«Una sola persona può cambiare la storia: il destino dell’umanità dettato dal caso»

Cavezzali presenta alla Classense il suo nuovo libro su regicidi e dintorni «Il più sfortunato? L’orologiaio che mancò Hitler per soli 13 minuti…»

M.Cavezzali

È uscito da poche settimane il nuovo libro dello scrittore ravennate Matteo Cavezzali, A morte il tiranno (HarperCollins),storie di regicidi riusciti o mancati per riflettere sul potere e la disobbedienza, legato all’omonimo podcast di Storielibere.fm. Mercoledì 24 novembre l’autore lo presenterà alle 18 alla Classense, in dialogo con lo storico Alessandro Luparini, direttore della biblioteca Oriani.

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Matteo, come hai scelto il tema di questo libro?

«Mi ha sempre affascinato l’idea che una persona da sola possa cambiare il corso della storia. In Icarus ho raccontato di Raul Gardini, che cambiò quella d’Italia, in Nero d’Inferno di Mario Buda che fece saltare in aria Wall Street facendo crollare – per qualche giorno – il capitalismo mondiale, in A morte il tiranno ho raccolto dieci micro romanzi su persone che hanno provato a cambiare la storia: da Violet Gibson, la signora che ha quasi ucciso Mussolini, a Gaetano Bresci, l’anarchico che uccise il re d’Italia; da Gavrilo Princip che assassinando Francesco Ferdinando fece scoppiare la prima guerra mondiale fino a Luigi Lucheni, che pugnalò a morte l’imperatrice Sissi».

Come hai scelto i “protagonisti” del libro?

«Ho scelto le storie che mi hanno colpito di più. Ce ne sono di veramente incredibili. È strano pensare quanto il destino dell’umanità sia dettato dal caso, e pochi istanti possano cambiare tutto».

Qual è stato il più sfortunato?

«Forse fu Georg Elser, l’orologiaio che fece saltare in aria il palco su cui stava parlando Hitler. Lo mancò per soli 13 minuti e finì i suoi giorni in un campo di concentramento. Non aveva nessun motivo personale per rischiare la vita, eppure lo fece».

E il tuo preferito?

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«Faccio fatica a rispondere, ti cito due storie romagnole che ho inserito nel libro. La prima è quella di Felice Orsini, di Meldola, che tirò una bomba a Napoleone III, da noi oggi è un martire del Risorgimento (era seguace di Mazzini) mentre in Francia è considerato un criminale. L’altra è Rosmunda che uccise due re Longobardi e morì a Ravenna. La sua vicenda è talmente teatrale che ispirò anche un dramma di Vittorio Alfieri».

In generale, i protagonisti del tuo libro possono essere considerati eroi anche se hanno usato violenza?

«Il termine “eroe” è molto sdrucciolevole. Cambia a seconda della prospettiva storica e geografica. Come per Orsini molti dei personaggi di cui parlo sono eroi per una fazione e assassini per un’altra. Addirittura Gavrilo Princip in Serbia oggi è ancora acclamato come un martire della libertà nazionale, mentre il resto del mondo avrebbe preferito che non sparasse quel colpo maledetto. Certo immaginare qualcuno che uccide Hitler idealmente mette d’accordo tutti, ma in realtà nemmeno questo è vero. Nel libro, ad esempio, riporto articoli di giornali inglesi che attaccarono duramente Violet Gibson per aver sparato a Benito Mussolini, che all’epoca (era il 1926) era ancora ben visto in molti paesi europei».

Su cosa sei al lavoro al momento?

«Ora sto lavorando sul prossimo romanzo che uscirà per Mondadori in primavera. È ambientato nelle campagne del ravennate, a inizio secolo, e racconta di un mondo rurale legato alle superstizioni e riti antichi, legati ancora al mondo pagano. È un libro a cui tengo molto perché sarà il mio primo romanzo di fiction. Il titolo ancora non l’ho deciso.

Intanto però a dicembre uscirà un nuovo podcast, un radiodramma (come si chiamavano una volta) in sei puntate commissionatomi da Radio Rai che ho realizzato con Gianni Gozzoli e che parla di una incredibile storia vera accaduta nelle nostre zone negli anni del fascismo e poi nella resistenza. Sarà annunciato dalla Rai con una conferenza stampa a inizio dicembre».

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