Antichi borghi, evoluzione del concetto di “recupero”

La valorizzazione di un bene culturale attribuisce riconoscimento della sua importanza nel sistema di valori di una comunità

Il fascino dei luoghi si accompagna al loro destino e spesso a un sentimento di abbandono.
Esiste cioè una bellezza particolare nella polvere che il tempo disperde nei luoghi e una seduzione singolare nei brandelli delle cose che non servono più.
L’abbandono livella i destini, i ruderi sono simili nel colore, negli spacchi, nelle infestazioni della natura. I muri, sono pieni di tutte le vite di chi ci ha preceduto, delle lacerazioni delle guerre, della furia della natura.
L’abbandono riduce le dissomiglianze sociali, economiche, geografiche e persino quelle religiose. Le sontuose ville di campagna, ad esempio, oggi somigliano a quelle dimesse abitazioni dei contadini. Tutte sono segnate da crepe e coperte di edera. Anche la più nobile dimora non è diversa dall’umile chiesa campestre. Entrambe sono prive di orpelli e hanno assunto il colore della terra.
Bisogna sentire l’urgenza di guardare le cose inutili e vecchie cui dare significati nuovi. Gli antichi borghi abbandonati, benché esprimano una poetica stramba e malinconica, non sono privi di una gioia speciale, quasi tattile. É importante toccare la superfice delle case, la loro pelle ferita e sentire in che modo resistono al tempo. In questi luoghi, se la fine è venuta è anch’essa passata: non sono morte perché anche la morte da qui se ne è andata. I ruderi stanno lì, imperfetti e pericolanti, come un canto alla durata.
I nostri ruderi sono lo spaccato di un paese franante e crudele, nel quale, figure decise e disperate, lottano per curare le ferite di un mondo di vinti.

I ruderi della parrochiale di San Lorenzo a Filetto

La storia dei paesaggi italiani coincide con quella delle sue stratificazioni e del modificarsi continuo tramite aggiunte e sottrazioni di manufatti. Fin dall’antichità gli uomini si sono sempre appropriati delle costruzioni delle generazioni precedenti modificandole secondo i propri bisogni. Oggi la consapevolezza della necessità di ridurre i consumi energetici e di costruire in modo sostenibile è diventato un imprescindibile criterio progettuale, che ha portato a riscoprire e a rendere attuali antiche modalità di progettazione, in grado di utilizzare l’esistente come risorsa preziosa.
In altra parte di questa rivista l’articolo di Paolo Bolzani tratta di un bell’esempio di recupero di un borgo abbandonato. Abbiamo ritenuto importante cogliere questa occasione e unire con un filo rosso la sua presentazione a qualche riflessione più specifica e trattare l’approccio bioclimatico e sostenibile al recupero del patrimonio edilizio esistente, in particolare a quello dei centri storici minori, e dell’edilizia rurale, anche in funzione di un sempre maggiore sviluppo del turismo che va alla ricerca di esperienze all’insegna di una sostenibilità globale.
Lo scopo è dimostrare come le esigenze del turismo, della valorizzazione e del recupero possano interagire efficacemente. Il recupero edilizio permette di risparmiare l’uso del suolo per nuova edificazione, con tutti i vantaggi ambientali che questo può comportare assieme al risparmio energetico messo in atto con un recupero eco-efficiente. La valorizzazione di un bene, anche attraverso un adatto, studiato e calibrato cambio di destinazione d’uso, permette di innescare circoli virtuosi che possono giovare all’economia e alla socialità di un intero territorio. Il crescente mercato del turismo sostenibile, può essere la spinta propulsiva per recuperare edifici e paesaggi del nostro paese, evitando il fenomeno dell’abbandono e conservandone la memoria storica.
Da sempre l’uomo ha ripensato il patrimonio edilizio e urbano ereditato dai propri predecessori, bisognoso di soddisfare le mutate esigenze della società, ma anche consapevole della scarsità delle risorse, nei secoli si sono riadattati ai più diversi usi gli edifici nati con funzioni diverse, mutandone spesso la forma oltre che il significato.

 

Sopra un casolare abbandonato e una capanna di canna recuperata. Da un lato l’edificio che si fa assorbire dalla natura, dall’altro un sempio di salvaguardia di un bene materiale che rappresenta il tentativo di proteggere e tramdandare tecniche e consocenze costruttive

Le trasformazioni attuali tendono a tenere in considerazione la compatibilità delle nuove funzioni con la conservazione della testimonianza storica del manufatto, anche per il patrimonio minore riconosciuto sia nel valore economico sia in quello storico. Gli aspetti da affrontare, nella realtà di oggi, sono di due tipi: la rifunzionalizzazione-valorizzazione dei fabbricati e il loro recupero edilizio in termini di sostenibilità e risparmio energetico. Si tratta di un intervento che mira all’individuazione di una destinazione d’uso compatibile con le forme, il luogo e i materiali, che renda l’intera operazione sostenibile anche dal punto di vista economico e al consolidamento-recupero della materia. Il recupero del patrimonio esistente riguarda non solo il loro aspetto tecnologico, funzionale e normativo, ma anche al mantenimento dei loro caratteri storici. Anche se spesso non si tratta di edifici vincolati, l’approccio dovrebbe puntare agli obiettivi propri del recupero degli edifici tutelati, in particolare mantenere le informazioni contenute nelle sue forme e nelle sue componenti, conservarne l’integrità e assicurare la protezione dei suoi valori culturali.
Date queste premesse diventa imprescindibile un progetto di conoscenza, i cui scopi sono in particolare di capire le cause che hanno portato al degrado le strutture materiali e reperire le informazioni sui metodi costruttivi locali dell’epoca, per poter in seguito elaborare una risposta ottimale nel progetto di restauro e recupero. In relazione ai diversi obiettivi dovranno essere elaborati diversi livelli di conoscenza da elaborare e restituire criticamente.
Sinteticamente si può affermare che il progetto di conoscenza in un recupero si articola in due grandi parti: l’analisi del contesto e l’analisi dei manufatti. L’analisi del contesto è di importanza fondamentale per la valutazione della sua fattibilità e dalla quale spesso emergono elementi decisivi per il progetto. La conoscenza del contesto avviene attraverso il rilievo e l’analisi di tutti quei fattori ed emergenze che sono tipici del territorio. Tra gli aspetti da indagare vi è sicuramente l’accessibilità, in funzione dell’uso che si prevede dell’edificio. L’analisi dell’evoluzione territoriale e urbanistica dell’abitato tramite carte storiche e delle tecniche costruttive tramite manuali sull’edilizia storica. Lo studio dei vari piani vigenti, delle norme locali, di eventuali vincoli, ma anche lo studio delle caratteristiche del lotto, distanze dai confini e da facciate esistenti. Lo studio poi potrà approfondirsi fino ad analizzare ai vari livelli le funzioni primarie insediate o di progetto, nonché la presenza di servizi e di attività commerciali. La conoscenza dell’edificio ha come obiettivo l’individuazione dei metodi di intervento più adeguati per risanare i degradi e delle soluzioni tecniche per le parti nuove e per un’adeguata impiantistica.
Da quanto sopra si comprende come non possa esistere una griglia di operazioni univoca per gli interventi di recupero, ma per tutte le varie voci deve essere definita una soglia minima di conoscenza in relazione agli scopi che si vogliono perseguire, sia a livello urbano-territoriale per esempio un cambio d’uso da abitazione ad albergo diffuso, sia a livello edilizio come un adeguamento normativo, una manutenzione straordinaria, un risanamento energetico, una trasformazione integrale.

Nell’ormai ventennale riscoperta dell’interesse al recupero dei borghi antichi vi sono alcuni esempi di grande livello e fascino, Paolo Bolzani ne ha ben descritto uno proprio nelle nostre vicinanze, ma forse l’intervento più famoso, e sicuramente uno dei meglio riusciti, in questo senso è quello di Santo Stefano di Sessanio in provincia dell’Aquila. Qui un giovane imprenditore di origini svedesi, Daniele Kihlgren, ha acquistato alcuni anni fa, molti edifici del centro storico, li ha ristrutturati con criteri rigorosi e assolutamente eco-compatibili con il tessuto storico-architettonico e ne ha fatto un albergo diffuso, il Sextantio. Grazie a questo intervento non solo il borgo è diventato una meta di turismo colto e responsabile ma è anche considerato esempio di sviluppo sostenibile. Vale sicuramente la pena di informarsi sui criteri che hanno guidato questo progetto che è diventato anche un caso di studio.
Si tratta in ogni caso di individuare progetti che richiamino un’attenzione diversa da quella del popolo delle seconde case, progetti ben diversi da quello di una rivitalizzazione stagionale. I borghi dismessi possono diventare un tassello di una nuova economia.
Insomma forse si sta sempre più facendo strada l’esigenza di un nuovo modo di vivere all’insegna del “piccolo è bello” oltre che prezioso.