A Faenza, con la Filarmonica Toscanini diretta da Rivani, un Beethoven poco frequentato ma non sempre “intonato”

Jacopo RivaniIl 18 ottobre al teatro Masini di Faenza è andato in scena il primo, e purtroppo l’unico, appuntamento con la musica sinfonica della stagione musicale 2017/2018 inaugurata da un concerto che ha visto al centro della serata Ludwig van Beethoven, genio indiscusso del classicismo viennese, autore tra i più noti del panorama musicale. Forse proprio per questo motivo, il programma presentato nella cornice dell’Emilia Romagna Festival, era incentrato, invece, su composizioni meno note della produzione del compositore di Bonn: ecco dunque aprire il concerto l’Ouverture Die Weihe des Hauses op. 124, seguita dall’Ouverture Zur Namensfeier op. 115; a chiusura del concerto, invece, non la classica sinfonia, ma la suite dal balletto Die Geschöpfe des Prometheus op. 43. Queste tre composizioni, sempre troppo poco eseguite, mettono in luce un Beethoven differente dal ritratto sonoro al quale siamo abituati, nel quale spesso prevale sopra ogni cosa la rabbiosa energia del romanticismo: in essa si legge una freschezza inaspettata e, talvolta una compostezza quasi sacrale.
Protagonista della serata è stato il giovane direttore ravennate Jacopo Rivani, alla guida della Filarmonica Arturo Toscanini. La bacchetta nostrana ha tenuto con fermezza le fila del concerto temperando i bollori della gioventù della quale, talvolta, paga lo scotto indulgendo in forti troppo presenti e decontestualizzati, a discapito di parti interessanti, ma meno sonore (quasi inudibile, per esempio, il lungo passo del fagotto, in apertura dell’op. 124, sommerso dalle “sberle” degli archi e dalle trombe dal bellissimo, ma assai troppo consistente, suono) ed impedendo alla dimensione più intima delle composizioni beethoveniane di emergere. In effetti, l’unico vero piano che si è potuto apprezzare è stato in apertura del terzo movimento dell’op. 43 e ciò è un vero peccato perché questo era davvero molto godibile.
C’è da segnalare, però, che la compagine orchestrale non era certo paragonabile ad un docile puledrino smanioso di farsi domare, tutt’altro: vi sono stati momenti di vero scoramento in platea all’udire la perfettibilità dell’intonazione di tutti gli strumenti soprani dell’orchestra, legni in primis. Probabilmente una serata non precisa, magari unita ad un repertorio non proprio battuto dall’orchestra, tuttavia si poteva avere più accortezza, specie nei passi più scoperti, e cercare una qualche correzione che purtroppo non è arrivata.
La nota più positiva della serata però è senza dubbio costituita dall’attenzione e dalla compostezza del pubblico faentino che ha goduto di questo interessante concerto che ha permesso di gettare un’interessante luce, poco frequentata, sul compositore più osannato dell’Ottocento.

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