lunedì
20 Aprile 2026
L'inchiesta

«Nei Cpr ci si ammala. In Italia 120-140 medici nella campagna contro l’invio di migranti nelle strutture»

L'infettivologo Nicola Cocco, della Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), è stato ospite a Brisighella

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Per quanto riguarda le visite mediche alle persone straniere irregolari in Italia per accertare la loro idoneità a essere trattenute nei centri per il rimpatrio (Cpr), l’anomalia che la magistratura dovrebbe indagare non sta nei certificati che impediscono l’ingresso nelle strutture, ma sta in quelli che danno il via libera. È la sintesi del pensiero di Nicola Cocco, medico ed esponente della Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm) che da tempo porta avanti una campagna di sensibilizzazione chiamata “Mai più lager – No ai Cpr”.

L’infettivologo milanese ha espresso la sua posizione in occasione di un intervento pubblico al circolo Arci di Brisighella il 13 aprile in cui ha parlato anche della nota vicenda giudiziaria che vede il reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna sotto inchiesta. Otto medici indagati (di cui tre sospesi per dieci mesi) per falso ideologico. Secondo l’ipotesi accusatoria avrebbero firmato certificazioni false per impedire che i migranti destinati all’espulsione dall’Italia venissero inviati in uno dei dieci Cpr in funzione in Italia. Cocco non è tra gli indagati.

La spiegazione del pensiero di Cocco su quali certificati dovrebbero finire sotto la lente si poggia su una opinione netta a proposito dei Cpr: «Sono luoghi patogeni, dove ci si ammala, a volte si muore e chi ne esce non è certo in ottime condizioni di salute». Se questi sono i Cpr – è il senso del ragionamento – quale medico può approvare l’invio di una persona in quell’ambiente? «È come se un medico sapesse che su un tavolo c’è una bottiglia d’acqua avvelenata e vede qualcuno che sta per bere. Credo abbia il dovere di avvisarlo. A Ravenna è successo che chi ha segnalato l’acqua avvelenata è stato messo sotto inchiesta».

All’incontro di Brisighella, Cocco ha parlato a braccio per due ore, con il supporto della proiezione di slide e di dati da varie fonti, davanti a una quarantina di persone che si sono radunate al circolo Arci locale che lo aveva invitato per approfondire gli aspetti medici e legali connessi alla gestione degli stranieri extracomunitari.

Nel dibattito pubblico scaturito dall’indagine giudiziaria tutt’ora aperta, secondo il medico c’è stata una grande mancanza di cui ritiene responsabile anche una parte della stampa: «La vera questione da affrontare è cosa sono i Cpr e perché siano strutture inaccettabili anche se legali perché previste dalla legge». Cocco usa un paragone con i manicomi: «Prima della legge che li chiuse nel 1978 erano strutture legali. Franco Basaglia (psichiatra e neurologo ispiratore della legge 180/1978 che introdusse la revisione degli ospedali psichiatrici, ndr) è stato il primo a non firmare le autorizzazioni alle legature dei pazienti che erano procedure previste e ammesse».

Per sostenere la criticità dei Cpr, Cocco ha riportato fonti autorevoli. A partire dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che a gennaio 2026 ha pubblicato il resoconto di un lavoro di raccolta di pareri professionali. Nella premessa della pubblicazione si dice: “Dove sono disponibili dati c’è evidenza di effetti negativi sulla salute dovuti all’impatto della detenzione amministrativa”.

Nei dieci Cpr italiani ogni anno entrano circa seimila stranieri (meno dalla metà vengono poi effettivamente rimpatriati nei Paesi di origine). «Nel triennio 2022-2024 – ha detto Cocco – si sono registrati 169 atti di autolesionismo, 103 tentativi di suicidio e due suicidi. Il 70 percento delle persone all’interno assume almeno uno psicofarmaco, il 17 percento ne prende due. E ricordiamoci che siamo di fronte a zero diagnosi di patologie psichiatriche, altrimenti non avrebbero avuto l’idoneità all’ingresso. Allora quel 70 percento è pura sedazione».

Anche altri Stati europei hanno l’equivalente dei Cpr italiani. All’estero sono meno patogeni? Cocco parla della Svezia: «Hanno stanze singole, pulite, con la tv, la possibilità di ricevere posta e tenere il telefono. Eppure dopo 50 giorni di permanenza sono stati misurati crolli di tutti i parametri di salute psicologica». Questo, secondo l’infettivologo, dimostra che il fulcro su cui intervenire è a monte dei Cpr e sta nella norma giuridica che li istituisce: la detenzione amministrativa, cioè la condizione dei migranti destinati all’espulsione dall’Italia. «Se c’è questo tipo di privazione della libertà, non può esserci salute. Ognuno poi decida se questo è compatibile con la Costituzione, con l’etica professionale, con l’etica individuale e con la politica».

L’infettivologo ha cercato di mostrare anche paradossi, contraddizioni e lacune della detenzione amministrativa. «Nell’estate 2025 al Cpr di Gorizia un dermatologo ha diagnosticato un caso di scabbia e la persona è stata rilasciata. Altre persone hanno cominciato a manifestare sintomi simili. Ma la dirigenza della struttura, pur di non certificare un focolaio di scabbia che avrebbe intaccato la funzionalità del Cpr, ha preferito rilasciare i contatti del primo caso con delle diagnosi psichiatriche, senza cenni alla scabbia. Quindi uscivano persone che si grattavano in maniera ossessiva, ma ufficialmente avevano disturbi mentali».

Questione cruciale a proposito dei Cpr non può che essere il livello dell’assistenza sanitaria (c’è chi ha parlato di «buchi neri»). Medici e infermieri sono assunti dagli enti privati che hanno vinto le gare per la gestione delle strutture. «In buona sostanza il diritto alla salute è una voce del capitolato d’appalto. È facile capire che così diventa un servizio su cui si può anche tagliare per ridurre i costi e migliorare i dividendi del gestore. Alla prova dei fatti nei Cpr c’è una infermeria dove solo gli infermieri sono operativi h24. I medici sono presenti da 3 a 8 ore al giorno in base al numero di detenuti. E quindi per qualunque necessità viene chiamato il 118». Essere dipendenti del gestore, poi, mette i medici in una condizione di limitata libertà d’azione: «C’è una certa facilità a somministrare psicofarmaci perché questo aiuta a tenere tranquillo l’ambiente, nell’interesse del gestore».

Come detto, da tempo la Simm si batte per sensibilizzare la comunità medica sulla patogenicità dei Cpr. Cocco ha fornito qualche numero di quanto fatto finora in Italia: oltre mille medici contattati, 120-140 medici certificatori coinvolti e 230-250 certificazioni di inidoneità riconducibili alla campagna. L’indagine di Ravenna prende in esame il periodo da settembre 2024 a gennaio 2026 ipotizzando 34 certificati falsi su 64 rilasciati in totale.

Cocco, come detto, non è tra i medici indagati. Ma il suo nome compare spesso nelle carte dell’indagine, soprattutto per i messaggi via chat scambiati con i medici di Ravenna. Uno di quei messaggi in particolare, riportato dalla stampa, ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica: “Facciamo il culo a questi sbirri maledetti”. L’infettivologo ne ha parlato a Brisighella: «Nell’estate 2025 una dottoressa di Ravenna mi chiama e mi dice che è stata convocata in questura a Ravenna e sta ricevendo pressioni per una valutazione di inidoneità. Ho sentito un legale e le ho dato qualche consiglio su come interfacciarsi con la polizia, perché vi assicuro che di fronte alla polizia è normale sentirsi nervosi per chiunque. E poi ho scritto quella frase, con termini che non uso mai. Ho sbagliato a scriverla? Sì. Magari è stato un momento di tensione, ma resta una chat privata tra due medici».

In conclusione, il medico ha espresso la sua opinione sui Cpr: «Non sono migliorabili, non sono monitorabili, l’unica cosa da fare è chiuderli. Ma non solo: va abolita anche la detenzione amministrativa. Perché come diceva Basaglia, il problema è l’idea del manicomio più che il manicomio in sé».

In sintesi, secondo la visione di Cocco, il certificato di inidoneità non può che essere la valutazione per qualunque caso: «A livello globale europeo si sta attuando un programma di razzismo istituzionale nei confronti dei migranti e un medico che si occupa della salute delle persone non può nascondersi dietro i tecnicismi. I medici di Ravenna sono il dito che indica la Luna e la Luna è la patogenicità dei Cpr. Sarebbe ora che gli ordini professionali prendessero posizione netta sulla patogenicità dei Cpr e non sui comportamenti dei singoli professionisti».

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