Impressionante “Andrea Chenier”, melodramma specchio della storia ma anche del presente

Andrea Chenier Massa

Una scena di “Andrea Chenier” (foto Rolando Paolo Guerzoni)

Il regime è il nemico di ogni nuova (o presunta tale) ideologia sociale. La rivolta contro di esso è celebrata innalzando i vincitori e ammutolendo i vinti. Il metodo fu largamente impiegato durante il Terrore, periodo nel quale chi era riuscito a ribaltare l’Ancien Régime, dopo aver condotto la Rivoluzione francese, represse con folle brutalità, insieme ai vinti, anche gli oppositori. Le piazze divennero tribunali e il popolo giurato e carnefice, così insieme ai vecchi tiranni, la ghigliottina accarezzò le teste di giovani intellettuali oppositori del “nuovo che avanza”. Non stupisce che a Robespierre sia attribuita la frase «persino Platone bandì i suoi poeti dalla repubblica». Tutto ciò sembra temporalmente lontano, tuttavia il rischio di una deriva feroce è sempre presente nella Storia. La dura critica di una società incapace di esaminare sé stessa nell’intimo perché troppo superficiale e quindi senza i mezzi messi a disposizione dalla cultura e dal suo esercizio, viene derubricata a reato d’opinione e contrastato con ferina forza. Così come il Giovanni Prospero di Giacomo Papi, anche l’Andrea Chénier di Umberto Giordano sui versi di Luigi Illica diviene vittima della sua libertà di pensiero non inchinandosi a esercitare la professione di yes-man, ma criticando e non piegando la propria idea al potere: la statura morale della vittima diviene virgilianamente guida per coloro che, smarriti, cercano di liberarsi dalle pastoie del cieco esercizio del potere.

Questo è Andrea Chénier, opera che dalla Rivoluzione francese trae la linfa vitale e che diviene specchio di tante, troppe, vicende storiche passate e presenti. La rappresentazione andata in scena al teatro Alighieri di Ravenna il 10 marzo scorso ha impressionato per la bella regia, pensata da Nicola Berloffa, calata nel pieno del fervore rivoluzionario. Sopra tutto hanno colpito i due dipinti che campeggiavano come sfondo durante l’alternarsi degli atti: il primo, una bella figura di nobildonna, era espressione dell’ancien régime aristocratico, il secondo, un omaggio al celebre quadro La Liberté guidant le peuple di Eugène Delacroix, da catartico diviene terribile nel momento in cui viene scoperto dal velo che cela il calpestìo dell’innocente da parte della folla. Molto azzeccati sono stati i costumi, con una (discutibilissima) scelta azzardata riguardo l’abito delle meretrici, vestite non allo stile tardosettecentesco, ma palesemente come se provenienti dalla Belle Époque.

Il giovane cast colpisce per l’intensità drammatica e su tutte svetta l’interpretazione di Ernesto Petti nei panni di Carlo Gérard. La sua voce un po’ grezza e a tratti brutale aderisce perfettamente al personaggio del servo rivoltoso che nel corso del dramma musicale si ravvede, lasciando il pubblico giustamente soddisfatto dalla prestazione del baritono campano. Altro bravo interprete è stato il tenore Samuele Simoncini che, nei panni del poeta Chénier, pur senza strafare riesce ad innescare il transfert emotivo con la platea, cesellando molte belle frasi (tranne purtroppo quelle ardue delle arie più famose). Bifronte la prova di Saoia Hernández, voce di Maddalena di Coigny. Se come fraseggio e voce si può e si deve certamente lodare la cantante spagnola, è ormai inaccettabile che regolarmente nel registro acuto, laddove ci siano vocali scomode da emettere, si proceda alla sostituzione con vocali più semplici, cosa che sistematicamente la cantante attua (nella celebre La mamma morta, per esempio, oblìo si trasforma in un marinaresco oblò). Interessante la voce di Bersi, interpretata da Nozomi Kato, dal colore brunito e suadente così come convincente è il Roucher di Stefano Marchisio che, con una voce forse troppo leggera, approfondisce a dovere le caratteristiche del personaggio. Alex Martini convince di più nelle vesti del pubblico accusatore Fouquier Tinville che nei panni di Pietro Fléville, mentre è assai discutibile l’apporto di Alfonso Zambuto, l’Incredibile, dalla voce tutt’altro che godibile alla quale si aggiungono pettinatura e occhiali arrivati direttamente dagli anni ‘50 (se solo gli avessero dato una Vespa…).

Giovanni Di Stefano si è molto sbracciato dal podio per chiedere grandi sonorità all’Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini (che ha diligentemente assecondato il navigato direttore) perdendo per la tanta foga addirittura la bacchetta, gentilmente raccolta dai musicisti in buca. Forse questa richiesta era, però, sovradimensionata rispetto al teatro e alla potenza di fuoco dei cantanti, tanto che in più di un’occasione l’orchestra era più protagonista degli interpreti in scena (con grande gioia degli ottimi fiati che potevano suonare a loro agio senza limitazioni). Non è certo una sorpresa, invece, l’Associazione Coro Lirico Terre Verdiane – Fondazione Teatro Comunale di Modena, agli ordini di Stefano Colò, costruito con perizia e artefice di una rappresentazione maiuscola.

Il teatro musicale è sempre una scoperta perché anche nella scena più estrosa e irreale riesce nella rappresentazione della realtà, allegorica o meno, e di essa sottolinea i vizi e le virtù ricordando al pubblico che la cultura è lo specchio dell’umanità e senza ciò questa, semplicemente, smarrisce sé stessa.

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