Nato a Secondigliano nel 1989, Giuseppe Sica esordisce nel rap game italiano come PeppOh nel 2015, con un’uscita targata Full Heads Records. Dalle barre si apre anche al teatro, partecipando a Mal’Essere di Davide Iodice, riscrittura dell’Amleto in slang napoletano, e oggi lo ritroviamo nei panni di Yodi in Malavia, ultimo film di Nunzia De Stefano, prodotto da Matteo Garrone per Archimede e Rai Cinema. La storia è quella del tredicenne Sasà (Mattia Francesco Cozzolino) diviso tra la passione per il rap, l’amore per la madre e il richiamo della vita di strada, che inizia a farsi largo tra problemi economici e dinamiche di periferia. Yodi, rapper della vecchia scuola partenopea, cercherà di guidare il giovane verso un futuro migliore.
Si tratta della prima esperienza davanti alla macchina da presa sia per Sica che per Cozzolino, in una sceneggiatura che ha voluto mettere al centro coloro che hanno vissuto quotidianamente le realtà più ombrose di Napoli per portarle sullo schermo senza sconti né filtri, ma tendendo lo sguardo verso la redenzione. Giovedì 23 aprile, Sica accompagnerà la proiezione in due sale della provincia: al Mariani di Ravenna e al Sarti di Faenza. Al Mariani è previsto anche un incontro nella mattinata di venerdì 24, dedicato ai ragazzi delle scuole della città.
Sica, Malavia segna il suo esordio sul grande schermo, com’è stata l’esperienza da attore?
«Stupenda e al tempo stesso molto faticosa. Avevo già recitato in teatro, tra prosa e musical, ma davanti alla telecamera è tutto diverso: girare un’intera giornata per una sola scena, restare fermi per ore senza uscire mai dal personaggio e, soprattutto, recitare senza avere un riscontro immediato del proprio lavoro, per me che sono abituato all’esibizione dal vivo, è straniante. Ti fidi ciecamente di regia e maestranze e devo dire che sono stato molto fortunato: ho trovato una produzione stupenda, capace di mettere gli attori al centro e far sentire sempre tutti a proprio agio per performare al massimo. La difficoltà più grande credo sia stata girare in estate con abiti invernali: quando mi chiedono di sintetizzare l’esperienza in una parola rispondo con “sudore”, in tutti i sensi».
Quanto della sua esperienza personale nel rap ha portato in questo ruolo?
«Tutta, questo mi ha aiutato molto. Nel film sono il mentore di Sasà, qualcuno che prova a spiegargli come funziona la musica, ma anche un po’ la vita: è quello che faccio tutti i giorni nei miei laboratori di rap, che coinvolgono scuole e cooperative sociali. Spesso capita di lavorare con ragazzi definiti “difficili”, che in realtà sono i più semplici di tutti, quelli che ti danno il cuore».
In Malavia, come in altre narrazioni analoghe, la musica ha un ruolo salvifico per i giovani che rischiano di avvicinarsi a cattive strade. Per la sua esperienza, è davvero così?
«Si, ma non è tanto la musica, è la passione a salvarti. Quando ti appassioni in qualcosa e credi in te stesso, il tempo che investi in ciò che fai è tempo sottratto alla strada. Vale anche per il calcetto, lo studio, la politica, ma la musica è sicuramente più immediata: scrivere è terapeutico, una pratica di autoanalisi. Esporre il proprio lavoro a amici e familiari poi richiede coraggio, è come mettersi a nudo senza togliersi i vestiti»
Quali riferimenti o ispirazioni hanno guidato la realizzazione di Malavia?
«Si parte dall’old school napoletana: lo stesso Yodi è stato scritto sul rapper Speaker Cenzou (il rapper napoletano Vincenzo Artigiano ndr), che a sua volta è stato il mio mentore. Il personaggio di Sasà, invece, è in qualche modo ispirato al figlio di Nunzia: anche lui un rapper, con qualche momento di “up and down” nella vita e molto protettivo nei confronti della madre. Più in generale però, direi che si ispira alla realtà».
Quanto fedelmente il film ricalca la quotidianità delle periferie di oggi?
«Tanto, anche perché sarebbe stupido ignorare quel lato della città. Sia io, che Nunzia, che Mattia, veniamo dalla periferia e siamo cresciuti guardando da vicino le realtà del film. È giusto raccontare questa parte di Napoli, perché nascerci significa scegliere ogni giorno che strada prendere. È stato fatto un lavoro importante sull’accuratezza: la rap battle del film fu veramente organizzata da me nella metropolitana di Scampia, senza sapere che Nunzia era tra il pubblico. Mi chiese di collaborare con la produzione come consulente, per assicurare la correttezza di lessico, musica e dinamiche. Yodi è arrivato dopo».
Su Napoli si è scritto, girato e cantato tanto. C’è una parte della città o di chi la vive che non è ancora stata raccontata o che meriterebbe più spazio?
«Credo che questo film risponda proprio a questa domanda: racconta persone e personalità che fino adesso non sono mai state narrate. Può sembrare una storia già sentita, ma non vuole essere l’ennesimo prodotto di massa napoletano. Un plot twist come quello di Sasà, il dramma di una madre che lavora in nero per tirare avanti, la storia di Cira (Francesca Argentile ndr) che scopre la propria sessualità non sono dinamiche portate spesso sullo schermo. È una storia che racchiude infinite storie».
Sta accompagnando il film nelle sale italiane: cosa colpisce maggiormente il pubblico lontano da Napoli?
«Il finale probabilmente, che ti lascia dentro una sensazione di positività. La domanda che arriva più spesso però è: “avete filmato davvero in quei posti?”. La risposta ovviamente è sì, perché sono luoghi che ci appartengono e che abbiamo voluto portare sullo schermo senza filtri. Il messaggio che cerchiamo di trasmettere è che, a prescindere dal contesto, i ragazzi hanno bisogno di essere ascoltati, e magari capiti. Questo vale per tutti loro, ma come adulti tendiamo a dimenticarcene».
Com’è cambiato il rap dall’old school di Yodi a quello della nuova generazione di Sasà? È ancora un mezzo di riscatto sociale?
«Certo, e credo che lo sarà per sempre. Il rap nasce dalla parola, e la parola nasce dal bisogno di farsi ascoltare. Il rap traduce in musica l’esigenza di urlare al mondo chi sei. Il cambiamento più evidente riguarda l’apertura della nuova scuola: una volta il rap era una nicchia, voleva restare solo nostro. Questo forse è stato l’errore dell’old school. È vero che oggi i ragazzi danno meno peso alle parole, ma non hanno paura di aprirsi al mondo: non si formalizzano sulle etichette e hanno creato un melting pot con gli italiani di seconda generazione; il risultato sono brani contaminati da suoni arabi, batterie americane e violini europei. Anche l’approccio alla lingua è cambiato, un tempo un pezzo rap in napoletano faticava a superare i confini regionali, oggi può raggiungere un pubblico globale».



