George Martin è morto e “Revolver” compie 50 anni

È del mese scorso la notizia della morte, a 90 anni, del produttore discografico George Martin. Non era uno come gli altri, ovviamente. La sua importanza in campo musicale è stata forse finanche superiore a quella del tanto compianto in questi mesi David Bowie. Martin, come noto, è stato infatti il produttore nientemeno che dei Beatles. «Tutto cominiciò – riporto un’agenzia di stampa delle scorse settimane che mi pare gli renda onore in poche righe – quando Martin, allora manager dell’etichetta Parlophone, ascoltò un loro brano nel 1962 mettendo subito sotto contratto la band di Liverpool che accompagnò dai primi passi, guidando i Beatles da “Love me do” a pezzi ben più evoluti come “Strawberry Fields Forever”. La sua influenza sull’opera del gruppo è stata enorme, in particolare nella realizzazione di album fondamentali nella storia della musica». Album fondamentali, dice. Ecco, non che ci sia bisogno di parlare dei Beatles, su queste pagine, però volevo approfittarne e far notare che il mio album preferito (è lecito poter scegliere tra quattro dischi, direi) del quartetto di Liverpool (Martin era considerato il quinto Beatle, tra parentesi) compie questa estate (il 5 agosto) 50 anni. Mezzo secolo. Si chiama “Revolver” e bla, bla, bla. Sarebbe bello che qualcuno, ogni tanto, li andasse davvero a riascoltare certi loro dischi (ok, oltre a “Revolver” mi riferisco in particolare, banalmente, a “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, “Rubber Soul” e “Abbey Road”) per capire come siano passati in fretta i decenni. Tra i vari meriti (quelli che vengono loro attribuiti, musicalmente parlando, probabilmente sono pure troppi, parere personale e senza bisogno che nessuno si scandalizzi) anche quello di aver cresciuto la solita schiera di seguaci. Tra di essi, voglio citare qui e ora solo una band, purtroppo spesso dimenticata, e per cui ne sarà valsa la pena anche solo aver scritto queste inutili righe sui Beatles. Sono gli Xtc e dischi come “Skylarking”, “Drums & Wires” e “English Settlement” (e poi ci sarebbe “The black sea”) dovrebbero essere nelle prime file della discografia di ogni appassionato che si definisca tale.

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