Quell’ostilità tutta romagnola per il mondo del vino

Dai tempi bui del Regno d’Italia alla “svolta” di Gioacchino Rasponi, fino alle accuse di Nullo Baldini: gli ostacoli che hanno dovuto superare i vignaioli locali prima di raggiungere grandi risultati

Vendemmia Dipinto SorbiPerché la Romagna ha sempre fatto fatica ad avere la giusta considerazione nel mondo del vino?
Per rispondere alla domanda dobbiamo fare un passo indietro nel tempo. Anzi, due.
Il primo salto temporale ci riporta al 1958 per ascoltare una relazione di Nullo Baldini, professore esperto di enologia che a Forlì, nel corso dell’evento “Valorizzazione dei vini del forlivese attraverso la cooperazione enologica” accusa un atteggiamento troppo approssimativo e antiquato dei romagnoli. Per questo motivo in Romagna come in Emilia, asseriva: «[…] ci sono vinacci aspri e pesanti». In quel periodo in Romagna si usavano ancora i bigonci per i travasi anziché le pompe e si pigiava coi piedi uva e raspo.

Per capire il perché dell’ostilità contadina romagnola per la modernità occorre fare un altro passo indietro e catapultarci nel Regno di Italia. Marzo 1861, l’unità è fatta. In quel periodo la produzione vinicola era talmente pessima che si faceva fatica ad avere un consumo interno decente. Eccetto poche regioni – Toscana e Piemonte, dove c’era qualche vino degno di beva – il resto della produzione era scarsa per qualità e quantità. Per il giovane regno d’Italia si presenta, però, una possibilità di confronto importante che accende il desiderio di poter esportare verso nuovi mercati.

È il 1862, ci troviamo alla “Esposizione Universale di Londra”. Qui la viticoltura italiana si confronta con quella internazionale. Un banco di assaggio di migliaia di vini provenienti da tutto il mondo, Africa compresa, valutati da una giuria internazionale. Per l’Italia fu un disastro totale e lo smacco subito dai francesi fu da stimolo. I vini buoni in partenza dall’Italia arrivarono a Londra in aceto. Non furono in grado di reggere nemmeno il viaggio. Nacque una commissione col compito di analizzare la situazione viticola del Regno indicando i primi passi per raggiungere un miglioramento nella produzione. Voleva essere uno sprone a livello nazionale ma la Romagna non si fece coinvolgere. I contadini romagnoli non erano interessati a migliorare la qualità né tanto meno la quantità per vendere più vino.

Cantina Vecchie BottiglieIl consumo era limitato a livello famigliare. Si produceva e si beveva quello che c’era, eventuale eccedenza si vendeva al vicino di casa e la vite era vista come un’incombenza da svolgere il più in fretta possibile.
La scintilla che accese l’orgoglio dei romagnoli, però, venne nel 1865 dal sindaco di Ravenna Gioacchino Rasponi che con l’aiuto di un ambizioso agronomo milanese, un tal Antonio Galanti, comincia a incoraggiare i romagnoli a fare meglio per uscire dall’ignavia. Fu il sindaco che diede il via ai “comizi agrari” anticipando le più conosciute “cattedre ambulanti” e che stilò un vademecum, dettato dall’agronomo, con i giusti accorgimenti da intraprendere. Tra questi, tagliare il Trebbiano, considerata uva di pregio, con la più scadente Albana. Specificando che la mescola doveva essere fatta col vino vinificato in purezza invece che mescolare le uve diverse sul campo. Si davano indicazioni sulle proporzioni e sulle compatibilità: la Canina e l’Uva d’Oro meglio col Negretto o il Sangiovese. Si spiegava come evitare il contatto con l’aria, di sommergere il cappello, le bucce che emergono durante la fermentazione, per evitare di fare l’aceto, e dell’uso dello zolfo per sanificare botti e attrezzature.

Tutto l’impegno dell’allora sindaco di Ravenna fu preso con non poco scetticismo da parte dei proprietari terrieri, soprattutto nel lughese, che lamentavano l’eccessiva spesa rispetto al guadagno. Meglio il grano! Un muro derivante da una visione retrograda forse troppo vicina alla mentalità dello Stato Pontificio di cui la Romagna faceva parte: troppe frontiere, poco dialogo e pochi scambi culturali.
Capire tutto questo serve per capire il valore dei notevoli risultati ottenuti dai vignaioli romagnoli oggi e a tutti i “muri” che hanno dovuto aggirare ad ogni generazione per un secolo e mezzo…

 

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