Crisi Cmc: incassi mancati, due miliardi di debiti e sette richieste di fallimento

La Cooperativa muratori cementisti ha chiesto il concordato preventivo per evitare il crac, nel documento depositato le cifre della difficoltà. Il male del colosso di via Trieste è la scarsa liquidità. In allerta gli investitori di due bond da 575 milioni

2 7In un anno il volume produttivo è sceso da 549 milioni di euro a 514, il margine operativo netto è passato da 45 milioni a 37, la disponibilità liquida si è ridotta da 181 milioni a 89 e l’utile netto è passato da 3,8 milioni a 700mila euro. Sono alcuni cenni dello stato di crisi della Cmc, contenuti nel bilancio consolidato al 30 giugno scorso e messi nero su bianco dalla stessa società anche nel ricorso depositato il 4 dicembre al tribunale di Ravenna per la richiesta di concordato preventivo con riserva. Una mossa con cui la Cooperativa muratori cementisti, quarto gruppo italiano per dimensioni nel settore delle costruzioni con settemila dipendenti e un miliardo di fatturato annuo (70 percento all’estero, 80 percento da appalti pubblici), prova anche a bloccare sul nascere le sette istanze di fallimento presentate da creditori.

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Il presidente della Cmc Alfredo Fioretti

Cmc ha chiesto al tribunale sessanta giorni per presentare un piano di risanamento dell’esposizione debitoria e il riequilibrio della propria situazione finanziaria. La strada che presumibilmente sceglierà di percorrere la coop, come si legge anche nelle venti pagine del ricorso, passerà da un concordato misto in continuità: vengono congelate le possibilità di aggressione da parte dei creditori e la società propone una percentuale e una scadenza di pagamento dei debiti attraverso il portafoglio dei lavori da portare avanti e la liquidazione di alcuni beni. A quel punto all’assemblea dei creditori spetterà il voto sull’approvazione o meno del piano: l’ammissione al concordato aprirebbe la cura dimagrante del colosso per sopravvivere, il rifiuto potrebbe aprire le porte del crac.

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È la crescente crisi di liquidità il vero male di via Trieste, per via di mancati incassi attesi nell’ultimo quadrimestre di quest’anno. Ad esempio nel periodo settembre-novembre erano previsti 137 milioni e invece ne sono entrati solo 52 e la società non ha potuto far fronte a tutti gli obblighi. Così si spiegano i decreti ingiuntivi e i procedimento per la dichiarazione di fallimento. «La situazone di liquidità – scrive la società – è ulteriormente peggiorata, tanto da rendere ad oggi impossibile proseguire, in una prospettiva di continuità, una negoziazione in bonis con il ceto creditorio». Il ricorso depositato in tribunale certifica altri tre numeri utili per fotografare la situazione al 31 dicembre 2017: 2,2 miliardi di attivo patrimoniale, 850 milioni di ricavi, 2 miliardi di debiti.

Il consiglio di amministrazione ha preso la decisione nella riunione di domenica 2 dicembre, a mercati chiusi: «Nell’attuale frangente di tensione finanziaria di cassa – si legge in una nota divulgata dopo il Cda –, si ritiene che l’accesso al concordato con riserva rappresenti il percorso più efficace per porre in sicurezza il patrimonio e tutelare, in tal modo, tutti i portatori di interessi». Secondo il Sole 24 Ore, che cita fonti vicine alla società, «la situazione è sotto controllo e c’è lo spazio di manovra per definire nel corso dei prossimi mesi una soluzione non traumatica».

I primi scricchiolii si erano avvertiti un mese fa quando Cmc annunciò che avrebbe posticipato il pagamento di una rata di un bond in scadenza il 15 novembre. In circolazione ci sono due bond, per 575 milioni di euro: uno con scadenza 2022 per 250 milioni e un altro con scadenza 2023 per 325 milioni. La cedola non pagata (per 10 milioni) è relativa al bond con scadenza 2023. Il pagamento dovrebbe arrivare entro il 15 dicembre. Sempre secondo i retroscena svelati dal quotidiano di Confinsutria, gli investitori istituzionali proprietari delle obbligazioni Cmc si stanno organizzando a Londra per costituire un comitato.

Nata nel 1901 a Ravenna da 35 muratori, la coop è stata protagonista della ricostruzione post bellica e nel 1975 ha messo il naso fuori dall’Italia con la prima commessa in Iran. Gli anni ’80 hanno visto la Cmc attiva soprattutto in Africa. Nel 2010 la scoperta dell’America con l’acquisizione di una società di Boston. Il 2014 è un anno cardine: nel portafoglio ordini complessivo da tre miliardi di euro l’estero supera l’Italia fino a rappresentare il 70 percento di oggi raccolto in 40 Paesi di quattro continenti. L’80 percento del fatturato viene da appalti pubblici. L’azienda, come detto, alla fine del 2018 contava settemila dipendenti: di questi circa 400 gravitano attorno alla sede ravennate (un centinaio operai e gli altri amministrativi).

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