Gabriele Gardella di Cyberpolservice, esperto di informatica forense, avverte: «Attenzione ai finti broker di assicurazioni auto»
«Se l’affare è così clamoroso che non vedete l’ora di vantarvi con gli amici per quanto avete risparmiato, allora quasi certamente è una truffa».
È il sistema empirico di Gabriele Gardella, 46enne informatico forense ravennate titolare della società Cyberpolservice, per fiutare gli inganni sul web. «A volte si rivolgono a me persone che hanno fatto acquisti convinti di aver risparmiato percentuali incredibili. Dovrebbe essere un campanello d’allarme sufficiente per tenersene alla larga e invece la sensazione di risparmiare è più allettante».
Negli ultimi tempi Gardella sta assistendo a diversi casi che riguardano le Rca. L’automobilista in cerca di un premio vantaggioso si imbatte per via telematica in un personaggio che si presenta come broker capace di fornire polizze con più compagnie e chiede i dati del veicolo da assicurare. «Una volta avuta la targa e i dati fa un preventivo con una compagnia online ma non inserisce il modello dell’auto del cliente ma una targa di una vettura di tutt’altro tipo. Tu hai un Q7 da 80mila euro e il broker truffatore chiede un preventivo per una Y10 del 1992. Poi modifica il preventivo e lo presenta al cliente che vede la cifra minima e accetta. Di fatto viene sottoscritta una polizza ma in caso di sinistro emerge l’incongruenza e il veicolo risulta di fatto scoperto».
E in alcuni casi si verifica anche un ulteriore inganno: «Il broker dopo aver incassato sospende la polizza senza dire niente al cliente e si tiene tutti i soldi poi sparisce e il guidatore non sa nulla».
Come capire che è un inganno: «Il primo segnale è la cifra. Se le compagnie tradizionali vi chiedono duemila euro di premio, sarà improbabile trovare qualcuno a 700 euro per la stessa polizza. Seconda cosa, attenti a come vogliono essere pagati: se non vogliono un bonifico ma addirittura una ricarica su Postepay io mi fare dei delle domande. Ma anche i bonifici possono essere insidiosi: controllate bene il nome dell’intestatario, spesso è un prestanome, che vive all’estero, irrintracciabile».
Ma occorre stare attenti anche quando si mette in vendita qualcosa ad esempio sul market place di Facebook. Occhio a chi vi contatta interessato all’acquisto: «Ti chiedono se accetti pagamenti con Paypal e ti dicono che il sistema vuole un codice del destinatario del pagamento. In realtà stanno cercando di cambiare la mail di accesso e da voi si fanno dare la chiave di sicurezza per completare l’operazione».
Di quali competenze informatiche è dotato il truffatore via web? «Di solito ha un minimo di conoscenze ma soprattutto ha ben chiara una cosa: la monetizzazione del bottino va fatta in fretta e senza lasciare tracce che lo rendano individuabile. Ecco perché i conti sono intestati ad altri e appena arrivano i soldi sottratti vengono prelevati in contanti».
I consigli per proteggersi riguardano prima di tutto le scelte dei canali da consultare: «I grandi venditori danno garanzie per le transazioni. Amazon è una struttura sicura, garantita. Se si esce da questi bisogna fare attenzione». E le password? «A mia figlia ho consigliato di tatuarsela addosso visto che la perde continuamente e fa di continuo la procedura per il recupero. A parte le battute, il consiglio è di utilizzare un generatore di codici: se ne trovano di gratuiti che danno un numero limitato di accessi da telefonino e illimitati da browser, può essere un buon sistema per proteggersi».
Stabili a 19 i pazienti Covid ricoverati in terapia intensiva. Da inizio pandemia in provincia i contagiati sono arrivati a quota 11.888
Nel territorio ravennate oggi, giorno di Natale, si sono registrati 194 casi: si tratta di 92 maschi e 102 femmine; 79 asintomatici e 115 con sintomi; 175 persone sono in isolamento domiciliare e 19 quelle ricoverate. 132 di queste sono state riscontrate da contact tracing; 47 per sintomi; 15 per test privati.
I tamponi eseguiti sono stati 2.736.
Inoltre si sono verificati 9 decessi: si tratta di 2 pazienti uomini di 72 e 91 anni e 7 donne di 80, 89, 92, 93, 94, 95 (2) anni.
In ambito regionale i contagi rilevati sono 2. 127 in più rispetto a ieri, su un totale di 10.861 tamponi eseguiti nelle ultime 24 ore. La percentuale dei nuovi positivi sul numero di tamponi fatti da ieri è del 19,6%. L’età media dei nuovi positivi di oggi è 47,2 anni.
La situazione dei contagi nelle province vede Bologna con 458 nuovi casi; a seguire Modena (363), Rimini (235), Ravenna (194), Reggio Emilia (168), Cesena (156), Ferrara (155), Piacenza (124). Poi la provincia di Parma (124), quindi Imola (76), e infine Forlì (74).
Si registrano in Emilia-Romagna anche 65 nuovi decessi che portano da inizio pandemia a quota 7.400 il numero delle vittime.
I pazienti ricoverati in terapia intensiva sono 206 (+5 rispetto a ieri), 2.711 quelli negli altri reparti Covid (-7). Sul territorio, i pazienti ricoverati in terapia intensiva sono così distribuiti: 14 a Piacenza (invariato rispetto a ieri), 11 a Parma (-1 rispetto a ieri), 16 a Reggio Emilia (-1 rispetto a ieri), 45 a Modena (invariato), 52 a Bologna (+1), 5 a Imola (invariato), 21 a Ferrara (+5 rispetto a ieri), 19 a Ravenna (invariato), 3 a Forlì (invariato), 1 a Cesena (invariato) e 19 a Rimini (+1).
Dal 7 dicembre al B&B Hotel di Ravenna 46 stanze a disposizione di positivi asintomatici impossibilitati all’isolamento domiciliare. La convenzione scadrà il 28 febbraio: il costo totale per l’azienda sanitaria potrà arrivare oltre 200mila euro
Passare il Natale in albergo potrebbe sembrare un privilegio ai tempi del lockdown per la pandemia da coronavirus ma non è così se si tratta di un Covid hotel. Sono 43 le persone positive al Sars-Cov-2, di cui tre minorenni, attualmente alloggiate al B&B Hotel di Ravenna. Dal 7 dicembre l’Ausl Romagna utilizza la struttura alle porte della città, in via della Lirica a ridosso della statale Adriatica, per persone positive, asintomatiche o paucisintomatiche e coloro per i quali è stata disposta la quarantena ma non possono restare isolati in modo adeguato al proprio domicilio. Finora ne hanno beneficiato 48 persone con permanenze che vanno dai 10 ai 21 giorni per gli isolamenti, dai 10 ai 14 per le quarantene.
La convenzione tra l’azienda sanitaria pubblica e la catena alberghiera internazionale (550 hotel in Europa di cui 42 in Italia) scadrà il 28 febbraio, con possibilità di proroga al 31 marzo. L’Ausl ha a disposizione 46 delle 78 camere (infatti cercando ad esempio su Booking.com si trova disponibilità senza particolari segnalazioni). Ai responsabili del marchio B&B Hotels abbiamo chiesto alcune informazioni sull’accordo e sull’organizzazione del servizio, compresi i dettagli di natura economica visto che si tratta di una fornitura a un ente pubblico. Ma dalla sede di Milano hanno preferito parlarci delle smart tv disponibili nelle camere piuttosto che delle cifre. È stata quindi l’Ausl, in maniera trasparente, a rispondere alle nostre domande: ogni camera è ad uso singolo e l’albergo incassa 30 euro al giorno per garantire la disponibilità, 55 se la stanza viene effettivamente utilizzata. Tra il 7 dicembre e il 28 febbraio ci sono 84 giorni: questo significa che il corrispettivo potrà arrivare fino a 212mila euro se tutte le camere saranno occupate tutti i giorni.
Sul posto non è presente personale sanitario perché si tratta di pazienti autosufficienti e senza bisogno di particolari cure: la sorveglianza viene effettuata dai medici di base, nel caso di pazienti senza MMG, la sorveglianza viene effettuata dai medici del dipartimento di cure primarie col supporto dell’Unità speciale coronavirus.
Agli ospiti vengono serviti i pasti principali dall’albergo (colazione, pranzo e cena) con la possibilità di ordinare snack durante tutta la giornata in modalità contactless, sia per quanto riguarda la consegna che il pagamento. «Per Natale – ci scrive la catena alberghiera – prevediamo di offrire una coccola ulteriore ai nostri ospiti omaggiandoli con un piccolo pensiero goloso per farli sentire un po’ più “a casa”». Dall’inizio dell’emergenza B&B Hotels ha sviluppato un protocollo di sanificazione dedicato: «Grazie al certificato dal Safety Label High Quality Anti Covid-19, applicato in tutte le sue strutture a tutela degli ospiti e dello staff in hotel, possiamo garantire la massima tranquillità di tutti».
Quello di Ravenna è il terzo Covid hotel in provincia. Da aprile a giugno c’era stato quello di Lido Adriano (53 ospiti in totale), da agosto a ottobre quello di Massa Lombarda (150 persone).
Cristiano Cavolini è originario di Solarolo e vive a Bologna, ha 46 anni e lavora come saldatore: «Faccio una vita non mia da quando ho lasciato l’Alberghiero a 14 anni». L’ingresso nella masterclass con un fish&chips dopo una spoja lorda asciutta
Il presidente della pro loco di Lugo, il 46enne Cristiano Cavolini originario di Solarolo e residente a Bologna, è tra i ventuno concorrenti della decima edizione di Masterchef. Un ravennate di nuovo nelle cucine del talent show di Sky Uno dopo cinque anni: l’ultima volta era stata con Erica Liverani che vinse la gara riservata a cuochi amatoriali.
Il gruppo completo dei concorrenti, la cosiddetta masterclass, è stata definita con la puntata andata in onda la vigilia di Natale. Cavolini ha dovuto superare una prova in più dopo che al primo test – trasmesso una settimana prima – con la sua spoja lorda rivisitata aveva convinto solo Bruno Barbieri e Giorgio Locatelli prendendo il grembiule grigio che lasciava aperte le possibilità ma non garantiva l’ingresso tra i 21 (qui il video della prima prova). Cavolini ha presentato ai giudici un piatto di fish&chips che Locatelli ha definito appetitoso e salato perfettamente.
Il ravennate lavora come saldatore ma ha raccontato di sentirsi in una vita non sua: a 14 anni ha dovuto lasciare l’Alberghiero per vicende familiari ma non ha mai abbandonato il sogno della cucina. Non a caso ha ribattezzato la sua spoja lorda “Tutti i miei sogni in un piatto”. Nel suo profilo Instagram si trova una foto dello stesso piatto di qualche mese fa: un test in vista della grande sfida?
A tifare per Cavolini ci sarà ovviamente tutta la pro loco: «Siamo tutti con lui – scrivono in un comunicato -. Anche in cucina farà vedere a tutti quanto vale». Per gli amici della pro loco non è una sorpresa l’abilità ai fornelli del presidente che è stato tra gli ispiratori del Pranzo della solidarietà, una delle tante iniziative organizzate dall’associazione lughese. Cavolini avrà anche un’ulteriore tifosa speciale, la compaesana Laura Pausini: la cantante infatti è stata sua compagna di banco ai tempi della scuola e dal suo profilo Instagram aveva incoraggiato l’amico.
Ordinanza di custodia cautelare per il pericolo di reiterazione del reato: la 48enne andrà in cella a Forlì
Daniela Poggiali in aula con il suo avvocato, Stefano Dalla Valle
Natale in carcere per la 48enne Daniela Poggiali di Lugo, l’ex infermiera dell’Ausl Romagna di recente condannata a trent’anni per l’omicidio pluriaggravato di un paziente ricoverato nel marzo 2014 nel suo reparto di Lugo. La donna è stata portata a Forlì per effetto di una ordinanza di custodia cautelare emessa per il pericolo di reiterazione del reato. La notizia è riportata dal sito dell’Ansa.
Come noto, Poggiali non lavora più per l’Ausl – il licenziamento avvenne per due foto in pose di scherno accanto a un cadavere – ma è formalmente ancora un’infermiera: il provvedimento di radiazione dall’albo è stato impugnato ed è tuttora pendente.
La 48enne è in attesa di un altro processo per la morte di un’altra paziente, la 78enne Rosa Calderoni deceduta l’8 aprile 2014 sempre all’ospedale di Lugo a causa, secondo l’accusa, di una iniezione di potassio: in questo caso dopo l’ergastolo in primo grado, la Poggiali era stata assolta da due successivi appelli a Bologna annullati da altrettante Cassazioni a Roma: si è in attesa dunque della data dell’appello-ter.
Giochi di luce in stile “Metropolis” di Fritz Lang sulla torre accanto all’ospedale Umberto I, simbolo della ricostruzione post bellica
La torre dell’acquedotto di Lugo, accanto all’ospedale, illuminata di verde come omaggio al personale sanitario impegnato nell’emergenza Covid. È l’iniziativa del Comune che è stata svelata ieri sera, 23 dicembre. La scelta dell’edificio è stata simbolica. Distrutta dai bombardamenti del 9 aprile 1945, la torre venne riedificata nel 1949 e fu dedicata alla memoria dei caduti della guerra come recita l’epigrafe sulla parete.
«Quando abbiamo progettato le luci di Natale – scrive su Facebook l’architetto Gabriele Montanari dell’ufficio comunale urbanistico -, abbiamo pensato all’opportunità di ringraziare con un gesto simbolico gli operatori dell’ospedale Umberto I. L’acquedotto di Lugo è il simbolo della ricostruzione della città, della sua rinascita dopo la guerra, l’architettura dal vago sapore decó ha lasciato immaginare suggestioni da “Metropolis”” di Fritz Lang. Grazie a tutti quelli che ci hanno aiutato, Riccardo Toffoletto con le sue macchine luminose e Davide Costa con il suo drone, ma anche all’Amministrazione che ci lascia sviluppare queste idee».
Iniziativa in collaborazione con i volontari della protezione civile: il video è su Facebook
Il gruppo comunale della protezione civile di Massa Lombarda e i ragazzi e le ragazze della scuola media “Salvo D’Acquisto” hanno realizzato un video per comunicare l’importanza dell’uso corretto della mascherina. Lo spot è multilingue, anche in dialetto, ed è già su Facebook (lo trovate anche in fondo a questa pagina).
Nel video il coordinatore della Protezione Civile massese Simone Pelliconi e il suo vice Andrea Fusco si presentano in diverse classi per insegnare agli alunni come indossare correttamente i dispositivi di protezione ma in un attimo i ruoli si invertono. I ragazzi dicono immediatamente di non aver bisogno di questo insegnamento perché, come affermano subito gli studenti: “Basta! Siamo noi, con voi, il futuro, abbiate fiducia, sappiamo benissimo che indossare la mascherina tutela la nostra salute e la vostra, noi lo abbiamo capito e voi?”. Un’esclamazione che tutti gli alunni ripetono in diverse lingue, lasciando stupiti i volontari della Protezione civile, tanto che, alla fine, è lo stesso giovane studente a riprendere l’adulto che porta la mascherina sotto al naso.
«Con questo slogan vorremmo puntare ancora di più l’attenzione sul contrasto al Covid-19 – spiegano i volontari della Protezione Civile -. In attesa della tanto aspettata somministrazione del vaccino non vogliamo, né dobbiamo, abbassare la guardia. Tutti possiamo agire e c’è qualcosa che ognuno di noi può fare. Vorremmo arrivare diretti ai giovani, renderli partecipi, protagonisti, di questa campagna nel darci una mano a sensibilizzare la cittadinanza».
Secondo le previsioni i lavori verranno completati nel corso del 2021
La situazione di pesante divario digitale nel comune di Casola Valsenio è destinata a cambiare grazie ai piani Bul (Banda Ultra Larga) del ministero dello Sviluppo Economico. Il progetto prevede la posa di circa 50 chilometri di cavi in fibra utilizzando per quasi l’85 percento infrastrutture aeree o interrate esistenti. I lavori avranno una durata di circa otto mesi.
I bandi per la realizzazione delle infrastrutture sono stati vinti dalla società OpenFiber (partecipata da Enel e da Cassa Depositi e Prestiti), società che nel prossimo gennaio 2021 inizierà le opere di posa delle reti anche sul territorio comunale di Casola Valsenio.
Una volta terminate le opere di OpenFiber, sul territorio comunale sarà disponibile una infrastruttura in grado di garantire collegamenti FTTH e FWA con una banda fino a 40 Giga-bit/s, e le infrastrutture di OpenFiber saranno rese disponibili ai vari operatori di telecomunicazioni che offriranno la connessione agli utenti finali.
L’Amministrazione Comunale cercherà di assicurare che i lavori vengano svolti nei modi e nei tempi previsti. Salvo inconvenienti, le connessioni degli utenti alla nuova rete FTTH saranno possibili entro il 2021.
Aggiornamento quotidiano sulla diffusione del Covid
Per il territorio provinciale di Ravenna oggi, 24 dicembre, si sono registrati 117 nuovi casi di coronavirus: 43 asintomatici e 74 con sintomi, 110 in isolamento domiciliare e 7 ricoverati. Nel dettaglio sono stati così individuati: 66 da contact tracing; 43 per sintomi; 8 per test privati. I tamponi eseguiti sono stati 2.471. I casi complessivamente diagnosticati da inizio contagio nel Ravennate sono 11.694.
Oggi la Regione ha comunicato dieci decessi: si tratta di 4 pazienti di sesso maschile di 80, 91, 96 e 100 anni e 6 di sesso femminile di 80, 84, 88, 89, 93 e 96 anni. Sono state inoltre comunicate circa 380 guarigioni e quindi sono oltre il 60 percento gli infettati che hanno superato la malattia. I morti più di 400.
Invece nell’intera Emilia-Romagna dall’inizio dell’epidemia si sono registrati 161.163 casi di positività, 1.692 in più rispetto a ieri, su un totale di 15.906 tamponi eseguiti nelle ultime 24 ore. La percentuale dei nuovi positivi sul numero di tamponi fatti da ieri è del 10,6 percento. L’età media dei nuovi positivi di oggi è 45 anni.
Su 742 asintomatici, 382 sono stati individuati grazie all’attività di contact tracing, 75 attraverso i test per le categorie a rischio introdotti dalla Regione, 12 con gli screening sierologici, 6 tramite i test pre-ricovero. Per 267 casi è ancora in corso l’indagine epidemiologica.
La situazione dei contagi nelle province vede Bologna con 436 nuovi casi, poi Modena (291), Reggio Emilia (180), Piacenza (148), Ferrara (139), Rimini (134), Ravenna (117), Parma (85), l’area di Cesena (74), il circondario di Imola (46) e Forlì (42).
Per quanto riguarda le persone complessivamente guarite, sono 2.341 in più rispetto a ieri. Il totale dei guariti sale dunque a quota 96.529. I casi attivi, cioè i malati effettivi, a oggi scendono a 57.299 (-725 rispetto a ieri). Di questi, le persone in isolamento a casa, ovvero quelle con sintomi lievi che non richiedono cure ospedaliere o risultano prive di sintomi, sono complessivamente 54.380 (-634), il 94,9% del totale dei casi attivi.
Si registrano 76 nuovi decessi: in totale, dall’inizio dell’epidemia i decessi in regione sono stati 7.335.
Calano i pazienti ricoverati in terapia intensiva, che sono 201 (-6 rispetto a ieri), e anche quelli negli altri reparti Covid, complessivamente2.718 (-85). Sul territorio, i pazienti ricoverati in terapia intensiva sono così distribuiti: 14 a Piacenza (invariato rispetto a ieri), 12 a Parma (-2 rispetto a ieri), 17 a Reggio Emilia (-1), 45 a Modena (invariato), 51 a Bologna (-2), 5 a Imola (invariato), 16 a Ferrara (invariato), 19 a Ravenna (invariato), 3 a Forlì (invariato), 1 a Cesena (-1) e 18 a Rimini (invariato).
Elisoccorso, terapia intensiva e responsabile donazione organi: Alberto Garelli racconta una carriera vissuta in prima linea. Una ferma convinzione: «Sfruttare in modo indecoroso le tecniche moderne per prolungare sofferenze e agonie del paziente credo che sia una delle iatture più grandi nella medicina intensivistica»
Il dottor Alberto Garelli a bordo dell’elicottero del 118
Alla vigilia del pensionamento gli ex colleghi già lo prendevano in giro dicendo che sarebbe finito a fare l’umarell davanti ai cantieri stradali, ma lui da pensionato parla ancora usando la prima persona plurale e non la terza: dice “noi del reparto” e non “loro dell’ospedale”. Perché quarant’anni passati tra Rianimazione e elisoccorso a Ravenna non si dimenticano in venti giorni. Il dottor Alberto Garelli, medico rianimatore originario di Bologna, è in pensione dall’1 dicembre e quando l’equipe di Terapia intensiva ci ha mandato due righe in redazione per un saluto a sorpresa tramite il nostro sito, ci siamo detti che la sua poteva essere una testimonianza che meritava di essere ascoltata. E gli abbiamo telefonato.
Dottor Garelli, da dove cominciamo?
«8 aprile 1981».
È stato il suo primo giorno di lavoro? Se lo ricorda?
«Me lo ricordo benissimo. Al reparto di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale di Faenza dove sono rimasto fino al 1994 quando sono passato a Ravenna. Mi ero laureato nel 1979 e cominciai dopo aver fatto un tirocinio pratico di un anno al Sant’Orsola. A quel tempo non era richiesta la scuola di specialità di cinque anni».
Garelli in turno in Rianimazione a Ravenna
Faenza era un ospedale a tutti gli effetti…
«C’erano tutte le specialità, addirittura due divisioni di chirugia generale. Però Tac e Risonanze non si facevano nemmeno a Ravenna: per un sospetto ictus bisognava andare al “Bellaria” di Bologna. A volte nelle chiacchierate nei turni di notte racconto quei tempi ai giovani specializzandi e non ci credono».
Hotel-Bravo, Hb, è invece la sigla con cui viene indicato l’elicottero del 118 nelle comunicazioni radio. Quando ha cominciato? «Dal 1987 quando il servizio è stato introdotto in modo regolare dopo un anno di sperimentazione».
Chi c’è a bordo?
«L’equipaggio è composto da quattro persone: il pilota, un assistente di volo che è un infermiere ma si occupa principalmente della sicurezza a terra e delle comunicazioni sanitarie via radio, poi un infermiere e un medico rianimatore che fanno l’intervento vero e proprio. Il personale viene scelto su base volontaria: oggi i medici sono circa 15-20 che ruotano. Tutti fanno una formazione aggiuntiva».
Che lavoro è?
«Sei da solo con l’infermiere, non hai alle spalle il supporto di una struttura ospedaliera: devi prendere decisioni veloci, devi valutare le priorità quando ci sono più feriti e i rinforzi non sono ancora arrivati. La tua decisione può fare la differenza fra la vita e la morte di qualcuno».
E le condizioni di intervento possono anche non essere agevoli…
«In spiaggia d’estate con 40 gradi, in inverno con la neve, in un fosso nel fango: puoi ritrovarti davvero nelle condizioni più difficili. E voli su un mezzo che ha anche qualche rischio. A volte ripenso a quando ho scelto di fare medicina: a chi mi chiedeva perché non facessi il dentista per le ragioni economiche rispondevo che non mi andava di mettere le mani in bocca alla gente…».
La paura di sbagliare un intervento può essere un freno? Il timore di una denuncia dai familiari di un paziente incide sulla serenità del professionista? «Lei parla della cosiddetta medicina difensiva e tocca un tasto dolente. È innegabile che in certe situazioni i comportamenti di qualcuno siano stati dettati dalla paura di mettersi nei guai. Per una certa diagnosi possono bastare 5 esami? E qualcuno invece ne chiede dieci per stare sicuro. Il vero professionista non lo fa ma è chiaro che questo succede. Di sicuro la medicina d’emergenza vive meno questa situazione perché le decisioni vanno prese in pochi minuti: se aspetti può essere troppo tardi».
Tra i suoi incarichi c’è stato anche quello di referente territoriale per la donazione organi. È un tema di cui si parla poco: com’è la situazione? «Se ne parla poco perché la gente fatica a parlare della propria morte. Posso dire che in provincia abbiamo sempre raggiunto i livelli previsti dal coordinamento nazionale».
Il 2 agosto 1980 Alberto Garelli era al Sant’Orsola
Qual è la procedura? «A parte le donazioni di fegato o di un rene che possono essere fatte da vivente, gli altri organi possono essere espiantati dopo il decesso: parliamo della morte del cervello certificata da criteri neurologici. Ma la morte deve avvenire in ospedale in modo che in Rianimazione si faccia proseguire l’attività del cuore per mantenere irrorati i tessuti il tempo necessario per andare in sala operatoria».
C’è disponibilità a donare? «Purtroppo sono ancora molti i rifiuti, del soggetto in vita o dei parenti: sinceramente non capirò mai questa scelta. Possiamo solo cercare di fare sensibilizzazione, di fare propaganda a favore di questa procedura. Partendo dai giovani. Ma è un lavoro sul lungo periodo».
Quando è il momento opportuno per toccare l’argomento con gli interessati? «Non fino a quando la persona è viva perché si potrebbe generare l’errata convinzione che ci sia l’interesse nel portarlo alla morte. E ovviamente non è così. Però dopo il decesso i tempi sono stretti: sei ore, il tempo in cui si può mantenere l’attività del cuore per verificare la conferma della morte cerebrale».
Quasi quarant’anni di carriera. Quali sono stati i momenti più critici? «Ho cominciato presto: ero un imberbe medico in tirocinio al Sant’Orsola il 2 agosto 1980 quando scoppiò la bomba alla stazione di Bologna. E poi quella volta nel 1998 in cui mi trovai sull’Adriatica in un incidente stradale con tre carabinieri morti sul colpo. Ed ero in reparto a Ravenna nel 2003 quando ci fu l’incendio in Rianimazione».
E poi è arrivata una pandemia. Gli ospedali erano pronti? «Faccio questo esempio: non possiamo avere autostrade a otto corsie per affrontare gli esodi estivi. Cosa ce ne faremmo nel resto dell’anno? La stessa cosa vale per le dotazioni sanitarie. Purtroppo la gente ha la memoria corta e dimentica quanto è migliorata la tanto criticata sanità pubblica».
Forse ci sono stati troppi tagli?
«Non sono d’accordo. Dobbiamo anche pensare che in certi servizi l’offerta fa la domanda. Mi spiego. Il pronto soccorso di Ravenna quando si è ampliato ha visto aumentare gli accessi perché le persone sanno che c’è una disponibilità. Purtroppo è un reparto in grande sofferenza soprattutto per il mare magnun di accessi impropri».
Cosa succede a chi arriva in terapia intensiva con il Covid? «Quando arrivano in un reparto così specifico abbiamo visto che nel 95 percento dei casi finiscono per aver bisogno di intubazione tracheale o sedazione e ventilazione meccanica. E la mortalità è alta perché si cerca di dare la ventilazione solo quando è davvero l’ultima possibilità. C’è una ragione. Non parliamo della panacea: la ventilazione meccanica, per come è fatta, può anche peggiorare la situazione di polmoni già compromessi: serve il tempo minimo indispensabile perché il paziente guarisca dall’infezione virale».
Nel salutarla, i colleghi di reparto hanno sottolineato la sua “capacità di riconoscere e rispettare la dignità umana anche in situazione critiche”. Da cosa pensa che venga questo apprezzamento? «Mi fa molto piacere sentirlo dire. Credo si riferiscano a una cosa cui tengo molto: non mi sono mai permesso di accanirmi terapeuticamente su un paziente. Sfruttare in modo indecoroso le capacità che la tecnica moderna ci mette a disposizione per prolungare indebitamente sofferenze e agonie credo che sia una delle iatture più grandi nella medicina intensivistica. Ma non confondiamo questo con l’eutanasia che è tutt’altro. Tutti pazienti hanno diritto a essere curati, non esiste il malato incurabile, ma la cura va proporzionata a tanti aspetti: tipo di malattia, prognosi, età, comorbidità e anche situazioni socio-familiari. E non è una valutazione che può fare il singolo medico ma sempre una equipe: giungere a decisioni di desistenza vuol dire non curarlo in modo eccessivo».
Il filo di luci che non funziona, la carta regalo, l’olio della frittura della cena senza parenti, l’albero spelacchiato: i consigli di Hera per feste green
Il Natale porta con sé nelle case anche tanti rifiuti da smaltire. Imballaggi in polistirolo, carta e nastri colorati, biglietti augurali, involucri in cartone e plastica, avanzi di cucina. Hera ricorda alcuni consigli per feste all’insegna della sostenibilità ambientale.
Luminarie casalinghe
Se non sono più utilizzabili, le luminarie casalinghe diventano Raee (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) e devono essere portate alla stazione ecologica. Lo stesso vale per cellulari, pc, palmari, televisori. Questi apparecchi, infatti, contengono metalli come piombo, cadmio, oro, cobalto, risorse esauribili in natura che, attraverso la raccolta differenziata, possono essere recuperate e riutilizzate.
Carta regalo
La carta regalo variopinta va, invece, nel contenitore grigio dell’indifferenziato, così come i nastri e i fiocchi che decorano i pacchi dono.
Alberi di Natale
Gli abeti senza radici, non più trapiantabili, possono essere trasformati in ottimo fertilizzante da riutilizzare in agricoltura. Hera invita, quindi, i cittadini a conferirli alla stazione ecologica. Nel caso sia attivo nel proprio comune il servizio di ritiro dei rifiuti verdi, è possibile anche chiederne il ritiro gratuito a domicilio chiamando il numero gratuito 800.999.500, attivo dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 22 e il sabato dalle 8 alle 18. Se presenti, possono essere conferiti anche nei cassonetti dei rifiuti vegetali (sfalci e potature), ovviamente ridotti in tronchetti per limitarne il volume. Gli alberi sintetici, se non più utilizzabili, devono essere portati alla stazione ecologica.
Rifiuti organici
Corrispondono a circa il 30% di tutti i rifiuti prodotti; dove è presente il servizio di raccolta, è necessario conferirli nel contenitore del rifiuto organico. In alternativa, possono essere riutilizzati attraverso l’uso della compostiera.
Oli esausti
Sono gli oli di frittura, quelli contenuti nei sottoli (verdure o tonno); devono essere raccolti a parte e conferiti negli appositi contenitori stradali oppure alla stazione ecologica. Gli oli vegetali esausti di uso domestico recuperati da Hera vengono inviati, previa lavorazione, alla bioraffineria Eni di Venezia, a Porto Marghera, dove sono convertiti nel biocarburante HVO, uno dei componenti per la produzione di Enidiesel+.
Cartone, vetro e plastica-lattine
Gli scatoloni e gli imballaggi in cartone devono essere ridotti di volume e gettati insieme alla carta. Gli imballaggi in plastica o polistirolo vanno invece inseriti nei contenitori gialli adibiti alla loro raccolta. Se si tratta di imballaggi di grandi dimensioni, la loro destinazione è la stazione ecologica. Nel caso in cui siano sporchi, invece, devono essere conferiti insieme all’indifferenziato. Le bottiglie di vetro vuote vanno conferite negli appositi contenitori: le campane stradali di colore verde. Le lattine e i barattoli che hanno contenuto bevande o cibi in scatola vanno, invece, sciacquati e gettati nel contenitore per la raccolta della plastica.
Per ogni dubbio, c’è il Rifiutologo
In caso di dubbi sul corretto conferimento dei rifiiuti è possibile consultare il Rifiutologo, all’indirizzo www.ilrifiutologo.it, la app scaricabile gratuitamente da tutti gli store oggi integrata con Alexa, l’intelligenza artificiale di Amazon che ora può dirci anche in quale contenitore gettare ogni singolo rifiuto o indicarci la stazione ecologica più vicina. Nel Rifiutologo sono riportate informazioni dettagliate sulla gestione di ogni materiale.
Si sta lavorando a una sperimentazione per un convoglio con alimentazione innovativa per collegare le due città sfruttando la spinta del 2021, settimo centenario della morte del poeta
Il primo treno a idrogeno in Italia potrebbe nascere nel nome di Dante sulla linea tra Firenze e Ravenna. È la sperimentazione a cui stanno lavorando le autorità coinvolte, dalle pubbliche amministrazioni alle società che si occupano di trasporto pubblico. Lo rivela il sindaco Dario Nardella, durante i lavori del Consiglio metropolitano.
Intanto il primo cittadino fiorentino e il collega ravennate, Miche de Pascale, hanno inviato una lettera congiunta a Trenitalia, al ministro Franceschini (Cultura) e alla ministra De Micheli (Infrastrutture), per attivare un servizio di trasporto con un treno unico per legare meglio le città del Sommo Poeta. Perché la realtà dei fatti, al di là delle ambizioni a idrogeno, è che oggi non si riesce a muoversi da una città all’altra senza cambiare treno.
Il 2021 sarà l’anno dantesco con il settimo centenario della morte del poeta. Ma i collegamenti tra la città di nascita e quella di morte potrebbero non agevolare gli scambi. Nardella ha ricordato che le due città sono connesse da un sistema ferroviario abbastanza carente, perché la Faentina non è elettrificata e non c’è neanche un treno unico che le collega. La tratta Firenze-Faenza ha dei limiti strutturali e gallerie piccole che rendono praticamente impossibile elettrificare il percorso. Per questo si possono sperimentare sistemi di trasporto green, attraverso l’idrogeno.
Soddisfatto Giannantoni Mingozzi, presidente di Tcr: «L’alimentazione a idrogeno ha ormai superato la fase sperimentale in molti Paesi europei e può aprirsi anche alla logistica merci ed ai collegamenti ferroviari con i nostri porti, a partire proprio da Ravenna; quindi le convenienze sono di carattere turistico per il traffico passeggeri Firenze-Ravenna con tempi di collegamento più veloci, grande prestigio storico e culturale e condizioni di trasporto agevoli, moderne e “green”, ma possono anche espandersi al commercio ed ai poli produttivi che si trovano nell’orbita delle nostre due città, tra le più conosciute al mondo».