Vita da rider, la studentessa: «Il lavoro mi piace, chiedo solo una paga decente»

La testimonianza di una universitaria ravennate, rider a Bologna: «Non viene stabilito un metodo preciso, con colloquio»

Foto Riders Union

Foto Riders Union

Martina (nome di fantasia) ha 27 anni, è rider a Bologna per Just Eat e Deliveroo. Studentessa universitaria, è attivista di “Riders Union Bologna”. Frequenta la magistrale di chimica e viene da Ravenna.

Come si inizia a lavorare?
«Si fa una richiesta online. Inserisci i tuoi dati, poi firmi un contratto digitale. Senza alcun tipo di colloquio. Una cosa sbagliata: in molti, me compresa, iniziamo a lavorare senza sapere assolutamente nulla del lavoro che faremo. Si sa solo la paga, per questo si viene attirati. L’unica cosa che ti segnalano è l’uso di casco, freni e luci».

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L’uso di questi strumenti è a discrezione del rider?
«Sì. Quasi tutti i rider che conosco girano senza. Non viene stabilito un metodo di lavoro preciso, con colloquio. Tu consegni e basta. Ad esempio, anche il tipo di contratto che hanno creato a Deliveroo, Dynamic Fee: non sai esattamente quale sarà la paga precisa per la consegna».

In che senso?
«Il valore della consegna adesso dipende dai chilometri percorsi: ti viene comunicato il pagamento direttamente dall’algoritmo, senza un quadro chiaro di riferimento. Non solo: con Deliveroo non hai mai la conoscenza delle consegne esatte che potrai fare. Quando ti logghi potresti anche aspettare ore prima che ti arrivi un ordine. Per questo mi piacerebbe avere una paga oraria fissa».

Quando si lavora si è sempre da soli?
«Sì, i ragazzi sono completamente isolati. Le piattaforme puntano su quello: sul non creare gruppo, in modo che ognuno si senta da solo. Se hai dei problemi rimangono tuoi; l’unica cosa che puoi fare è mandare una mail a Deliveroo. Ma si tratta di un’azienda internazionale, non hai idea di come rintracciare chi ti risponde».

Quanto riesce a guadagnare?
«All’inizio del lavoro, nelle 3 o 4 ore del turno serale, riuscivo a mettere assieme 30 euro. Adesso ci siamo accorti che lentamente sta diminuendo il costo delle consegne, e di conseguenza anche la paga. Adesso arrivo a 20-30 euro».

Ha mai avuto un incidente?
«No, per fortuna. Ma se avverrà sarà un bel problema. Le piattaforme hanno stipulato un’assicurazione privata, ma il singolo rider, non potendo parlare con un responsabile diretto, non conosce esattamente le implicazioni burocratiche di questa assicurazione. Spesso non si sa esattamente quanto e come ti copra».

Ci sono differenze di trattamento fra uomini e donne?
«No. Siamo pagati esattamente uguali. Da quando lavoro non ho mai visto differenze di trattamento, né da parti dei ristoranti, né dei clienti, né dell’azienda».

Lavorano anche stranieri?
«Molti migranti fanno questo lavoro, soprattutto per Uber Eats. È difficile trovare un lavoro per gli italiani, figuriamoci per gli stranieri. Inoltre, la modalità dei colloqui e di assunzione è più facile per questi lavori».

Perché non lascia questo lavoro?
«Mi piace molto andare in bicicletta. Per me è un lavoro comodo, per gli orari. Lavorando alla sera riesco a guadagnare e a studiare. Chiedo solo un contratto con una paga oraria decente, il minimo sindacale: 7 euro. In modo da non essere costretta a correre».

Ha collaborato con altre piattaforme?
«Due anni fa, appena arrivata a Bologna, Just Eat aveva comprato PizzaBo. Eravamo in pochissimi, 10 o 15 fattorini. Un gruppo solidale e compatto. Avevamo un contratto di lavoro occasionale, però avevamo biciclette aziendali, ci pagavano le spese, a venivamo pagati all’ora».

Condizioni migliori rispetto a quelle di Deliveroo?
«Sì. Il contratto però non aveva nessun tipo di tutela per malattia o assicurazione. Quindi hanno deciso di cambiarlo e di farci Co.Co.Co., a tutele crescenti. Ma facendo così hanno diminuito di molto la paga e ci hanno tolto le biciclette aziendali. Per questo mi ero organizzata con gli altri fattorini e abbiamo avuto un confronto con i responsabili. Ma da un anno e mezzo il contratto è rimasto lo stesso».

Quindi conosce i responsabili di Just Eat?
«Sì. Con Just Eat è diverso: hai i numeri dei responsabili, sai a chi rivolgerti. Abbiamo visto queste persone l’anno scorso, qui a Bologna, per un confronto».

E invece con Deliveroo?
«Allucinante. Non c’è alcun tipo di dialogo o di contatto. Sono passata a Deliveroo per avere un paga migliore, ma mi sono resa conto che la condizione del lavoro è molto peggiore. È come una coperta: da un lato hai più tutele, ma la paga è bassissima. Dall’altro ti incentivano a lavorare ammaliandoti con una paga a consegna molto alta, ma senza avere nessunissima tutela».

 

Riders Union Bologna

La cosiddetta Carta di Bologna rappresenta un unicum nel panorama giuridico europeo. Emanata dall’amministrazione bolognese nel maggio del 2018, la “Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano”, questo il nome per esteso, ha raccolto le firme del sindaco Virginio Merola, dell’assessore al Lavoro Marco Lombardo, di Riders Union Bologna, dei segretari Cgil, Cisl e Uil e dei vertici di Meal srl, azienda italiana che raggruppa le piattaforme Sgnam e MyMenu. La Carta vincola chi la sottoscrive a titolo volontario ed è valida a livello comunale.
Questo atto di “soft law” stabilisce standard minimi di tutela per i lavori digitali di ogni settore. Si va dal diritto all’informazione del contratto lavorativo (luogo, modalità e periodicità del pagamento devono essere indicati chiaramente dalle piattaforme), al diritto a un compenso orario equo e dignitoso, per contrastare il cottimo; dal diritto a non svolgere il proprio lavoro senza penalizzazione in caso di condizioni meteorologiche negative, al diritto all’assicurazione sul lavoro; dalla libertà di organizzazione sindacale, alla tutela dei dati personali dei lavoratori raccolti dalle piattaforme. Questo risultato, raggiunto dopo mesi di trattative, non è stato sottoscritto dalle grandi piattaforme estere, come Deliveroo, Glovo, Just Eat e Uber Eats, che controllano di fatto la maggior porzione del comparto del food delivery in Italia.

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