Da Mac Miller a “Guagno”, quando non basta nemmeno la musica

Mac Miller

Mac Miller

Tra i dischi più interessanti usciti in queste prime settimane del 2020 c’è sicuramente Circles, sesto album dell’americano Mac Miller, tra gli ormai numerosi rapper che hanno deciso di non fare più (solo) rap. Qui si spazia dall’R&B al “soft” rock, dal pop alla musica black, con Miller che più che rappare, appunto, canta a tutti gli effetti, sfruttando una voce non sempre all’altezza, ma calda e molto, molto soul. A influire sull’emozionante risultato finale la produzione del compositore Jon Brion, che dà al suono e in particolare alla sua parte elettronica, un tocco cinematografico, lui che è stato nominato ai Grammy per le colonne sonore di capolavori come Eternal Sunshine of the Spotless Mind e Magnolia. Un lavoro inevitabilmente impattante, quello di Brion, che il disco lo ha completato da solo, visto che nel frattempo Miller era morto. Il 17 settembre del 2018, a 26 anni, per una overdose di oppiacei, ansiolitici, cocaina e alcol. Alcuni mesi prima era stato lasciato dopo una relazione di un paio d’anni dalla popstar Ariana Grande, che dichiarò che non poteva continuare a essere la sua babysitter. Miller non ha mai nascosto il suo problema con l’alcol, né di soffrire di depressione; sono lì a confermarlo anche i testi del suo album postumo.

E mentre la famiglia ne annunciava su Instagram l’uscita, dall’altra parte del mondo, sulla riviera marchigiana e romagnola, probabilmente “Guagno” aveva già pianificato tutto. Andrea Guagneli è uno di quei nomi che a chi frequenta locali e concerti di un certo tipo (diciamo rock) in Romagna e non solo, fa scattare qualcosa nei propri ricordi. Deejay e musicista (batterista dei Brothers in Law), “Guagno” è riuscito a portare oltre 700 persone da tutta Italia al suo funerale, l’altro giorno. In tanti, sui social, hanno scritto che è riuscito a far riunire tutti, qualcun altro ha detto che non bisognerebbe mai rifiutare una birra con gli amici, che bisognerebbe ritrovarsi di più a parlare. Io non lo conoscevo, ma non credo davvero che sarebbe bastata una serata con gli amici a evitare che in una notte di inizio febbraio si buttasse sotto un treno in corsa, lasciando in auto una lettera in cui con una lucidità disarmante aveva scritto di non riuscire più a vivere nel proprio corpo.

Due storie che ci ricordano cosa può essere il “male di vivere” e che ci sono situazioni in cui no, nemmeno la musica può avere un effetto lenitivo.

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