Metropoli per uno sviluppo sostenibile

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Suburbanizazione, ovvero la crescita continua delle città oltre i confini storici e fisici, in una tracimazione che distrugge sia l’armonia dei paesaggi sia la bellezza architettonica

È necessaria l’affermazione di un nuovo, dirompente, paradigma per l’urbanistica e la pianificazione

Quello che meno ci piace dell’Italia di oggi sono le «città diffuse». Quel fenomeno che crea ciò che internazionalmente viene definita con il termine di «suburbanizazione», ovvero la crescita continua delle città oltre i confini storici e fisici, in una tracimazione che distrugge sia l’armonia dei paesaggi sia la bellezza architettonica.
Forse è giunto il momento di smontare molti degli stereotipi con cui convivono milioni e miliardi di persone, umani irrimediabilmente urbanizzati. Ogni città è costituita da miriadi di elementi e di processi spesso in contrasto fra loro. Le esistenze degli abitanti interagiscono con topi e scoiattoli, alberi e tempeste, correnti d’aria ed emissioni nocive, reti virtuali e sistemi di trasporto pubblico e privato. E con molto altro ancora. Tanto che i modelli di metropoli non smettono di moltiplicarsi e oggi comprendono anche lo «smart» o l’«islamico». Ma nei sogni di ogni urbanista c’è un solo maxi-tipo in grado di tenerli assieme, allontanando un po’ l’umanità dall’abisso dell’inquinamento selvaggio e dall’impazzimento climatico che ne è la conseguenza: si chiama «città sostenibile».
Le città ospitano più della metà della popolazione mondiale, consumano due terzi dell’energia e producono oltre il 70% delle emissioni di CO2 responsabili del riscaldamento globale. Allo stesso tempo quasi la metà delle città sta già iniziando a misurarsi con gli effetti dei cambiamenti climatici e tra non molto lo dovranno fare praticamente tutte, anche perché oltre il 90% delle aree urbane sorge in territorio costiero e nel giro di qualche anno saranno obbligate a fare i conti con l’innalzamento del livello del mare e l’intensificarsi degli eventi atmosferici estremi.

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Ragionare in termini “slow”, secondo una logica di vita capace di contrastare il fenomeno della crescita incontrollata

I motivi per cui le città sono più vulnerabili ai cambiamenti climatici sono molteplici, ma non bisogna sottovalutare anche il fatto che sono il motore economico dei paesi, il luogo in cui si trova la maggior parte delle infrastrutture necessarie a far muovere una nazione. I numeri spiegano dunque più di tante parole come sia stretto il rapporto tra quanto accade nelle metropoli e la salute del Pianeta. Eppure, come spesso accade, il problema, se affrontato correttamente, può essere rapidamente trasformato nella soluzione. Trasporti, efficienza energetica degli edifici, gestione dei rifiuti, utilizzo del suolo, politiche di sostegno alla diffusione delle fonti rinnovabili e allo sviluppo di una rete elettrica intelligente.
Non possiamo certo resettare le città. Sono qui tra noi, per noi e vi resteranno a lungo. La sfida è trovare un equilibrio tra il concetto di sostenibilità e quello di non-sostenibilità. Quando si misura l’impronta ecologica le aree urbane dimostrano di avere ancora un bisogno enorme di risorse, che vanno a prendere ben al di là dei loro spazi, spingendosi ovunque nel pianeta. Se la sostenibilità può essere la risposta all’escalation, la preoccupazione principale è che ci sia un’eccessiva fiducia nelle soluzioni unicamente tecnologiche.
La tecnologia può essere sia parte della soluzione sia parte del problema, tutto sta quindi, nel trovare una logica alternativa ed efficace.

Città come Pechino, con il loro inquinamento record, sono il simbolo del dilagare delle aree urbane ad alta intensità energetica

Molto di come sarà la condizione di salute del Pianeta nei prossimi decenni, dipenderà dalla nostra capacità di realizzare delle “Smart Cities”

Dopo anni di oblio causati da una ipertrofia dello sviluppo che ha separato le componenti della città (suolo, acqua, energia, mobilità) per impacchettarle in progetti di riqualificazione simili ai “titoli tossici” di una urbanistica subprime, è il momento oggi di far tornare protagonista una dimensione ecosofica dello sviluppo, strumento proattivo per ripensare la città contemporanea, per reimmaginare l’urbanistica e per riattivare la qualità della vita entro un nuovo progetto di futuro.
La grande sfida da affrontare è mettere in moto un meccanismo capace di generare nuova energia a partire dai cicli territoriali ancora attivi e da quelli latenti, di riattivare quelli interrotti e di farne nascere di nuovi dalla metamorfosi metropolitana che stiamo vivendo, in cui i cicli urbani si fondono con quelli rurali, i flussi di servizi sono supportati dalle reti di cittadinanza attiva, i cicli produttivi tornano ad alimentare la vitalità delle città, lo spazio fisico si illumina della intelligenza digitale.
Ragionare anche in termini “slow”, secondo una logica di vita capace di contrastare il fenomeno della crescita incontrollata. Pensare a fenomeni eterogenei, dal movimento dei “green market” per il consumo di cibi prodotti localmente al sistema del “green procurement”: quest’ultimo prevede che le amministrazioni organizzino gli acquisti su basi eco-compatibili. Ma è essenziale anche una pianificazione che impedisca lo spreco del territorio e ci vogliono progetti come la “Million tree initiative”, che da New York a Shanghai prevede di creare foreste urbane con cui migliorare la qualità dell’aria, abbattere le temperature al suolo e riqualificare gli spazi.
C’è anche estremo bisogno di nuovi amministratori che agiscano sui luoghi della città inversa: sulle periferie in transizione, sui quartieri industriali in ristrutturazione, sulle aree portuali e ferroviarie in fase di riciclo infrastrutturale. Luoghi lontani dai centri propulsori del modello urbano compulsivo, consumatore di suolo e di risorse, in cui sono stati preservati valori comunitari, paesaggistici e identitari. È soprattutto nei nuovi quartieri della marginalità stigmatizzata che può ripartire una città che sappia rimettere in gioco i suoi capitali dopo essere guarita dalla drammatica tossicodipendenza, da un’urbanistica della rendita che ne ha anestetizzato la capacità di immaginare, di progettare, di radicare e di guidare.

Sono moltissimi i campi in cui le amministrazioni locali possono intervenire per sperimentare pratiche più sostenibili e fare delle metropoli dei laboratori del cambiamento. Senza dimenticare, poi, che in un mondo alle prese con la crescente pressione demografica, la densità delle città, grazie ad una efficiente e innovativa politica di pianificazione delle infrastrutture, può rappresentare una valida risposta per garantire una migliore qualità della vita a una fetta sempre più numerosa di popolazione. In altre parole, molto di come sarà la condizione di salute del Pianeta nei prossimi decenni, dipenderà dalla nostra capacità di realizzare delle “Smart Cities” con più piste ciclabili, trasporti pubblici affidabili e meno inquinanti, infrastrutture in grado di sostenere la transizione verso l’auto elettrica, abitazioni isolate termicamente sempre meglio e in grado di tagliare drasticamente i loro fabbisogni energetici e un sistema di nettezza urbana capace, attraverso la raccolta differenziata, di produrre tassi altissimi di riciclo delle materie prime.

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Il potenziale di sostenibilità urbana, è molto vasto e potrebbe portare entro il 2030 ad un taglio nelle emissioni di anidride carbonica di 1,3 miliardi di tonnellate, pari a quanta ne hanno prodotta nel 2008 il Canada e il Messico messi insieme

Accanto alle città che tentano la via della sostenibilità, però, si assiste al boom delle megacittà, divoratrici di risorse ed energia.
In effetti città come Pechino, con il loro inquinamento record, sono il simbolo del dilagare delle aree urbane ad alta intensità energetica. Si tratta di un fenomeno globale, che dimostra la necessità di accordi planetari sul contrasto al riscaldamento climatico. D’altra parte, però, nel grande gioco in cui gli organismi internazionali si dimostrano ancora deboli spiccano proprio le innovazioni a livello metropolitano, come quelle del gruppo “C40 Cities”, mirate alla riduzione dei gas serra.
Ci sono molte azioni che le città stanno mettendo in campo per affrontare il riscaldamento globale. In una prima fase si trattava soprattutto di strategie di mitigazione, ora vediamo anche molte azioni volte all’adattamento. Naturalmente le città non possono cambiare completamente sistema, ma possono utilizzare i sistemi esistenti in maniera più efficiente per diventare più resilienti.
Per esempio ci sono molte esperienze positive di risparmio idrico ed energetico, come anche di efficiente uso del suolo e di gestione del sistema dei trasporti in funzione delle mutate condizioni climatiche. Un’azione rimasta a lungo nel campo della buona volontà delle singole amministrazioni, ma che negli ultimi anni si è dotata di un apposito network, l’associazione “C40”, che ha messo in collegamento una sessantina di megalopoli di tutto il mondo (da Caracas a Berlino, da Roma ad Addis Abeba, da Chicago a Seul) per promuovere e confrontare le migliori pratiche di sostenibilità.
I sindaci sono direttamente responsabili delle loro decisioni davanti agli elettori e rispetto agli eletti alle assemblee nazionali sono più pronti nel prendere iniziative decisive, spesso con risultati immediati e di impatto, si legge nel manifesto dell’organizzazione attualmente guidata dalla prima cittadina di Parigi, Anne Hidalgo.

L’associazione “C40”, ha messo in collegamento una sessantina di megalopoli di tutto il mondo (da Caracas a Berlino, da Roma ad Addis Abeba, da Chicago a Seul) per promuovere e confrontare le migliori pratiche di sostenibilità

Inoltre ciò che le nostre città realizzano individualmente e collegialmente per contrastare i cambiamenti climatici può imporre l’agenda per le comunità e i governi di tutto il mondo. Secondo le ultime stime, le azioni intraprese dalle città che aderiscono all’organizzazione “C40”, potrebbero portare entro il 2020 ad un risparmio di emissioni pari a 248 milioni di tonnellate di CO2, ovvero l’equivalente prodotto in un anno da Argentina e Portogallo messe insieme.
Ma il potenziale di sostenibilità urbana, è molto più vasto e potrebbe portare entro il 2030 ad un taglio nelle emissioni di anidride carbonica di 1,3 miliardi di tonnellate, pari a quanta ne hanno prodotta nel 2008 il Canada e il Messico messi insieme. Evidentemente la strada giusta è mettere in collegamento e in rete, quante più megalopoli in tutto il mondo per promuovere e confrontare le migliori pratiche di sostenibilità.

C’è estremo bisogno di nuovi amministratori che agiscano sui luoghi della città inversa: sulle periferie in transizione, sui quartieri industriali in ristrutturazione, sulle aree portuali e ferroviarie in fase di riciclo infrastrutturale

Qual è dunque il primo errore, anche per noi italiani, da evitare comunque?
Quello di eludere la sfida collettiva che riparte dalla geografia inversa della città, per riattivare i numerosi cicli interrotti, latenti, impliciti o dimenticati che strutturano le nostre città. In un’ottica metropolitana si possono sperimentare, una successione di riavvii di cicli vitali capaci di attivare progressivamente tutte le risorse, materiali e immateriali, generando un potente meccanismo di avvio capace di far partire un processo auto-sostenibile, ed evitare a tutti i costi la suburbanizazione, cioè l’espansione incontrollata delle periferie: le grandi distanze e la bassa densità abitativa provocano enormi ed insanabili problemi ecologici.

ASPPI DICH. REDDITI – BILLB MID1 04 – 19 04 19