Storia di un’amicizia: Samir e Davide, l’uno guida per l’altro

L’immigrato: «Quando sono arrivato lui è stato la mia mappa, ora che è malato io sono la sua»

Davide E Samir
di Matteo Cavezzali

Ciao, mi chiamo Samir. Gli dico.
Usciamo a fare due passi. Arriviamo fino alla stazione, poi facciamo i viali.
Cos’è quella? Mi chiede.
La stazione.
Ah, bene. Mi risponde. È pronta la cena? Aggiunge.
È presto per la cena, Davide.
Ci sono tante macchine oggi. Hai visto quante macchine? Cosa ci fanno tutte questa macchine qui?
È solo gente che va al lavoro, o a fare la spesa. È sempre così.
Torniamo a casa.
È pronta la cena? Chiede.
È ancora presto.

Davide è stata la prima persona che ho conosciuto a Ravenna. Siamo diventati buoni amici. Abbiamo la stessa età: 75 anni. Due bravi vecchietti. Davide non mi riconosce più. Non riconosce più i suoi figli. Non riconosce più sua moglie. Ogni mattina Davide rinasce, come se non fosse mai esistito niente prima. Da tre anni ha l’Alzheimer. È una malattia tremenda, ne avevo sentito parlare, ma finché non ti capita la sventura di conoscere una persona che ce l’ha non puoi capire che inferno sia.

Camminavamo spesso assieme io e Davide. Era un grande camminatore. Lo è ancora in realtà, il corpo non è affatto debilitato dalla malattia, però è pericoloso perché non riconosce i luoghi, le strade. Si perde. Una volta lo ha riportato a casa la polizia che lo ha trovato in stato confusionale che si aggirava per via Cilla. Come ci era arrivato fin là? Quel giorno ci siamo presi tutti molta paura. Da quella volta esce solo se accompagnato da uno di noi, a volte suo figlio, a volte sua moglie, spesso ci vado io.

Mi piace uscire con lui, mi è sempre piaciuto, ma ora mi si spezza ogni volta il cuore. Parlare con lui è come scrivere sulla sabbia, le onde cancellano tutto. C’è solo una cosa che è rimasta nella sua memoria: la musica. Quando si siede davanti al pianoforte suona il jazz, i brani che aveva imparato da ragazzo… Autumn leaves, My funny Valentine, Fly me to the moon e le canta: “Na, na, na, na”. Ricorda le melodie, ma non le parole. Che grande mistero è la vita.

Quando sono arrivato a Ravenna e non parlavo ancora italiano lui è stato il primo italiano con cui ho fatto amicizia. Per me la lingua italiana era ancora una melodia senza parole, proprio come quelle canzoni. Mi ha aiutato a orientarmi per la città. Non trovavo mai i posti che stavo cercando. La stazione, il centro per l’impiego, il Conad per fare la spesa. “Dritto”, ho imparato a dire, mi confondevo sempre con “dormito” e ogni volta scoppiavamo a ridere.

Lui è stato la mia mappa di Ravenna, e ora io sono la sua. Ora è lui lo straniero che ogni mattina arriva in città come se non ci fosse mai stato prima e io gliela mostro, con le stesse parole che lui aveva usato per me. Lo porto alla tomba di Dante, davanti al liceo dove studiava da ragazzo, davanti agli uffici delle Assicurazioni Generali dove lavorava, nella panchina dei giardini Speyer dove ci siamo incontrati la prima volta. Dicono che mostrare i luoghi legati ai ricordi possa aiutare i malati di Alzheimer. Lo spero. Non so se conta, ma almeno sembra più sereno, e alla fine, è questa l’unica cosa che conta. Non avere paura.

Quando il mondo attorno a te è irriconoscibile si ha una paura tremenda. Non so se assomigli o meno alla paura che avevo io quando sono arrivato. Non posso saperlo. Ero terrorizzato. Non capivo le cose che mi dicevano, non capivo perché certe cose andassero fatte in un modo anziché nel modo in cui ero abituato a farle io. Mi sentivo in una bolla e Davide mi ha aiutato ad uscirne. Luisa, la moglie di Davide, mi ringrazia ogni volta che passo a prenderlo per le nostre passeggiate, ma io sto solo restituendo quello che ho avuto, sono io a essere in debito con lui.

Ciao, mi chiamo Samir. Gli dico.
Usciamo a fare due passi.
Cos’è quella? Mi chiede.
La stazione.
Ma guarda, la stazione, qui?
Sì Davide, è sempre stata qui.
Chi è tutta questa gente in macchina? Cosa fanno?
Niente di particolare, vanno a lavoro, tornano a casa. Tutto normale.
Torniamo a casa.
È pronta la cena? È ancora presto Davide, è ancora presto.

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