Il rock degli anni duemila è quello drogato dei Liars

Ecco, quando dicevo che i Muse, con la loro musica così patinata, sono tutto il contrario dell’essenza del rock, mi riferivo ai Liars. Al fatto che il rock, per me, deve essere come i Liars. E lo dico anche dopo un disco, il loro ultimo (“Wixiw”), dove in pratica non ci sono chitarre. Dove sperimentano l’elettronica ma riescono a restare se stessi. Molto più puliti e ordinati rispetto al passato, ma sempre sporchi e maledettamente scuri. Caos e fisicità, dice il cantante Angus Andrew in un’intervista pescata su internet per descrivere la musica dei Liars. Io aggiungerei anche torbida e densa, per capirci. Mi sono sempre piaciuti i gruppi che non sono capaci di stare fermi, a caccia di qualcosa di nuovo, interessati a sperimentare, quelli che ascoltandoli capisci che dietro c’è almeno un minimo di ricerca nel loro suono, voglia di spingersi un pochino oltre. Se non lo avessi già detto per i Radiohead, potrei quasi azzardare che siamo di fronte alla migliore rock band del pianeta, almeno concettualmente parlando. Ma in questo caso mi rendo conto che si tratterebbe di un giudizio troppo soggettivo. Lasciatemi però dire che quello dei Liars è il suono che meglio rappresenta il primo decennio di questi anni Duemila (insieme a quello degli Animal Collective, come avevo già scritto su queste colonne), in cui ci sono tutto il senso di alienazione ma anche il fervore culturale e pure lo snobismo radical-chic di due capitali della scena cosiddetta alternativa mondiale come New York e Berlino, città dove sono rispettivamente nati e cresciuti i tre “bugiardi”. Già, meglio parlare un po’ anche della loro storia musicale: loro suonano post-punk, new wave, o forse no wave, all’occasione anche il funk rivisto di Pop Group o Gang Of Four, all’insegna del quale hanno iniziato la propria carriera, debuttando nel 2001 con “They Threw Us All In A Trench And Stuck A Monument On Top” che faceva solo sperare bene, ma niente più. Poi il botto con “They Were Wrong So We Drowned”, che perde le sfumature pop del precedente e inizia a strizzare l’occhio anche ai grandissimi This Heat. Il capolavoro insuperato, a mio modesto parere, resta però il tribalismo drogato di “Drum’s Not Dead” del 2006, a cui seguiranno due dischi più normalizzati – ma stiamo pur sempre parlando di roba che in casa mi proibiscono di sentire, in quanto un po’ troppo fuori dai coppi, diciamo così – come “Liars” e “Sisterworld” (che un fan dei Liars, me compreso, ama comunque alla follia), fino alla svolta di “Wixiw” (purtroppo tra le loro cose peggiori) di pochi mesi fa che vede l’ingresso dell’elettronica, alcuni pezzi addirittura dance (dance come possono esserlo i Liars, naturalmente) e altri in cui sembrano i soliti Radiohead. Ai neofiti, consiglio di ascoltare i loro dischi più e più volte, finché non scatta la scintilla (non succede subito), ma soprattutto di vederli dal vivo. Io l’ho fatto per la prima volta, senza conoscerli, all’Hana-Bi: tra il pubblico c’era Asia Argento (che ai tempi, dieci anni fa, diceva in giro che loro erano la band più grande del mondo) e praticamente non l’ho quasi notata perché ero troppo affascinato da Angus, non so se rendo l’idea. Il carisma di Nick Cave, l’energia di Iggy Pop e una buona dose di follia: più o meno tutto questo è il frontman (australiano) dei Liars. Dal vivo suonano sabato 27 ottobre al Locomotiv di Bologna. Andateci.

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