I Baustelle e Sanremo come dovrebbe essere

Non ero obbligato a scrivere di Sanremo, ovviamente. E neppure lo sto facendo, in realtà. Anche perché non l’ho praticamente visto e quel poco che mi è capitato di vedere non ha fatto altro che confermare la mia idea che il Sanremo del meno peggio, un po’ come funziona con la politica, in realtà è pure peggio del peggio, e scusate il gioco di parole. Il mio pensiero è perfettamente sintetizzato da un post su Facebook di Antonio Gramentieri, chitarrista e compositore dei Sacri Cuori, che voglio condividere (sintetizzando solo un poco). «Dal punto di vista sociale e commerciale il fatto che il Festival della canzone italiana lo vinca Mengoni, che si piazzino i Modá, e che l’alternativa cool sia ancora Elio, come venti anni fa, probabilmente ha senso. Dá il senso della nostra epoca, abbastanza bene. Persino i Marta sui Tubi alla fine non riescono a chiamarsi fuori dalla necessitá dell’enfasi-per-il gusto-dell’enfasi, e non suonano così “alternativi” rispetto al resto. Un alieno non avrebbe visto nessuna differenza ontologica sostanziale fra loro e i Negramaro. Che invece credo ci sia. Quindi Sanremo non dá spazio all’alternativa, ma la divora e la metabolizza secondo principi suoi. La annulla, la mortifica. Certo. Potrebbe non fregarcene un cazzo. Però un pò di amor patrio ci vuole, santo Iddio. Siamo la terra di Paolo Conte, di Battisti, di De Gregori, del primo Dalla. E poi di Modugno, Tenco e così via. Di Trovajoli, anche. Va bene che i tempi cambiano, ma quando si scrive un pezzo italiano, bisogna tenere presente che l’asta é a quel livello. Non ci si può sempre accontentare di passarci sotto bellamente, all’asta, che tanto bastano due moine e un buon ufficio stampa. Mirare alto. Poi magari fallire, certo. Ma almeno mirare alto. Farebbe bene». Ecco, tutto questo per dedicare qualche riga a chi invece in alto ha mirato e questa volta ha pure fatto centro. A proposito di canzone d’autore italiana, il nuovo disco dei Baustelle – “Fantasma”, uscito per strana coincidenza proprio quasi in concomitanza con il festival – suona davvero già come un grande classico (da affiancare a un Piero Ciampi, tanto per aggiungere un nome alla lista di Gramentieri), un concept sul trascorrere del tempo, un disco di pop orchestrale che ha pochi termini di paragone nella produzione italiana degli ultimi anni. I Baustelle hanno alle spalle una carriera ultradecennale e cinque dischi di pop-rock caratterizzato da testi colti e spiazzanti a fronte di un contenitore musicale che può essere definito, senza offesa, quasi giovanilistico (e in effetti di fan tra i ragazzini ne hanno sempre avuti). Con “Fantasma” lo scarto è invece evidente: i Baustelle assumono per la prima volta la direzione artistica e realizzano il classico lavoro della loro maturità. Le chitarre se ne vanno quasi e l’orchestra di 60 elementi che entra nel lavoro fa pensare almeno un po’ al palco dell’Ariston. Ecco come dovrebbe essere Sanremo. Come i Baustelle. Ma ovviamente non lo sarà mai.

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