dell’interpretazione, parola fondamentale in questo genere di musica. È qui la differenza fondamentale, il grado di libertà che il compositore lascia agli esecutori. Ed è tra queste pieghe che si sviluppa davvero il pensiero musicale.

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