Il giuramento di Vitruvio

È giunto il momento di intraprendere una lucida e stimolante equazione culturale fra l’etica del medico e quella dell’architetto

Un aforisma attribuito a Frank Lloyd Wright recita: «i medici possono seppellire i loro errori, gli architetti possono solo coprirli con piante rampicanti». La verità è che fra “gli errori dei medici” che danneggiano e qualche volta uccidono i pazienti, e gli errori degli architetti, che devastano il corpo sociale riempiendo di orrori città e campagne, c’è davvero una forte analogia. Lo spazio in cui viviamo è un formidabile capitale cognitivo che costruisce l’identità collettiva delle comunità.
La  frammentazione territoriale, la violenta e veloce modificazione dei paesaggi, il dilagare di periferie-sprawl, il moltiplicarsi di rovine, discariche, non-luoghi residuali che crescono con una malata obesità, innesca patologie individuali e sociali, sradica le identità acquisite e modifica i comportamenti, segna di piaghe indelebili il corpo della società.
Salvatore Settis ha rilanciato, dalle colonne de “Il Sole 24 Ore” in un recente articolo, una sua proposta del 2014 che ritengo non debba passare inosservata e che riguarda un necessario codice etico di cui anche i professionisti del mondo dell’architettura dovrebbero dotarsi con urgenza.
Tre anni fa propose di introdurre, per analogia al giuramento di Ippocrate, con cui il medico s’impegna a operare solo per il bene del paziente, un “giuramento di Vitruvio”, secondo il quale gli architetti promettano di «legare etica e conoscenza impegnandosi a realizzare sempre edifici di qualità evitando scempi ambientali».
L’architetto opera in un empireo dominato dalla sola ragione estetica e senza alcun rapporto con la società, la cittadinanza, la memoria culturale? È vero il contrario: il suo mestiere ha un forte e capillare impatto sulla vita di tutti attraverso le modificazioni dell’ambiente urbano e del paesaggio, cioè delle dinamiche della società civile. Ma nel mestiere dell’architetto esiste un’etica professionale?

Un architetto deve solo obbedire alle richieste del committente, oppure, quando progetta e costruisce un edificio o trasforma un paesaggio o una città, deve tener conto del contesto storico, naturale, ambientale in cui opera?

Certo è che l’economia di mercato ha corroso la dimensione morale dell’architettura, costretta a muoversi entro il sistema neoliberista di cui Ronald Reagan è stato il protoarchitetto.
Le devastazioni del nostro paesaggio non possano essere esclusivamente addebitate alla perversa alleanza tra forze diverse dell’imprenditoria, della finanza, della politica e delle mafie. Ma ne sono responsabili anche architetti, ingegneri, urbanisti e anche i geometri.
Se accettiamo questa corresponsione di responsabilità, allora è nel campo etico che dobbiamo agire, prendendo ad esempio ciò che per la professione medica rappresenta il “giuramento di Ippocrate”.
La proposta di un “giuramento di Vitruvio”, è fondata sulla celebre pagina del De architectura di Vitruvio in cui l’architetto romano (tardo I secolo a.C.) delinea la figura dell’architetto ideale, elencando fra le sue virtù necessarie: la cultura che noi chiameremmo umanistica, la conoscenza storica, il rispetto della salubrità dell’ambiente. A proposito di questioni etiche mi sovviene quanto su temi simili scrivevano Michelucci, Quaroni e Savioli, elogiando la «lucida stimolante equazione culturale» fra l’etica del medico e quella dell’architetto.
Dobbiamo però prendere atto che di fronte agli scempi e alle brutture del territorio gli Ordini spesso tacciono, le Facoltà di Architettura tacciono, salvo rare, fioche voci; e affermare che non dovremmo neppure chiamare architetti coloro che progettano senza considerare le relazioni profonde fra uomo, ambiente e paesaggio; e deplorare che sia praticamente inesistente l’educazione al paesaggio e all’architettura, perché «Le Corbusier diceva che l’architettura ha torto, la vita ha ragione».


Sappiamo ovviamente che mentre il rapporto medico-paziente si svolge tra individui, l’architetto è un elemento, primario finché si vuole, ma non autonomo, di una catena decisionale e produttiva, anzi ha ormai spazi quasi inesistenti per esercitare il suo giudizio, e deve pertanto accordare investitori con burocrati, accontentare gli esteti, prendere decisioni dolorosamente inevitabili per trovare il minimo dei compromessi.
Sappiamo anche che le principali responsabilità ricadono sui decisori (i committenti pubblici in particolare), e forse sarebbe il caso di imporre un giuramento a quanti gestiscono la res-publica, anche se in realtà sulla nostra Costituzione i nostri politici già giurano, ma delegare solo a loro ogni principio di etica pubblica significa abdicare non solo alla dignità di architetto, ma anche a quella di cittadino. Dignità dell’architetto che non può prescindere dai precetti di Vitruvio accolti e ampliati da Serlio, Cataneo, Rusconi, e più efficacemente da Palladio o dal suo commentatore Daniele Barbaro, secondo cui «la dignità dell’Architettura è alla Sapienza vicina e come Virtù Heroica nel mezzo di tutte l’Arti dimora».
È in questo contesto che il vero e proprio testo di un “giuramento di Vitruvio” è stato scritto, da professionisti del Centro Studi Vitruviani di Fano e del Dipartimento di Architettura di Ferrara, e adottato dall’Ordine degli architetti di Reggio Emilia, presieduto da Andrea Rinaldi, lanciando la proposta che esso venga accolto e adottato da altri Ordini in tutta Italia. Qualche volta una modesta proposta, anche se fatta sottovoce, trova forti echi nella società, specialmente quando un duro trauma l’abbia colpita. È il caso della Siria, dove l’architetto Marwa al-Sabouni, in un libro commovente (The Battle for Home, 2016), denuncia il «vandalismo di Stato» che semina casermoni di cemento, «serbatoi di alienazione sociale»; e lo fa distruggendo i centri storici, in cui «le antiche città si mostravano generose coi loro residenti, perpetuando armonia fra le culture, e trasmettendo questo modello ai cittadini: quasi fossero, le città storiche, un grembo entro cui prendeva forma una moralità condivisa». La moralità dell’architettura, appunto.

La scienza dell’architetto richiede l’apporto di molte discipline e di conoscenze relative a svariati campi. Egli dev’essere in grado di giudicare i prodotti di ogni altra arte.

Siria, Marwa al-Sabouini denuncia il “vandalismo di Stato” che semina casermoni di cemento, distruggendo i centri storici

La sua competenza nasce da due componenti: quella pratica, che è la costruzione e quella teorica. La “fabrica” consiste nell’esercizio continuato e ripetuto dell’esperienza costruttiva, che si concreta quando l’architetto di sua propria mano, sulla base di un disegno progettuale, realizza l’edificio desiderato. La ratiocinatio consiste nella capacità di esporre e spiegare gli edifici, una volta costruiti con debita diligenza, secondo computi matematici e proporzionali. Solo chi padroneggia sia la pratica che la teoria è dotato di tutte le armi necessarie e può conseguire pieno successo. L’architetto deve dunque avere ingegno naturale ma anche sapersi sottoporre alle regole dell’arte. Deve avere cultura letteraria, essere esperto nel disegno, preparato in geometria e ricco di cognizioni storiche; deve avere nozioni di filosofia e di musica, saper qualcosa di medicina e di diritto, ma anche di astronomia e astrologia.
È infatti dovere, anzi mestiere, di chi “fa storia” coltivare uno sguardo lungo, una visione delle cose e degli uomini che riguarda tanto il passato quanto il futuro, necessariamente imperniandosi sul presente ma non come spettatori passivi, bensì interpretandone le contraddizioni alla luce della storia, premessa necessaria per provare a costruire un futuro diverso e migliore.
Allora non ci resta che sperare e puntare tutto su quel gruppo di giovani (e non solo giovani) architetti “obiettori dal consumo di nuovo suolo”, che ormai da alcuni anni sta ricercando una strada collettiva per dirottare le richieste di chi spasima (per fortuna sempre meno) per una nuova villetta orientandolo, all’opposto, in direzione dell’individuazione di una diversa soluzione di recupero dell’esistente, mi pare già una pietra miliare. Che tutti ci auguriamo – Vitruvio in primis – e speriamo proprio diventi prassi.

* Marco Turchetti  [Progettare Sostenibile – Ravenna]
info@progettaresostenibile.com

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