Quel ragazzo albanese «fissato con l’Italia». Tutta la passione di Elvis per le storie

Intervista a Malaj, già candidato allo Strega con Il mare è rotondo, tra i protagonisti di “Scritture di Frontiera”

Indi partissi povero e vetusto; / e se ‘l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe / mendicando sua vita a frusto a frusto, / assai lo loda, e più lo loderebbe” .Scrisse Dante nel VI canto del Paradiso.

A Dante, scrittore esule è dedicata la nuova edizione di Scritture di Frontiera, iniziativa realizzata da ScrittuRa festival assieme all’Assessorato all’Immigrazione di Ravenna e all’Istituzione Classense che se si terrà per tre sabati mattina alle 10 nei chiostri della Classense, curata da Matteo Cavezzali (prenotazioni www.scritturafestival.com). Saranno ospiti il 19 settembre Elisa Amoruso con “Sirley e le strane straniere”. Scrittrice e regista molto legata alle tematiche migranti. Con il romanzo Sirley (Fandango) da cui è tratto il film Maledetta primavera con Micaela Ramazzotti, diretto dalla stessa Amoruso (ospitata dal Festival del Cinema di Venezia l’anno scorso con Unposted), racconta la storia di una amicizia. La vita di Nina cambia quando incontra Sirley: ha tredici anni, abita nel palazzo di fronte, è mulatta e balla la lambada. Viene dalla Guyana francese in Sud-America e ha un sogno ambizioso: interpretare la Madonna nella processione di quartiere.

Il 3 ottobre Dacia Maraini parlerà di “Si va via per tornare, la lunga vita di Dacia” in un incontro in cui ripercorrendo i suoi libri racconterà la sua vita. Nel ‘43 il governo giapponese in base al patto d’alleanza stipulato con Italia e Germania, chiede ai coniugi Maraini di firmare l’adesione alla Repubblica di Salò. Rifiutandosi vengono internati insieme alle tre figlie in un campo di concentramento a Tokyo dove patiranno due anni di fame estrema da cui verranno liberati dagli americani, soltanto a guerra finita. Dacia Maraini ha poi viaggiato attorno al mondo assieme al compagno Alberto Moravia, riscoprendo il valore della diversità. Molte le sue opere fondamentali: La lunga vita di Marianna Ucrìa, Bagheria, Corpo felice. I grandi temi sociali, la vita delle donne, i problemi dell’infanzia sono da sempre al centro del suo lavoro.

Malaji

Elvis Malaji

Qui abbiamo intervistato Elvis Malaj, autore de Il mare è rotondo, ospite il 26 settembre. Nato a Malësi e Madhe (Albania) nel 1990, a quindici anni si è trasferito ad Alessandria con la famiglia. Oggi vive e lavora a Belluno. A ottobre 2017 è uscita la sua prima racconta di racconti Dal tuo terrazzo si vede casa mia (Racconti edizioni). Il suo primo romanzo, Il mare è rotondo, è uscito nel maggio del 2020 per Rizzoli ed è stato candidato al Premio Strega. Quella tra Ujkan – il protagonista del romanzo – e l’Italia è una relazione complicata. Andarci è sempre stato lo scopo della sua vita, ma il motivo non se lo ricorda più.

Come è nata la tua passione per la scrittura?
«È nata abbastanza tardi. Non sono il classico tipo che da sempre gli piaceva scrivere, che teneva diari, che a scuola faceva dei bei temi, anzi in italiano (e anche in albanese) ho sempre avuto l’insufficienza. Però ho sempre avuto anche un debole per le storie, sia per sentirle che raccontarle. E quando mi è balzata in mente la balzana idea di raccontare storie per mestiere, la scrittura si è offerta come il mezzo più accessibile, più economico e più completo per farlo».

Quando sei arrivato in Italia?
«Era il 10 giugno 2005».

Quando scrivi usi l’italiano o l’albanese? Che particolarità hanno queste due lingue?
«Scrivo in italiano. Una lingua non è solo il complesso di fattori semantici, fonetici e sintattici che la compongono; una lingua è il risultato di un contesto storico, sociale, culturale specifico, più ovviamente la stratificazione dei contesti che l’hanno preceduta. Quindi per parlare delle particolarità di una lingua inevitabilmente si dovrebbe parlare anche di ciò. E in più si aggiunge il background e le esperienze personali avute con la lingua, per cui le parole non sono solo portatrici flemmatiche di significati ma sono riempite di vissuto. Quindi per me l’albanese è più impulsivo e carnale (l’ho parlato fino a 15 anni e anche un po’ dopo), l’italiano è più razionale e pacato (l’ho parlato dopo i 15, nella fase più matura della mia vita)».

C’è una parola italiana che preferisci o di cui hai un ricordo particolare?
«Una parola simpatica che mi fa ridere, sia per il significato che per il suono, è “turlupinare”. Quando ho visto il significato sul dizionario ho pensato: “ah ecco, quella volta lì mi hanno turlupinato».

E quella albanese?
«In albanese mi piacciono in generale gli insulti, c’è una varietà di scelta incredibile. Te ne dico uno classico: “qish t’amë”. Che vuol dire “giaci con tua madre”».

Sono ancora pochi gli scrittori italiani nati all’estero, come ci si sente ad appartenere a questo nuovo gruppo?
«Sinceramente io non ne farei un gruppo. E poi, mica sono pochi. L’anno in cui ero candidato allo Strega eravamo in 2, l’altra era Helena Janeczek, che poi vinse anche».

Il tuo romanzo “Il mare è rotondo” di cosa parla?
«Parla di questo ragazzo albanese che è fissato con l’Italia, ci vuole andare a tutti costi e la sua vita è un susseguirsi di tentativi e fallimenti. Finché poi in una notte di novembre si ritrova su un gommone pieno di clandestini di fronte alla costa italiana e il suo sogno lontano solo pochi metri. Il momento tanto atteso è arrivato. Solo che, d’improvviso, ha un blocco e non se la sente di scendere, e così torna a casa».

Questa edizione di Scritture di Frontiera è dedicata a Dante, poeta in esilio: vuoi dirci qualcosa sul tuo rapporto con Dante?
«Dante è il Sommo Poeta, non oso neanche rapportarmi con lui. Lui è la in cima, nei gironi Divini, io (noi) quaggiù. Diciamo che la posizione e il ruolo dell’artista sono un po’ cambiati rispetto ai suoi tempi, lo scrittore di oggi è relegato ad aspirazioni un po’ più umili».

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