Le originarie, frizzanti, vicende dello champagne di Romagna

Un tempo nelle osterie e nella case cittadine si imbottigliava il vino poco filtrato a febbraio che si trasformava “in bolla” a primavera: insomma spumante. Oggi si direbbe “vino ancestrale”

Tappo SpumanteQuest’anno è l’anno dello Champagne. Pare, ad oggi che lo Champagne sia finito. Semplicemente non ce n’è più. Champagne importanti, quelli che costano un rene per intenderci, sono già finiti e con loro anche quelli minori più economci. Se non avete Champagne francese con cui brindare, potete scegliere lo champagne romagnolo. In Romagna lo Champagne? Immagino già le vo- stre perplessità. In passato, però, il mito dello “champagne della bassa” c’era eccome.

Tradizione non contadina bensì cittadina. Era d’uso, infatti, prendere il vino direttamente dagli agricoltori, imbottigliarlo a casa propria e aspettare la primavera per sentire l’esplosione delle bottiglie nei sottoscala e negli scantnati per la felicità di tutti.
Questa pratica cominciata dal secondo dopo guerra si è trascinata fino a oggi. Come è cominciato tutto questo? All’epoca, le enoteche specializzate o le vinerie non esistevano ma c’erano le osterie, dove si poteva mangiare e fare spesa di salumi, formaggi e naturalmente vino. L’oste era la figura di spicco di questi ambienti, era l’esperto che creava i tagli, che oggi chiameremo “cuveé”, con lo scopo di distinguersi. I produttori di vino romagnoli del passato, infatti, strizzavano l’uva il più possibile per ottenere quantità. Era quindi l’oste che correva per vigne, che brigava nel retro della sua bottega, tagliava il vino e lo migliorava per attrarre più clienti. E in Romagna era normale andare per osterie per assaggiare i vini dei vari tavernieri.
L’oste romagnolo era perciò figura specializzata degna d’importanza ma anche mercante e, come tale, chi poteva inventare meglio di lui l’idea dello “Champagne romagnolo”?

Il vino imbottigliato a febbraio e poco filtrato si trasformava in bolla in primavera con l’alzarsi delle temperature. Oggi lo chiamano “vino ancestrale”. D’altra parte, la Romagna del passato è sempre stata terra dove si produ- ceva vino bianco in quantità nelle versioni spumante e fermo perché al romagnolo anche se fa il ruvido, la bollicina è sempre piaciuta. Col tempo i clienti seguirono l’e- sempio degli osti e a casa propria cominciarono a farsi lo champagnino. Quanto scrivo, sembra bizzarro ma è storia vera e accadeva soprattutto nel Ravennate. Queste vicende le ho attinte nel tempo, dalla memoria storica degli anziani. Facevano a gara, mi raccontavano, per vedere chi meglio “metteva in bolla il vino” e con i primi caldi primaverili si andava dagli amici per scoprire chi fosse il migliore. Secondo voi gli antenati degli odierni imbottigliatori come credete abbiano cominciato? C’è sempre il più sveglio che intuisce l’affare.

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Ci tengo a ricordare, inoltre, che la figura dell’oste, in quanto esperto, nasce dai tempi dell’antica Roma. I commercianti si rivolgevano a loro per avere le migliori partite di vino destinate ai mercati dell’Impero. Attualmente è raro imbattersi in una figura così completa. A proposito, in osteria, non fatevi “infinocchiare”. Gli osti del passato sapevano bene che mangiare il finocchio al- terava il gusto del vino facendolo sembrare migliore. I mercanti dell’impero erano consci che se a tavola arrivavano prima gli ortaggi del vino, la fregatura era dietro l’angolo.

Comunque sia, c’è ragione di pensare che la bolla in Romagna sia nata proprio così, nelle osterie, negli scantinati degli amici tra bottiglie che esplodevano al grido di festa quindi non temete per i vostri brindisi perché se cercate bolle romagnole ne troverete tante e soprattutto buone. La scelta è molto ampia e spesso emergono spumanti di alta qualità, realizzati con metodo classico, che nascono da uve bianche – oppure rosse vinificate in bianco – di vitigni autoctoni. Dalla Rambéla al Bûrson fino al classico Sangiovese, tanto per citarne solo alcuni.

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