Dopo la morte del 21enne Rayan Lassoued, le segreterie territoriali dei sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil hanno fatto una richiesta formale al prefetto di Ravenna, Raffaele Ricciardi, «affinché assuma il ruolo attivo e continuativo di presidio e coordinamento sul tema della sicurezza sul lavoro affidatole dal “Patto territoriale per la prevenzione degli infortuni, la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro e la legalità”, convocando con la periodicità prevista la cabina di regia, promuovendo il lavoro dell’Osservatorio e stimolando iniziative straordinarie di controllo».
I sindacati usano toni critici per descrivere la condotta tenuta da altri soggetti coinvolti nella battaglia per garantire la sicurezza sui loghi di lavoro: «Da un po’ di tempo a questa parte, al di là delle parole di circostanza, sembra che solo alle organizzazioni sindacali interessi fare passi avanti con azioni concrete di prevenzione. Per questo chiediamo a tutti una chiara assunzione di responsabilità».
I rappresentanti dei lavoratori sollecitano la definizione e la sottoscrizione di protocolli stringenti sugli appalti pubblici e privati, che garantiscano trasparenza, tracciabilità delle responsabilità e piena tutela dei lavoratori lungo tutta la filiera: «I testi ormai condivisi da mesi devono essere al più presto sottoscritti superando ogni colpevole indugio o reticenza».
Dall’esortazione alla prefettura, una presa di posizione non così comune dopo un incidente sul lavoro, parte la nostra intervista a Francesco Marinelli, segretario generale della Cisl Romagna.
Marinelli, il comunicato ci dice che si sta perdendo tempo prezioso?
«La cabina di regia non si riunisce da diversi mesi e prevede un osservatorio che monitora la situazione. Quel comunicato vuole essere uno stimolo alla prefettura perché i momenti di confronto fra le parti sono occasioni di dialogo e miglioramento. La sicurezza è un tema trasversale a tutti i settori economici, si potranno fare passi avanti solo facendo fronte comune».
Perché la catena di appalti e subappalti è un tema spesso chiamato in causa dagli addetti ai lavori come una delle ragioni degli infortuni?
«Nel passaggio di incarichi tra aziende si rischia di perdere il controllo dell’organizzazione. La cessione di lavori o attività avviene spesso a condizioni economiche peggiori e il rischio è che si vada a sacrificare la sicurezza».
Nella prevenzione degli infortuni giocano un ruolo i protocolli operativi che stabiliscono paletti e riferimenti per le aziende. Com’è la situazione nel territorio provinciale?
«Da qualche tempo, sotto la regia della prefettura, si sta aggiornando un protocollo sugli appalti pubblici e privati. Stiamo elaborando i testi e vorremmo accelerare la discussione per arrivare a un punto di sintesi. Sono previsti alcuni cambiamenti che al momento non posso divulgare proprio perché non c’è ancora una firma definitiva».
A Ravenna è attivo un protocollo delle attività portuali che è stato aggiornato di recente dopo diverso tempo.
«La nascita di quel documento affonda le radici nella tragedia della Mecnavi. Dal 2008 è un impegno concreto non solo per i sindacati, ma credo per tutta la comunità ravennate. È stato uno dei primi in Italia e per noi è un elemento distintivo».
La prevenzione si fa anche attraverso le ispezioni delle autorità che possono ravvisare mancanze nel rispetto della normativa. L’attività ispettiva è sufficiente?
«È un tema critico. Gli organi di vigilanza ci sono e chi ci lavora è molto competente,ma mancano le forze per mettere in campo una vigilanza costante. È una questione di risorse: mancano medici del lavoro e mancano ispettori a livello nazionale, non solo locale. Sarebbe necessario ampliare le forze in campo anche per poter schierare figure con competenze specifiche dei diversi settori».
La repressione può essere un altro fronte che spinga l’impresa ad aggiornarsi? La paura di sanzioni può essere uno stimolo? Per infortuni e morti sul lavoro, si arriva a sanzioni reali per i responsabili della sicurezza?
«Le norme ci sono, l’Italia è un Paese avanzato sul fronte della normativa. Le sanzioni possono certamente avere un effetto di stimolo e forse non sono abbastanza severe, ma anche se lo fossero non restituirebbero la vita di un lavoratore o curerebbero le ferite di un incidente. In questo momento abbiamo bisogno di lavorare molto sulla prevenzione per diffondere la cultura della sicurezza e ridurre quelle mille persone che muoiono ogni anno in Italia sul lavoro».
La prevenzione contro gli infortuni ha un costo economico. Come si spiega all’imprenditore che non è da considerare uno spreco di risorse?
«Investire sulla sicurezza significa investire sul futuro, sulla crescita. Faccio un esempio: lavorare in sicurezza significa che i lavoratori hanno un ambiente che li mette a loro agio e li mette nelle condizioni migliori per dare il massimo finendo per renderli più produttivi. Alla fine di tutto per l’impresa è un investimento. È chiaro che serve una visione lungimirante. Nei giovani c’è sempre di più: è più comune la ricerca di un lavoro che ti faccia crescere e ti faccia stare bene».
La prevenzione passa in gran parte dalla formazione. Quante volte è vissuta come una “seccatura” di cui liberarsi più in fretta possibile?
«Come Cisl stiamo facendo battaglia proprio per evitare che sia vista solo come un adempimento burocratico. Per esempio stiamo andando nelle scuole a parlare di sicurezza sul lavoro e importanza della formazione. La formazione deve essere un elemento continuo nella vita del lavoratore. Ma non solo: deve essere centrale anche per il datore di lavoro. Molto spesso ci siamo resi conto che il titolare di un’azienda, magari piccola, non comprende il valore della competenza. Siamo in una fase di grandi cambiamenti e solo la formazione permette di stare al passo».
Oltre al datore di lavoro, il lavoratore è consapevole di quanto sia importante attenersi alle regole e alle competenza apprese dalla formazione?
«Il lavoratore che sottovaluta i rischi di solito è un lavoratore che non ha ricevuto sufficienti input prima di iniziare. È chiaro che se il lavoratore riceve le dovute istruzioni, ma non si attiene alle indicazioni, c’è una sua responsabilità nell’eventuale incidente. Se la formazione è fatta bene e il datore di lavoro attribuisce il giusto valore alla sicurezza, è difficile che il lavoratore sottovaluti i rischi».
Per far capire i rischi del lavoro può essere utile l’attività di divulgazione degli enti coinvolti: Inail, Inps, Ispettorato sul lavoro, Ausl, prefettura hanno miniere di dati ma sembrano poco propensi a fare divulgazione. Avete questa percezione?
«Le banche dati sono preziose, ma non è sempre facile spiegare i dati. Posso parlare per l’organizzazione che rappresento e dire che facciamo il possibile con analisi sistematica dei dati».



