Nuovo paradigma: dall’emergenza alla prevenzione

La sicurezza deve essere una questione collettiva. Impensabile l’ipotesi di ricostruire altrove, altrimenti gli abitanti non torneranno più indietro

Davanti alla dignità e al coraggio della gente colpita e annientata da questo ultimo sisma in Centro Italia prendiamoci un impegno per il futuro: la messa in sicurezza del territorio oggi è un dovere civile, politico e morale. Si dice sempre così, dopo. Per la verità è stato detto tante volte, prima. Ma non si è voluto ascoltare.
Che cos’è questo, un tratto di grave irresponsabilità che contraddistingue il nostro popolo? Siamo eredi, indegni, di un grande patrimonio che ci è stato lasciato. Indegni perché non lo proteggiamo. Non ascoltare è colpevole. Davanti a catastrofi così non si può parlare di fatalità.
Sì, lo so, qualcuno obietterà che non sempre i terremoti sono prevedibili. La natura fa il suo corso, è indifferente alle nostre sofferenze. Ma noi abbiamo una grande forza: l’intelligenza. Parlare di fatalità è fare un torto all’intelligenza umana. La storia insegna: ci siamo sempre difesi, con ripari, fortilizi, magie. Tocca a noi, al nostro senso di responsabilità, mettere la giusta energia nella messa in sicurezza del territorio.
Dobbiamo difenderci meglio… Ma non l’abbiamo fatto. Dove vengono alzate le difese si limitano i danni. A Norcia, per esempio, il sisma non è stato disastroso come nei paesi vicini. Perché sono stati fatti i lavori adeguati. Dopo gli ultimi terremoti si è agito bene. Non occorre cercare il Giappone o la California per trovare esempi imitabili. Ogni volta che è stato fatto uno sforzo, c’è stato un risultato positivo.
Davanti ai morti, alla disperazione dei sopravvissuti, allo smarrimento degli sfollati, allo straordinario lavoro dei soccorritori, più che parole servono risposte.
Non si deve allontanare la gente da dove ha vissuto. Amatrice, Pescara del Tronto, Arcuata, Accumoli, Grisciano: bisogna ricostruire tutto com’era e dov’era. Sradicare le persone dai loro luoghi è un atto crudele. Vuol dire aggiungere sofferenza alla sofferenza.
Sembra che la pensi così anche il governo. E finalmente non ci sono polemiche. Questo non può che far piacere. Se cerchi un uomo c’è sempre una casa. Bisogna ricostruire tra le pietre, le soglie e la gente che la abita.
I paesi di cui parliamo sono distrutti, ma l’anima dei luoghi non si può cancellare. Chi ha subito un trauma terribile deve poter tornare a vivere dove è sempre stato. Né container né tendopoli se non nella primissima fase di emergenza.
A maggior ragione la sicurezza deve essere una questione collettiva, che suggerisce una riflessione approfondita sul da farsi. Impensabile l’ipotesi di ricostruire i centri altrove, se si trasferiscono gli abitanti, non torneranno più indietro.

I rapporti sociali che si dislocano nello spazio tengono in piedi una comunità, ricordando l’importanza degli elementi simbolici per eccellenza del nostro paesaggio: i campanili. Che non a caso si trasformano ogni volta nelle icone della tragedia. E invece, potrebbero diventare quelle della rinascita.

Amatrice com’era prima della notte tra il 23 e il 24 agosto 2016 e come dovrà tornare a rivivere in futuro: davanti allo smarrimento e alla disperazione dei sopravvissuti, più che parole servono risposte

Poi è assolutamente necessario pensare ad una innovativa forma di cantiere per la ricostruzione agile e snello. Superata la prima fase, si devono prevedere abitazioni montate nella zona sismica, strutture temporanee, non definitive. Si possono fare in poco tempo case di legno, a 600 euro al metro quadrato. Come a Onna, in Abruzzo. Finita la ricostruzione si ricicla tutto: il terreno occupato poi torna alla sua precedente destinazione d’uso.
Nei primi giorni dopo la tragedia abbiamo notato che molti sfollati dormivano in auto, accanto a quel che resta della loro abitazione. È un attaccamento che commuove. La gente vuole restare lì, per contrastare il senso di abbandono.
Secondo me bisogna rifuggire dalla tentazione di voler fare tutto in gran fretta, i tempi di un cantiere di questo tipo sono più lunghi, è un’operazione che richiede la giusta lentezza e delicatezza, non invasiva quasi da chirurgia endoscopica. Sicurezza, terremoto, dissesto idrogeologico si portano dietro un’idea di fondo comune: quello di ricucire senza distruggere, la leggerezza come dimensione tecnica e umana.
Sarà difficile ricostruire i luoghi com’erano prima. Difficile, certamente. Ma possibile.
Ma sarà ancora più difficile lanciare una grande opera di manutenzione per tutto il Paese. Bisogna cominciare. Prendiamo in carico il lascito che abbiamo ricevuto dal passato e occupiamocene seriamente. Si può partire dal patrimonio pubblico: compito immediato dello Stato è quello di mettere in sicurezza scuole e ospedali. La legislazione c’è. Esistono le leggi per costruire in modo antisismico. Bisogna farle rispettare. Bambini e malati vanno protetti. Il governo non deve aspettare.
Per il patrimonio privato, poi, che in gran parte necessita di manutenzione, serve un programma di investimenti e incentivi. Come quelli che sono stati dati per l’energia. Defiscalizzazioni, agevolazioni, sconti sull’Iva. C’erano gli Ecobonus? Si facciano i Casabonus. All’Italia serve una definitiva messa in ordine, energetica, sismica, idrogeologica. Abbiamo le imprese e le competenze per poterlo fare e si creerà una enorme quantità di lavoro, buon lavoro.
Naturalmente una delle altre ovvie obiezioni che possono essere mosse è che tutto ciò genererà maggiori costi, questo è sicuramente vero, ma il maggior costo deve essere riconosciuto dallo Stato attraverso una forma di agevolazione. Ma questi sono investimenti che tornano. Non stiamo parlando di lustrini e paillettes. Stiamo chiedendo di rendere sicuro un patrimonio insicuro. Questo può innescare un ciclo virtuoso. Per edilizia e mondo del lavoro. Per le piccole imprese e per quelle più grandi.
Inoltre non si può pensare che questa operazione si possa esaurire nel corso di pochi anni, un’operazione del genere dev’essere di sistema. Potrebbero servire anche una cinquantina d’anni, o anche più. D’altra parte la natura ragiona su tempi molto più lunghi. È importante partire, e farlo sul serio, questa volta.
Dopo ogni disastro, si chiedono piani straordinari di manutenzione del patrimonio edilizio e del territorio. Poi, puntualmente, ce ne dimentichiamo e questo è sbagliato, facciamo molto male. Veniamo meno a un nostro dovere. Quello di garantire più sicurezza alle persone e salvaguardare un patrimonio unico al mondo. Oggi non abbiamo alibi. Ce lo chiedono i sopravvissuti, lo impone la nostra storia.
Possiamo finalmente cominciare ad avere una visione per le nostre case che si sposi con la cultura della prevenzione. Il progetto che ci dobbiamo accingere a definire è un progetto concreto, non un elenco di parole; un’operazione che coinvolga i principali attori del nostro Paese – associazioni di categoria, sindacati, ambientalisti, professionisti, per un progetto serio. Il fatto che non ci siamo riusciti nei 70 anni precedenti, non significa che non dobbiamo provarci. Serve un salto di qualità.
Il nostro territorio va difeso. I mutamenti climatici, le calamità naturali e quelle indotte dalle opere dell’uomo sono il monito che sempre più spesso ci chiede di intervenire in fretta. Domani si dovrà poter dire: bello, buono e solido. La nostra bellezza è un valore profondo. La speranza che ci deve guidare, dopo le lacrime e quei tanti, troppi morti, è quella di una grande operazione per il futuro: cancellare il fantasma della fatalità, tutelare le vite umane, rendere meno fragile questa grande bellezza.