domenica
26 Aprile 2026

Colletta alimentare, raccolti 118mila kg In crescita in provincia rispetto al 2015

Hanno partecipato duemila volontari in cento punti vendita Prodotti distribuiti ai bisognosi entro Natale

I ravennati hanno risposto presente all’iniziativa del Banco Alimentare andata in scena il 26 novembre all’uscita dai principali supermercati: oltre 118 tonnellate (7 in più rispetto all’anno scorso) sono state raccolte durante la ventesima edizione della colletta alimentare a sostegno di poveri e bisognosi. La provincia di Ravenna, dove hanno partecipato duemila volontari in cento punti vendita, è l’unica in regione dopo il capoluogo ad aver superato il tetto delle 100 tonnellate di raccolta.

In totale in regione sono state raccolte 877 tonnellate. La gran parte dei prodotti raccolti sarà distribuita entro le prossime due settimane alle 800 strutture caritative convenzionate che sul territorio regionale assistono oltre 139.600 persone bisognose. Questo permetterà alle persone assistite di ricevere un quantitativo extra di alimenti in occasione delle festività natalizie. Le quantità rimanenti verranno distribuite nei primi mesi del 2017.

«La colletta alimentare si conferma un’esperienza che coinvolge tutti – dichiara Andrea Giussani, presidente della fondazione Banco Alimentare Onlus – persone nelle più diverse situazioni personali e sociali, talvolta drammatiche. Abbiamo visto come il desiderio di “fare del bene” frantuma ogni muro tra gli italiani ma anche tra persone di etnie e religioni diverse, desiderose anch’esse di essere di aiuto. É stata un’occasione per educarci a rendere normale e quotidiana ogni iniziativa di accoglienza e di incontro con le persone e per fare anche i conti con il proprio desiderio di umanità. Possiamo umilmente affermare che, dopo vent’anni di Colletta Alimentare, la generosità dei volontari e dei donatori, fedeli e tenaci nello stesso gesto, ora diventato più maturo, si trasforma in una proposta anche di un nuovo modello di convivenza».

Spaccata notturna in profumeria Un tombino per sfondare la vetrata

Sabbioni in via Galilei già assaltato nello stesso modo un anno fa: i malviventi in quel caso furono catturati sull’argine del fiume

Hanno utilizzato il coperchio di ghisa di un tombino come ariete per sfondare la vetrata del negozio e intrufolarsi: spaccata notturna alla profumeria Sabbioni di via Galilei. I malviventi in azione tra il 27 e 28 novembre hanno svaligiato alcuni espositori del negozio portando via profumi e prodotti estetici. Lo stesso negozio era già stato svaligiato un anno fa con una modalità simile: in quel caso la polizia riuscì a prendere gli autori inseguendoli sull’argine del fiume. Il bottino però non era più recuperabile perché danneggiato.

«Cosa intende fare il sindaco dopo il bando deserto per la raccolta rifiuti?»

Question time presentato da quattro capigruppo di opposizione dopo il caso segnalato dalla Cgil

«È nostra opinione consolidata che quando si indice una gara pubblica di appalto di valore multimilionario, se concorre una sola impresa è perché le condizioni di partecipazione erano su misura; ma se non concorre nessuno, è invece certo che il bando era sbagliato». Così quattro capigruppo di opposizione in consiglio comunale a Ravenna – Alvaro Ancisi (Lpr), Massimiliano Alberghini (gruppo Alberghini), Alberto Ancarani (Forza Italia), Samantha Gardin (Lega Nord) – bollano il bando europeo di Hera da 18,5 milioni di euro per l’affidamento per un anno del servizio di raccolta e trasporto dei rifiuti solidi urbani, raccolte differenziate, spazzamento manuale e meccanizzato nei comuni della provincia di Ravenna.

Come aveva reso noto Cgil nei giorni scorsi, nessuna offerta economica è pervenuta entro i termini del bando (8 settembre). Alla luce di questo i quattro consiglieri comunali hanno depositato un question time al sindaco di Ravenna chiedendo come intenda attivarsi essendo anche uno dei maggiori azionisti di Hera e se intenda proporre al consiglio comunale una riforma radicale del sistema di conduzione del servizio di raccolta e gestione dei rifiuti solidi urbani.

«Aveva sollevato perplessità nella parte sindacale – scrivono i consiglieri d’opposizione –, in funzione della qualità del servizio e del trattamento del personale, l’aver fissato un cospicuo ribasso di circa 4 milioni rispetto alla precedente gara d’appalto, che è stata giustificata con lo scorporo della pulizia delle spiagge dalla gara. Tuttavia, a prescindere che il valore di tale servizio è di importo fortemente inferiore all’entità del ribasso, è legittimo presumere che la base d’asta imposta non abbia tenuto conto del maggiore volume delle prestazioni richieste, sia per l’esercizio delle attività stesse (ad esempio, i maggiori oneri per la giusta estensione a tutti i lavoratori del contratto nazionale FISE), sia per gli investimenti richiesti in termini di mezzi operativi, tenuto conto della brevità di un anno dell’appalto per poterli ammortizzare».

«Cosa intende fare il sindaco dopo il bando deserto per la raccolta rifiuti?»

Question time presentato da quattro capigruppo di opposizione dopo il caso segnalato dalla Cgil

«È nostra opinione consolidata che quando si indice una gara pubblica di appalto di valore multimilionario, se concorre una sola impresa è perché le condizioni di partecipazione erano su misura; ma se non concorre nessuno, è invece certo che il bando era sbagliato». Così quattro capigruppo di opposizione in consiglio comunale a Ravenna – Alvaro Ancisi (Lpr), Massimiliano Alberghini (gruppo Alberghini), Alberto Ancarani (Forza Italia), Samantha Gardin (Lega Nord) – bollano il bando europeo di Hera da 18,5 milioni di euro per l’affidamento per un anno del servizio di raccolta e trasporto dei rifiuti solidi urbani, raccolte differenziate, spazzamento manuale e meccanizzato nei comuni della provincia di Ravenna.

Come aveva reso noto Cgil nei giorni scorsi, nessuna offerta economica è pervenuta entro i termini del bando (8 settembre). Alla luce di questo i quattro consiglieri comunali hanno depositato un question time al sindaco di Ravenna chiedendo come intenda attivarsi essendo anche uno dei maggiori azionisti di Hera e se intenda proporre al consiglio comunale una riforma radicale del sistema di conduzione del servizio di raccolta e gestione dei rifiuti solidi urbani.

«Aveva sollevato perplessità nella parte sindacale – scrivono i consiglieri d’opposizione –, in funzione della qualità del servizio e del trattamento del personale, l’aver fissato un cospicuo ribasso di circa 4 milioni rispetto alla precedente gara d’appalto, che è stata giustificata con lo scorporo della pulizia delle spiagge dalla gara. Tuttavia, a prescindere che il valore di tale servizio è di importo fortemente inferiore all’entità del ribasso, è legittimo presumere che la base d’asta imposta non abbia tenuto conto del maggiore volume delle prestazioni richieste, sia per l’esercizio delle attività stesse (ad esempio, i maggiori oneri per la giusta estensione a tutti i lavoratori del contratto nazionale FISE), sia per gli investimenti richiesti in termini di mezzi operativi, tenuto conto della brevità di un anno dell’appalto per poterli ammortizzare».

Pini (Lega): «Dopo Brexit e Trump punto al triplete con la vittoria del no»

«Con il voto spazzeremo via una pessima riforma e consegneremo all’oblio il venditore di fumo Renzi»

ggggIn quella che Matteo Renzi senza forse troppa eleganza ha definito “accozzaglia del no” una parte cruciale è giocata anche dalle Lega Nord tra i cui protagonisti sul piano nazionale c’è il parlamentare ravennate Gianluca Pini a cui abbiamo rivolto una serie di domande, le stesse che abbiamo riservato anche a Giovanni Paglia di Sinistra Italiana (vedi sotto).
Dica la verità, quanto conta nel suo no la speranza di mandare a casa Renzi e quanto il merito della riforma?
«Visto che Renzi per primo si è voluto intestare l’onere di una sconfitta, è chiarissimo che il 4 si vota sia sul contenuto della riforma sia sul futuro del suo governo. Ritengo tuttavia che il voto, in prospettiva di una vera tenuta democratica del Paese, debba essere prevalentemente contro il tentativo di stravolgere garanzie costituzionali irrinunciabili sia per il singolo cittadino che per gli enti locali. Non sono ipocrita e non lo nascondo, la combinazione è molto intrigante: con un solo voto spazzeremo via una pessima riforma che vuole riportare ogni potere nelle mani di un centralismo romano e consegneremo definitivamente all’oblio il peggior venditore di fumo che la storia repubblicana ricordi. Guardi, mi sbilancio anche sull’esito: sono convinto della vittoria del NO, anche di larga misura. Ho già azzeccato sia la vittoria della Brexit che quella di Trump, punto al triplete…»
Cosa proprio non le piace della riforma Boschi? Il bicameralismo non è da superare?
«Non mi piace praticamente nulla, ad eccezione della riduzione del numero dei senatori, ma la cosa non basta a mitigare il resto: è un enorme pasticcio costituzionale che non semplifica nulla, incasina ancor di più la formazione delle leggi e toglie poteri agli enti locali, vero motore della gestione quotidiana della cosa pubblica. In merito al bicameralismo, certo che sarebbe da superare, il problema è che la Riforma Renzi-Boschi non solo non lo fa, ma lo complica in maniera incredibile, oltre a togliere ai cittadini ogni possibilità di eleggere direttamente i propri rappresentanti. Ho troppo rispetto per il concetto di democrazia per accettare che dei senatori che dovrebbero rappresentare dei territori ben definiti siano scelti da una cerchia ristretta di persone, magari nel segreto di una segreteria di partito. Invito ogni lettore curioso a verificare ciò che dico andandosi a leggere l’attuale art. 70 della Costituzione e compararlo con quanto propone Renzi: passiamo da 2 a 50 righe di testo: alla faccia della semplificazione…»
Se ora passa il no, il rischio non è che per altri trent’anni almeno tutto resterà bloccato?
«Balle: chi dice ciò o è profondamente ignorante (e ne ho sentiti diversi di ignoranti patentati inventarsi costituzionalisti ultimamente) o è in malafede. Nel 1993 la costituzione venne ritoccata in alcuni articoli. Nel 2001 la costituzione venne profondamente modificata nel Titolo V e vennero introdotti alcuni elementi di federalismo, seppur timidi e con troppe contraddizioni, Nel 2005 noi cambiammo la costituzione assegnando molti più poteri alle Regioni ma gli stessi fenomeni di sinistra che oggi sbraitano che se non passa la Riforma casca il mondo pensarono bene di bocciarla, proprio con un Referedum. Nel 2009 sono state apportate modifiche sostanziali e infine nel 2014 e 2015 Renzi l’ha modificata (male, anzi, malissimo)…. Non mi pare sia cosi difficile cambiare una costituzione obsoleta se vi è la volontà di farlo in senso democratico. La prossima legislatura sarà quella buona a mio avviso: è chiaro a tutti (ma evidentemente non a Renzi) che per fare un bel lavoro certe riforme vanno fatte a larga maggioranza, non a colpi di voti di fiducia. Che nemmeno in Pakistan si sognano di fare. Dato che ci attendono sfide importanti come la revisione dei trattati Ue, sarà scontato modificare anche la costituzione: lo Stato nazionale ormai è fallito, si va sempre più verso un’Europa dei Popoli e l’attuale Costituzione è una gabbia troppo stretta. E con la riforma Renzi diventa ancor più stretta».
La imbarazza votare come Grillo o la sinistra di Paglia, ma anche come Bersani?
«No, nessun imbarazzo, come Lega siamo stati coerenti fin dal primo momento nel dire a chiare lettere che una modifica della Costituzione fatta a colpi di voti di fiducia nasconde solo rischi. Forse saranno in imbarazzo loro, dato che qualcuno di questi signori che mi ha citato ha sostenuto e votata la riforma per ben 5 volte. Ora, per fortuna, ammettono l’errore e fanno marcia indietro: meglio tardi che mai. Storia diversa per Grillo, al quale poco importa del contenuto della Riforma mentre cerca, legittimamente, di far cadere Renzi sperando in un voto a breve. Cosa che in tanti auspicano anche se temo che il sistema romano di potere non molli facilmente l’osso».
Cosa succede il 5 dicembre se vince il no?
«Le ripeto, vincerà il No, e di larga misura. Ma questo non determinerà nessun cataclisma, così come non è successo nulla di devastante con la Brexit o con Trump. Ci sarà forse qualche giorno di speculazione, ma i mercati cercano stabilità e Renzi, a prescindere dalla riforma, non è più in grado di darne. Gli allarmi del Financial Times e del WSJ, dopo le figure da peracottari fatte con Trump, sono poco meno che barzellette: solo un tonto del resto può pensare che il semplice fatto di cambiare la Costituzione dia fiducia ai mercati. Gli investitori li si attirano con sistemi fiscali e giudiziari seri e maturi, non certo con un Senato di autonominati che leccano i piedi al Premier di turno. L’unico dramma lo vivranno Renzi e i suoi ministri, anche se non tutti. Molti verranno riciclati con l’ennesimo governo tecnico che i soliti noti si preparano a varare con la scusa dello spread, della stabilità e della legge elettorale da cambiare (non dimentichiamoci che la consulta ancora non si è espressa). L’unica vittima il 5 dicembre, sarà Renzi; vittima della sua stessa arroganza».

Ravenna Festival in ascolto del “rumore del tempo”

Presentata l’edizione 2017 dedicata al tema della “rivoluzione“ assieme alla poesia di Dante e alla musica classica dell’India

indianiÈ il “rumore del tempo” il suono – o una prefigurazione del caos attuale, nondimeno del concetto di “rivoluzione“ – che l’edizione 2017 del Ravenna Festival propone di ascoltare e cerca di interpretare in varie forme d’arte e di espressione culturale. Con oltre cento eventi in programma dal 25 maggio all’11 luglio e la consueta Trilogia d’Autunno.
Mai come quest’anno il cartellone della manifestazione si presenta eclettico e multidisciplinare, accogliendo articolate e autonome rassegne, sorta di festival nel festival. Molteplici progetti ed eventi che intersecano e riprendono il “rivoluzionario”, inquietante ma allo stesso modo esaltante, tema del cambiamento, del ribaltamento di prospettiva. Un tema che tocca anche il senso profondo della tradizione che può rivivere solo nel nuovo orizzonte di una mutazione.

Di fatto, ciò che si dispiega e si approfondisce in questa edizione del festival, nasce dall’anniversario secolare della Rivoluzione d’Ottobre in Russia, nel 1917: quei «dieci giorni che sconvolsero il mondo» secondo il racconto del giornalista americano John Reed.

Aria di Rivoluzione. Però, più dei risvolti sociali e ideologici di quella sovversione – commenta il direttore artistico Franco Masotti – «è interessante indagare quell’esplosione creativa che vide il mondo delle arti partecipare in prima fila a quel ribaltamento d’orizzonte. Le arti stesse sperimentarono una rivoluzione, sia formale, di linguaggio e contenuti, che di “uso” e comunicazione, mettendosi al servizio di quella propaganda che trovò proprio nella Rivoluzione Russa il più straordinario luogo in cui inventarsi affinando tecniche che giungono fino ai nostri giorni. Musica, teatro, poesia, arti figurative, cinema vissero un’irripetibile stagione di trasformazione, grazie a individualità geniali e potenti, come Mosolov, Lourié, Mejerchol’d, Majakovskij, Esenin, Blok, Chlebnikov, Malevič, El Lissitzky, Goncharova, Vertov, Eisenstein. Fu un gigantesco laboratorio che grazie all’incontro tra linguaggi artistici diversi elaborò la grammatica della modernità, per come oggi la conosciamo e pratichiamo. Anche artisti di generazioni immediatamente successive, come Prokof’ev e Šostakovič nella musica e poetesse e poeti come Achmatova e Cvetaeva, Mandel’stam, Pasternak, furono plasmati dalla rivoluzione e ne patirono sulla propria pelle, in alcuni casi particolarmente tragici, ferite profonde durante quello che Osip Mandel’stam ha icasticamente definito “epoca dei lupi”».

MutterSu queste tracce – e in particolare sul lacerante rapporto tra intellettuale e potere, esemplificato dalle vicende umane e artistiche di Šostakovič tratteggiate nel romanzo di Julian Barnes, intitolato per l’appunto Il rumore del tempo – si snoda una parte fondamentale del cartellone del festival. A partire dal grande “cuneo rosso” del pianoforte nella rivoluzione, evocato da Daniele Lombardi pensando a El Lissitzky, e dalla Vittoria sul sole, opera di Aleksej Kručënych, con musica di Matjusin e scene e costumi di Malevič, capolavoro del futurismo russo del 1913, anticipazione dell’audace estetica della Rivoluzione. Per arrivare al grande concerto interamente dedicato a Šostakovič dalla Filarmonica di San Pietroburgo, diretta da Yuri Temirkanov, con la celebre Sinfonia n. 7 Leningrado e il concerto per pianoforte, tromba e orchestra n. 1. Ma la grande “anima russa” riuscì a sopravvivere all’assedio nazista e alla dittatura staliniana: un esempio, nel cartellone del festival sono il repertorio del Coro del Patriarcato di Mosca diretto da Anatolij Grindenko e l’omaggio al grande regista Andrej Tarkovskij, attraverso due concerti. Quello proposto dal Duo Gazzana (con musiche di Bach, Silvestrov e Pärt) e quello che vede protagonisti il direttore Leonard Slatkin con l’Orchestra National de Lyon e la fuoriclasse del violino Anne-Sophie Mutter con l’esecuzione di Nostalghia di Tōru Takemitsu.
A questi omaggi si aggiunge una produzione commissionata alla giovane compagnia teatrale ravennate ErosAntEros, intitolata per l’appunto 1917: un canto per ridare vita alle parole e alle musiche di coloro che hanno vissuto e cantato la Rivoluzione Russa. Le musiche dal vivo saranno eseguite dal giovane ma valentissimo Quartetto Noûs e sono tratte dal Quartetto n. 8, una delle opere più amare e violente di Šostakovič.

Svolte musicali. Sempre a proposito di “rivoluzioni“, ma in questo caso di sensibilità ed estetica che hanno segnato la storia della musica, il festival ha preso di mira alcuni passaggi epocali e autori come Claudio Monteverdi, il ravennate Arcangelo Corelli, che con il suo “concerto grosso” segnò il passaggio sulle note dal Rinascimento al Barocco e a quell’Haydn che fu maestro di Mozart.
«A misurarsi con Haydn saranno musicisti che ricercano attraverso l’energia vitale della loro lettura la forza di una novità interpretativa, capace di portare una luce di viva attualità sulla musica del passato – ha spiegato in particolare il direttore artistico Angelo Nicastro – Ottavio Dantone e Giovanni Sollima, con Accademia Bizantina, saranno protagonisti di un concerto interamente dedicato a Haydn – le Sinfonie nn. 80 e 81 e il secondo concerto in re maggiore per violoncello – un incontro in esclusiva per Ravenna Festival. Mentre Corelli sarà celebrato da due violinisti, fra i più illustri e virtuosi interpreti del violino barocco originari della provincia ravennate: Stefano Montanari e Enrico Onofri si divideranno le 12 sonate dell’opera V di Arcangelo Corelli replicando entrambi la n. 12 – la celebre Follia – in quelle che abbiamo battezzato “Follie Corelliane”. A Claudio Monteverdi, di cui ricorre il 450° della nascita, sono dedicati due concerti: nella Basilica di San Vitale, I Cantori di San Marco e I Solisti della Cappella Marciana diretti da Marco Gemmani, proporranno la ricostruzione di un Vespro della Beata Vergine Assunta del periodo tardo veneziano della maturità del Claudio Monteverdi; nella Basilica di Sant’Apollinare in Classe Elena Sartori a capo dell’Allabastrina Choir & Consort, sotto il titolo È questa vita un lampo, proporrà significativi brani della Selva Morale e Spirituale. Infine, una ricorrenza che ci invita a celebrare mutamenti epocali che hanno avuto diretti influssi e ripercussioni sulle forme e le pratiche musicali è quella del V centenario della riforma luterana. Il corale luterano – che inserì nel canto sacro la lingua volgare e l’uso di temi semplici ispirati o tratti da melodie popolari – ebbe la sua espressione più alta grazie al genio di Johann Sebastian Bach. Sarà protagonista del concerto che La Stagione Armonica diretta da Sergio Balestracci terrà nella Basilica di Sant’Agata Maggiore; al corale luterano sarà abbinata l’esecuzione della Missa Papae Marcelli, anch’essa espressione dei rivolgimenti musicali che seguirono le nuove disposizioni in ambito liturgico stimolate dalla pubblicazione delle tesi di Lutero, grazie all’applicazione che ne fece un altro genio assoluto, quello di Giovanni Pierluigi da Palestrina».

MartinelliDante contemporaneo. In questa edizione prosegue e si intensifica l’attenzione del festival sulla poesia di Dante con tre progetti di ampio respiro in vista delle celebrazioni del VII centenerio della morte nel 2021. Quest’anno parte, con una maratona teatrale al Rasi lunga più di un mese, la messa in scena firmata da Marco Martinelli, Ermanna Montanari e il Teatro delle Albe, di Inferno, la prima delle tre cantiche dantesche che saranno rappresentate integralmenti con cadenza biennale (Purgatorio nel 2019 e Paradiso nel 2021). Al centro dell’allestimento ideato dall’autore e regista ravennate, una chiamata alla cittadinanza «dai bambini di otto anni agli anziani di ottanta» – ha sottolineato Martinelli – per partecipare ad uno spettacolo corale che prende spunto dalle sacre rappresentazioni medievali. D’altra parte prosegue anche la rassegna “Giovani artisti per Dante”, avviata nel 2015, con performance proposte da gruppi di nuove generazioni di creativi legate alla poetica dantesca che animeranno, anche in questo caso per un mese intero, i chiostri francescani. Mentre, con Les mémoir d’un seigneur, Olivier Dubois con i suoi danzatori porterà in scena un prologo a un più ampio progetto coreutico dedicato alla Divina Commedia nel percorso del Ravenna Festival verso il 2021 (tutti i particolari degli eventi danteschi del festival nell’articolo correlato).

ShankarPianeta India. Vero e proprio festival nel festival, Ravenna ospita nel 2017 un intenso programma di esplorazione e avvicinamento alla cultura musicale dell’India, grazie alle proposte del Darbar Festival di Londra, la più importante manifestazione di musica classica indiana fuori dal continente asiatico. Per tre giorni, mattina e sera, nel rispetto dei cicli giornalieri e annuali del raga, sono previsti concerti di varie tradizioni e aree geografiche dell’India: dal Sud (Carnatica) al Nord (Indostana). A completare la rasssegna, sono in programma anche dimostrazioni di stili e strumenti e sessioni di hatha yoga accompagnate da musica live. E non mancherà la danza grazie una delle più giovani e audaci coreografe inglesi di origine indiana, Shobana Jeyasingh, che presenterà in prima italiana la sua ultima creazione Material Men, per due danzatori di diverso stile e provenienza (classico e hip hop), su musiche originali della compositrice australiana Elena Kats-Chernin eseguite dal vivo dallo Smith Quartet. Infine, sempre in tema – e a 50 anni dalla pubblicazione del mitico album dei Beatles, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, che per la prima volta fece conoscere attraverso la musica popolare le sonorità del sitar e un grande della tradizione indiana come Ravi Shankar – il festival offre l’opportunità di ascoltare Anoushka Shankar, figlia del grande musicista scomparso qualche anno fa. L’artista, sulle orme del padre, presenterà per la prima volta in Italia la sua ultima composizione pubblicata nel disco Land of Gold.

Grandi sinfonie. Tornando invece alla grande tradizione musicale occidentale il cartellone del Ravenna Festival ha in serbo come di consueto importanti appuntamenti con la sinfonica e la cameristica. Oltre al già citato omaggio a Dmitrij Dmitrievič Šostakovič della Filarmonica di San Pietroburgo diretta da Yuri Temirkanov e l’Orchestra National de Lyon diretta da Leonard Slatkin, il concerto di apertura sarà affidato al grande direttore di scuola russa formatosi al conservatorio di San Pietroburgo, Semyon Bychkov a capo della Munich Philharmonic. In programma uno dei più popolari e monumentali capolavori della letteratura pianistica mondiale, il concerto n. 1 in si bemolle minore di Pëtr Il’ič Čajkovskij – solista Jean-Yves Thibaudet, mentre la seconda parte prevede il poema sinfonico Symphonie fantastique di Louis-Hector Berlioz, altra pagina di grande respiro del repertorio romantico. Ospite del festival anche l’Orchestra Nazionale della Rai, sul podio il direttore slovacco Juraj Valčuha e al piano David Fray, solista nel concerto per pianoforte di Robert Schumann; il programma prevede inoltre un altro poema sinfonico, Eine Alpensinfonie di Richard Strauss, pagina eseguita piuttosto raramente anche per via dell’assai ampio organico di 125 musicisti che prevede.
Non manca, indiscusso Maestro di casa, Riccardo Muti e la sua Orchestra Giovanile Luigi Cherubini che per l’edizione 2017 celebrerà proprio quest’anno il ventennale dei concerti de “Le Vie dell’Amicizia“.
Per quanto riguarda la musica da camera due le proposte di rilievo in cartellone: il Quartetto Adorno con un programma che va da Beethoven a Debussy e a Webern e l’esecuzione di Roberta Gottardi dell’Harlekin di Stockhausen.
Confermate anche la rassegna mattutina delle “Liturgie Domenicali“ nelle basiliche ravennati e i “Vespri a San Vitale“, tutte le sere alle 19, per tutta la durata del festival.

Ballet CubaDanzando. Come sempre il festival presenta una sezione dedicata all’arte coreutica. Oltre ai citati appuntamenti con le coreografie di Olivier Dubois e la danza indiana, in cartellone spiccano il Ballet Nacional de Cuba di Alicia Alonso che con La magia della danza presenterà ricreazioni rigorose di episodi di balletti come Giselle, La Bella Addormentata, Schiaccianoci, Lago dei cigni o Don Chisciotte. D’altra parte, torna al festival con una nuova ri-creazione il progetto Ric.ci di Marinella Guatterini che mette in scena Uccidiamo il chiaro di luna. Danze, voci, suoni del Futurismo italiano. Le coreografie sono di Silvana Barbarini – allieva di Giannina Censi, l’unica danzatrice futurista, scoperta da Filippo Tommaso Marinetti – eseguite dai danzatori della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi.

Da Classe a Comacchio alle foreste casentinesi. Tornano come suggestive quinte del festival due spazi spettacolari già frequentati con successo lo scorso anno. Si tratta dell’Antico Porto di Classe che quest’anno sarà teatro dell’allestimento de Il ciclope, dramma satiresco di Euripide con il Teatro dei Due Mari e DAF – Teatro dell’Esatta Fantasia e dei concerti Sound, Stones, Sunset del duo Fabio Mina/Geir Sundstol e Rise Up Singing con il Saskatoon Children’s Choir. L’altro spazio, fra ponti e canali, sarà il centro storico di Comacchio che ospiterà la seconda edizione del progetto dedicato alla musica e alla cultura popolare Tra anguille e tarante, firmato da Ambrogio Sparagna con la partecipazione dell’Orchestra Popolare Italiana dell’Auditorium Parco della Musica di Roma.   
Non mancherà l’ennesimo appuntamento fra natura, musica, racconti e convivialità con il Concerto Trekking, organizzato da Trail Romagna, quest’anno fra i boschi del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi nell’Appennino fra Romagna e Toscana.

Immagini in bianco e nero. Prosegue il progetto del festival di reimmaginare i grandi capolavori del cinema muto con l’esecuzione di colonne sonore dal vivo. Tre le proiezioni in programma: Il gabinetto del Dottor Caligari (1919) di Robert Wiene, che verrà musicato con la tecnica del live electronics dal quartetto di Edison Studio; La passion de Jeanne d’Arc di Carl Theodor Dreyer (1928), musicato con le voci a cappella dall’Orlando Consort nell’inedita cornice della chiesa di San Francesco; The Gold Rush (La febbre dell’oro, 1925) di Charlie Chaplin le cui musiche originali sono state ricostruite dallo specialista di soundtrack Timothy Brock che le eseguirà sul podio dell’Orchestra Luigi Cherubini.
Spazio invece all’immagine d’autore, accolta nelle sale del Mar, con una ampia mostra antologica di scatti dei fotografi ravennati, ma di levatura internazionale, Roberto Masotti e Silvia Lelli. La rassegna dal titolo Musiche presenta una straordinaria galleria di ritratti di artisti, senza confini di genere. Ulteriore momento espositivo la videoinstallazione Vuoto con memoria di Silvia Lelli, esito di un ininterrotto lavoro di ricerca che prosegue da anni negli spazi architettonici di Palazzo San Giacomo a Russi.

Cristina MutiUn talent per giovani artisti. «Spazio ai giovani, alle loro passioni e ai loro interessi, ascoltiamoli, incoraggiamoli e magari diamo a loro un’opportunità per crescere e comunque per esibirsi in pubblico» – queste, a sorpresa, le parole di Cristina Mazzavillani Muti, presidente, direttrice artistica e mentore del Ravenna Festival, che lo immagina, a paritire dalla nuova edizione 2017, anche uno spazio di “audizione“ per far emergere il talento e l’energia delle nuove generazioni di ravennati. «Invitiamo i nostri giovani a suonare, cantare, recitare, danzare… in diversi momenti pubblici e contesti che servano anche a riscoprire luoghi della nostra città che vanno tutelati e fatti rinascere. Penso alla Darsena di città, all’ex chiesa di San Domenico, al Convento dei Cappuccini e alla Rocca Brancaleone». Il “bando“ dell’inizativa potrebbe essere pubblicato a breve per arricchire il già corposo programma del festival.

Una nuova trilogia operistica. Sempre a proposito di ricco cartellone e della direzione creativa di Cristina Muti, è già pronto anche il progetto della Trilogia d’Autunno, in programma a fine novembre 2017. Al centro di questa ormai consolidata appendice “fuori stagione“ del Ravenna Festival sono tre opere fin de siecle, animate da una innovativa, per l’epoca, poetica “verista“: Cavalleria Rusticana di Mascagni, Pagliacci di Leoncavallo e Tosca di Puccini. Cristina Muti curerà la regia, l’ideazione scenica e l’impaginazione dell’intera operazione. A dirigere i tre titoli è stato chiamato Vladimir Ovodok, uno dei primi allievi dell’Italian Opera Academy di Riccardo Muti, che sarà a capo dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini e del Coro del Teatro Municipale di Piacenza.

Nella gallery fotografica sotto, oltre ad alcuni protagonisti del Ravenna Festival 2017 le immagini (foto Zani) dell’affollata presentazione della nuova edizione della manifestazione, a cui hanno partecipato la presidente Cristina Mazzavillani Muti, i codirettori artistici Franco Masotti e Angelo Nicastro, l’autore e regista Marco Martinelli, il sindaco De Pascale e l’assessore alla cultura Elsa Signorino. Due i sipari musiciali hanno arricchito l’incontro al Palazzo dei Congressi: un duo (sitar e tabla) di musica classica indiana dal Darbar Festival di Londra e l’iterprete di musica popolare Ambrogio Sparagna.   

Ravenna Festival in ascolto del “rumore del tempo”

Presentata l’edizione 2017 dedicata al tema della “rivoluzione“ assieme alla poesia di Dante e alla musica classica dell’India

indianiÈ il “rumore del tempo” il suono – o una prefigurazione del caos attuale, nondimeno del concetto di “rivoluzione“ – che l’edizione 2017 del Ravenna Festival propone di ascoltare e cerca di interpretare in varie forme d’arte e di espressione culturale. Con oltre cento eventi in programma dal 25 maggio all’11 luglio e la consueta Trilogia d’Autunno.
Mai come quest’anno il cartellone della manifestazione si presenta eclettico e multidisciplinare, accogliendo articolate e autonome rassegne, sorta di festival nel festival. Molteplici progetti ed eventi che intersecano e riprendono il “rivoluzionario”, inquietante ma allo stesso modo esaltante, tema del cambiamento, del ribaltamento di prospettiva. Un tema che tocca anche il senso profondo della tradizione che può rivivere solo nel nuovo orizzonte di una mutazione.

Di fatto, ciò che si dispiega e si approfondisce in questa edizione del festival, nasce dall’anniversario secolare della Rivoluzione d’Ottobre in Russia, nel 1917: quei «dieci giorni che sconvolsero il mondo» secondo il racconto del giornalista americano John Reed.

Aria di Rivoluzione. Però, più dei risvolti sociali e ideologici di quella sovversione – commenta il direttore artistico Franco Masotti – «è interessante indagare quell’esplosione creativa che vide il mondo delle arti partecipare in prima fila a quel ribaltamento d’orizzonte. Le arti stesse sperimentarono una rivoluzione, sia formale, di linguaggio e contenuti, che di “uso” e comunicazione, mettendosi al servizio di quella propaganda che trovò proprio nella Rivoluzione Russa il più straordinario luogo in cui inventarsi affinando tecniche che giungono fino ai nostri giorni. Musica, teatro, poesia, arti figurative, cinema vissero un’irripetibile stagione di trasformazione, grazie a individualità geniali e potenti, come Mosolov, Lourié, Mejerchol’d, Majakovskij, Esenin, Blok, Chlebnikov, Malevič, El Lissitzky, Goncharova, Vertov, Eisenstein. Fu un gigantesco laboratorio che grazie all’incontro tra linguaggi artistici diversi elaborò la grammatica della modernità, per come oggi la conosciamo e pratichiamo. Anche artisti di generazioni immediatamente successive, come Prokof’ev e Šostakovič nella musica e poetesse e poeti come Achmatova e Cvetaeva, Mandel’stam, Pasternak, furono plasmati dalla rivoluzione e ne patirono sulla propria pelle, in alcuni casi particolarmente tragici, ferite profonde durante quello che Osip Mandel’stam ha icasticamente definito “epoca dei lupi”».

MutterSu queste tracce – e in particolare sul lacerante rapporto tra intellettuale e potere, esemplificato dalle vicende umane e artistiche di Šostakovič tratteggiate nel romanzo di Julian Barnes, intitolato per l’appunto Il rumore del tempo – si snoda una parte fondamentale del cartellone del festival. A partire dal grande “cuneo rosso” del pianoforte nella rivoluzione, evocato da Daniele Lombardi pensando a El Lissitzky, e dalla Vittoria sul sole, opera di Aleksej Kručënych, con musica di Matjusin e scene e costumi di Malevič, capolavoro del futurismo russo del 1913, anticipazione dell’audace estetica della Rivoluzione. Per arrivare al grande concerto interamente dedicato a Šostakovič dalla Filarmonica di San Pietroburgo, diretta da Yuri Temirkanov, con la celebre Sinfonia n. 7 Leningrado e il concerto per pianoforte, tromba e orchestra n. 1. Ma la grande “anima russa” riuscì a sopravvivere all’assedio nazista e alla dittatura staliniana: un esempio, nel cartellone del festival sono il repertorio del Coro del Patriarcato di Mosca diretto da Anatolij Grindenko e l’omaggio al grande regista Andrej Tarkovskij, attraverso due concerti. Quello proposto dal Duo Gazzana (con musiche di Bach, Silvestrov e Pärt) e quello che vede protagonisti il direttore Leonard Slatkin con l’Orchestra National de Lyon e la fuoriclasse del violino Anne-Sophie Mutter con l’esecuzione di Nostalghia di Tōru Takemitsu.
A questi omaggi si aggiunge una produzione commissionata alla giovane compagnia teatrale ravennate ErosAntEros, intitolata per l’appunto 1917: un canto per ridare vita alle parole e alle musiche di coloro che hanno vissuto e cantato la Rivoluzione Russa. Le musiche dal vivo saranno eseguite dal giovane ma valentissimo Quartetto Noûs e sono tratte dal Quartetto n. 8, una delle opere più amare e violente di Šostakovič.

Svolte musicali. Sempre a proposito di “rivoluzioni“, ma in questo caso di sensibilità ed estetica che hanno segnato la storia della musica, il festival ha preso di mira alcuni passaggi epocali e autori come Claudio Monteverdi, il ravennate Arcangelo Corelli, che con il suo “concerto grosso” segnò il passaggio sulle note dal Rinascimento al Barocco e a quell’Haydn che fu maestro di Mozart.
«A misurarsi con Haydn saranno musicisti che ricercano attraverso l’energia vitale della loro lettura la forza di una novità interpretativa, capace di portare una luce di viva attualità sulla musica del passato – ha spiegato in particolare il direttore artistico Angelo Nicastro – Ottavio Dantone e Giovanni Sollima, con Accademia Bizantina, saranno protagonisti di un concerto interamente dedicato a Haydn – le Sinfonie nn. 80 e 81 e il secondo concerto in re maggiore per violoncello – un incontro in esclusiva per Ravenna Festival. Mentre Corelli sarà celebrato da due violinisti, fra i più illustri e virtuosi interpreti del violino barocco originari della provincia ravennate: Stefano Montanari e Enrico Onofri si divideranno le 12 sonate dell’opera V di Arcangelo Corelli replicando entrambi la n. 12 – la celebre Follia – in quelle che abbiamo battezzato “Follie Corelliane”. A Claudio Monteverdi, di cui ricorre il 450° della nascita, sono dedicati due concerti: nella Basilica di San Vitale, I Cantori di San Marco e I Solisti della Cappella Marciana diretti da Marco Gemmani, proporranno la ricostruzione di un Vespro della Beata Vergine Assunta del periodo tardo veneziano della maturità del Claudio Monteverdi; nella Basilica di Sant’Apollinare in Classe Elena Sartori a capo dell’Allabastrina Choir & Consort, sotto il titolo È questa vita un lampo, proporrà significativi brani della Selva Morale e Spirituale. Infine, una ricorrenza che ci invita a celebrare mutamenti epocali che hanno avuto diretti influssi e ripercussioni sulle forme e le pratiche musicali è quella del V centenario della riforma luterana. Il corale luterano – che inserì nel canto sacro la lingua volgare e l’uso di temi semplici ispirati o tratti da melodie popolari – ebbe la sua espressione più alta grazie al genio di Johann Sebastian Bach. Sarà protagonista del concerto che La Stagione Armonica diretta da Sergio Balestracci terrà nella Basilica di Sant’Agata Maggiore; al corale luterano sarà abbinata l’esecuzione della Missa Papae Marcelli, anch’essa espressione dei rivolgimenti musicali che seguirono le nuove disposizioni in ambito liturgico stimolate dalla pubblicazione delle tesi di Lutero, grazie all’applicazione che ne fece un altro genio assoluto, quello di Giovanni Pierluigi da Palestrina».

MartinelliDante contemporaneo. In questa edizione prosegue e si intensifica l’attenzione del festival sulla poesia di Dante con tre progetti di ampio respiro in vista delle celebrazioni del VII centenerio della morte nel 2021. Quest’anno parte, con una maratona teatrale al Rasi lunga più di un mese, la messa in scena firmata da Marco Martinelli, Ermanna Montanari e il Teatro delle Albe, di Inferno, la prima delle tre cantiche dantesche che saranno rappresentate integralmenti con cadenza biennale (Purgatorio nel 2019 e Paradiso nel 2021). Al centro dell’allestimento ideato dall’autore e regista ravennate, una chiamata alla cittadinanza «dai bambini di otto anni agli anziani di ottanta» – ha sottolineato Martinelli – per partecipare ad uno spettacolo corale che prende spunto dalle sacre rappresentazioni medievali. D’altra parte prosegue anche la rassegna “Giovani artisti per Dante”, avviata nel 2015, con performance proposte da gruppi di nuove generazioni di creativi legate alla poetica dantesca che animeranno, anche in questo caso per un mese intero, i chiostri francescani. Mentre, con Les mémoir d’un seigneur, Olivier Dubois con i suoi danzatori porterà in scena un prologo a un più ampio progetto coreutico dedicato alla Divina Commedia nel percorso del Ravenna Festival verso il 2021 (tutti i particolari degli eventi danteschi del festival nell’articolo correlato).

ShankarPianeta India. Vero e proprio festival nel festival, Ravenna ospita nel 2017 un intenso programma di esplorazione e avvicinamento alla cultura musicale dell’India, grazie alle proposte del Darbar Festival di Londra, la più importante manifestazione di musica classica indiana fuori dal continente asiatico. Per tre giorni, mattina e sera, nel rispetto dei cicli giornalieri e annuali del raga, sono previsti concerti di varie tradizioni e aree geografiche dell’India: dal Sud (Carnatica) al Nord (Indostana). A completare la rasssegna, sono in programma anche dimostrazioni di stili e strumenti e sessioni di hatha yoga accompagnate da musica live. E non mancherà la danza grazie una delle più giovani e audaci coreografe inglesi di origine indiana, Shobana Jeyasingh, che presenterà in prima italiana la sua ultima creazione Material Men, per due danzatori di diverso stile e provenienza (classico e hip hop), su musiche originali della compositrice australiana Elena Kats-Chernin eseguite dal vivo dallo Smith Quartet. Infine, sempre in tema – e a 50 anni dalla pubblicazione del mitico album dei Beatles, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, che per la prima volta fece conoscere attraverso la musica popolare le sonorità del sitar e un grande della tradizione indiana come Ravi Shankar – il festival offre l’opportunità di ascoltare Anoushka Shankar, figlia del grande musicista scomparso qualche anno fa. L’artista, sulle orme del padre, presenterà per la prima volta in Italia la sua ultima composizione pubblicata nel disco Land of Gold.

Grandi sinfonie. Tornando invece alla grande tradizione musicale occidentale il cartellone del Ravenna Festival ha in serbo come di consueto importanti appuntamenti con la sinfonica e la cameristica. Oltre al già citato omaggio a Dmitrij Dmitrievič Šostakovič della Filarmonica di San Pietroburgo diretta da Yuri Temirkanov e l’Orchestra National de Lyon diretta da Leonard Slatkin, il concerto di apertura sarà affidato al grande direttore di scuola russa formatosi al conservatorio di San Pietroburgo, Semyon Bychkov a capo della Munich Philharmonic. In programma uno dei più popolari e monumentali capolavori della letteratura pianistica mondiale, il concerto n. 1 in si bemolle minore di Pëtr Il’ič Čajkovskij – solista Jean-Yves Thibaudet, mentre la seconda parte prevede il poema sinfonico Symphonie fantastique di Louis-Hector Berlioz, altra pagina di grande respiro del repertorio romantico. Ospite del festival anche l’Orchestra Nazionale della Rai, sul podio il direttore slovacco Juraj Valčuha e al piano David Fray, solista nel concerto per pianoforte di Robert Schumann; il programma prevede inoltre un altro poema sinfonico, Eine Alpensinfonie di Richard Strauss, pagina eseguita piuttosto raramente anche per via dell’assai ampio organico di 125 musicisti che prevede.
Non manca, indiscusso Maestro di casa, Riccardo Muti e la sua Orchestra Giovanile Luigi Cherubini che per l’edizione 2017 celebrerà proprio quest’anno il ventennale dei concerti de “Le Vie dell’Amicizia“.
Per quanto riguarda la musica da camera due le proposte di rilievo in cartellone: il Quartetto Adorno con un programma che va da Beethoven a Debussy e a Webern e l’esecuzione di Roberta Gottardi dell’Harlekin di Stockhausen.
Confermate anche la rassegna mattutina delle “Liturgie Domenicali“ nelle basiliche ravennati e i “Vespri a San Vitale“, tutte le sere alle 19, per tutta la durata del festival.

Ballet CubaDanzando. Come sempre il festival presenta una sezione dedicata all’arte coreutica. Oltre ai citati appuntamenti con le coreografie di Olivier Dubois e la danza indiana, in cartellone spiccano il Ballet Nacional de Cuba di Alicia Alonso che con La magia della danza presenterà ricreazioni rigorose di episodi di balletti come Giselle, La Bella Addormentata, Schiaccianoci, Lago dei cigni o Don Chisciotte. D’altra parte, torna al festival con una nuova ri-creazione il progetto Ric.ci di Marinella Guatterini che mette in scena Uccidiamo il chiaro di luna. Danze, voci, suoni del Futurismo italiano. Le coreografie sono di Silvana Barbarini – allieva di Giannina Censi, l’unica danzatrice futurista, scoperta da Filippo Tommaso Marinetti – eseguite dai danzatori della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi.

Da Classe a Comacchio alle foreste casentinesi. Tornano come suggestive quinte del festival due spazi spettacolari già frequentati con successo lo scorso anno. Si tratta dell’Antico Porto di Classe che quest’anno sarà teatro dell’allestimento de Il ciclope, dramma satiresco di Euripide con il Teatro dei Due Mari e DAF – Teatro dell’Esatta Fantasia e dei concerti Sound, Stones, Sunset del duo Fabio Mina/Geir Sundstol e Rise Up Singing con il Saskatoon Children’s Choir. L’altro spazio, fra ponti e canali, sarà il centro storico di Comacchio che ospiterà la seconda edizione del progetto dedicato alla musica e alla cultura popolare Tra anguille e tarante, firmato da Ambrogio Sparagna con la partecipazione dell’Orchestra Popolare Italiana dell’Auditorium Parco della Musica di Roma.   
Non mancherà l’ennesimo appuntamento fra natura, musica, racconti e convivialità con il Concerto Trekking, organizzato da Trail Romagna, quest’anno fra i boschi del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi nell’Appennino fra Romagna e Toscana.

Immagini in bianco e nero. Prosegue il progetto del festival di reimmaginare i grandi capolavori del cinema muto con l’esecuzione di colonne sonore dal vivo. Tre le proiezioni in programma: Il gabinetto del Dottor Caligari (1919) di Robert Wiene, che verrà musicato con la tecnica del live electronics dal quartetto di Edison Studio; La passion de Jeanne d’Arc di Carl Theodor Dreyer (1928), musicato con le voci a cappella dall’Orlando Consort nell’inedita cornice della chiesa di San Francesco; The Gold Rush (La febbre dell’oro, 1925) di Charlie Chaplin le cui musiche originali sono state ricostruite dallo specialista di soundtrack Timothy Brock che le eseguirà sul podio dell’Orchestra Luigi Cherubini.
Spazio invece all’immagine d’autore, accolta nelle sale del Mar, con una ampia mostra antologica di scatti dei fotografi ravennati, ma di levatura internazionale, Roberto Masotti e Silvia Lelli. La rassegna dal titolo Musiche presenta una straordinaria galleria di ritratti di artisti, senza confini di genere. Ulteriore momento espositivo la videoinstallazione Vuoto con memoria di Silvia Lelli, esito di un ininterrotto lavoro di ricerca che prosegue da anni negli spazi architettonici di Palazzo San Giacomo a Russi.

Cristina MutiUn talent per giovani artisti. «Spazio ai giovani, alle loro passioni e ai loro interessi, ascoltiamoli, incoraggiamoli e magari diamo a loro un’opportunità per crescere e comunque per esibirsi in pubblico» – queste, a sorpresa, le parole di Cristina Mazzavillani Muti, presidente, direttrice artistica e mentore del Ravenna Festival, che lo immagina, a paritire dalla nuova edizione 2017, anche uno spazio di “audizione“ per far emergere il talento e l’energia delle nuove generazioni di ravennati. «Invitiamo i nostri giovani a suonare, cantare, recitare, danzare… in diversi momenti pubblici e contesti che servano anche a riscoprire luoghi della nostra città che vanno tutelati e fatti rinascere. Penso alla Darsena di città, all’ex chiesa di San Domenico, al Convento dei Cappuccini e alla Rocca Brancaleone». Il “bando“ dell’inizativa potrebbe essere pubblicato a breve per arricchire il già corposo programma del festival.

Una nuova trilogia operistica. Sempre a proposito di ricco cartellone e della direzione creativa di Cristina Muti, è già pronto anche il progetto della Trilogia d’Autunno, in programma a fine novembre 2017. Al centro di questa ormai consolidata appendice “fuori stagione“ del Ravenna Festival sono tre opere fin de siecle, animate da una innovativa, per l’epoca, poetica “verista“: Cavalleria Rusticana di Mascagni, Pagliacci di Leoncavallo e Tosca di Puccini. Cristina Muti curerà la regia, l’ideazione scenica e l’impaginazione dell’intera operazione. A dirigere i tre titoli è stato chiamato Vladimir Ovodok, uno dei primi allievi dell’Italian Opera Academy di Riccardo Muti, che sarà a capo dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini e del Coro del Teatro Municipale di Piacenza.

Nella gallery fotografica sotto, oltre ad alcuni protagonisti del Ravenna Festival 2017 le immagini (foto Zani) dell’affollata presentazione della nuova edizione della manifestazione, a cui hanno partecipato la presidente Cristina Mazzavillani Muti, i codirettori artistici Franco Masotti e Angelo Nicastro, l’autore e regista Marco Martinelli, il sindaco De Pascale e l’assessore alla cultura Elsa Signorino. Due i sipari musiciali hanno arricchito l’incontro al Palazzo dei Congressi: un duo (sitar e tabla) di musica classica indiana dal Darbar Festival di Londra e l’iterprete di musica popolare Ambrogio Sparagna.   

«Il giornalismo stia più lontano dalle élite e più vicino alle persone»

Sarah Varetto, direttore di SkyTg24: «Un politico in meno e una storia in più aiutano a capire meglio il Paese»

«Ho cominciato a fare questo lavoro nel 1992 e se penso alla dotazione tecnica che avevamo allora, oggi il giornalismo è proprio un altro mestiere. Ma il bisogno di giornalisti rimane e il loro ruolo nel contesto di oggi diventa ancora più importante». Sarah Varetto ha 44 anni e dal 2011 dirige SkyTg24, il canale all news della pay-tv satellitare dove è arrivata nel 2003 occupandosi di economia. Il 27 novembre sarà al teatro Alighieri per ritirare il premio Guidarello al giornalismo d’autore assegnato da Confindustria Romagna (vedi tra i correlati per i nomi di tutti i premiati).

Direttore, partiamo proprio dal Guidarello: un premio al giornalismo è il tentativo del settore di non avvilirsi oppure non è vero che c’è crisi nei giornali? Insomma, come se la passa il mestiere?
«Lo stato di salute del mestiere dipende molto da quali media prendiamo come riferimento. Vediamo che c’è una crescita della diffusione e del consumo di informazioni attraverso smartphone e siti web, spesso a discapito della carta stampata. Però la tv in Italia resta per molti la fonte principale di notizie. Cambiano i mezzi e le piattaforme attraverso cui si distribuiscono le notizie e questo rende ancora più necessario un ruolo del giornalista come garante della veridicità dei fatti o come selezionatore: ecco perché non abbiamo mai mandato in onda un solo frame dei video dell’Isis: non ci sto a fare da gran cassa. Il pubblico non vuole panzane».

E forse il pubblico resta anche un po’ deluso quando i media sbagliano la lettura della realtà come accaduto con Brexit e Trump…
«Non si può raccontare l’America guardandola da New York. Il problema di molto giornalismo, non solo italiano, è essere troppo contiguo all’establishment: bisogna stare più lontani dalle élite che governano e più vicini alle persone. I miei giornalisti li mando fuori a raccogliere le storie: un politico in meno e una storia in più aiutano a capire meglio come cambia il nostro Paese».

Tra le nuove piattaforme di fruizione ormai quotidiana per molti c’è il web. Ma i dati dicono che la produzione di news online non è proprio una macchina da soldi per gli editori. Il settore si sta interrogando su quali modelli di business abbracciare?
«Bisogna capire in che modo e maniera farsi remunerare il lavoro fatto. Ogni azienda sta facendo i suoi ragionamenti, dal paywall all’advertising: il settore è in sviluppo, per adesso non fa soldi a palate ma è destinato a crescere».

Quanto incidono i dati di ascolto sulle scelte di redazione?
«Sulla linea editoriale ben poco perché anche se siamo visibili in chiaro sul digitale terrestre siamo una paytv e per noi la cosa più importante è la soddisfazione degli abbonati. Però quando capita di sperimentare qualche linguaggio nuovo può essere interessante misurare l’apprezzamento».

Quante telefonate riceve il direttore di SkyTg24 dalla politica?
«Pochissime. Alle spalle abbiamo un editore puro che fa questo di mestiere e quindi è lontano da conflitti di interessi veri o potenziali. Siamo liberi e la politica questo lo sa, ormai è consolidato».

Cosa c’è nel futuro più prossimo del giornalismo?
«La professione avrà un brillante futuro se saprà adattarsi alle trasformazioni delle nuove tecnologie. Al centro c’è sempre la notizia che si diffonde a raggiera attraverso tutti i canali oggi a disposizione di una testata».

Può accadere che un giornalista d’inchiesta sappia fare un buon lavoro sulla carta stampata ma non altrettanto per un canale televisivo?
«Sono mestieri diversi, le modalitù del racconto sono diverse. Una bella inchiesta tv richiede non solo la capacità del giornalista di trovare i fatti e raccontarli ma anche quella di saper catturare immagini belle. C’è differenza».

Il futuro quindi sarà confezionare la stessa notizia in maniera diversa per pubblici diversi?
«Parliamoci chiaro: con gli smartphone oggi nessuno aspetta l’edizione delle 20 del Tg per avere le notizie. Però è ovvio che su un telefonino posso leggere le breaking news mentre un servizio di approfondimento andrò a cercarlo su altri canali. Il futuro dell’informazione risiede nella capacità di una testata di adattarsi ai nuovi linguaggi di racconto. Ad esempio noi di SkyTg24 già adesso cerchiamo di curare certi prodotti con un taglio più simile al racconto della serialità televisiva che è quella con cui il pubblico ha più confidenza».

Facendo così ne risente la sacralità dell’informazione?
«Mi sa che se continuiamo a parlare della sacralità dell’informazione finiremo per rinchiuderci in un santuario. Dobbiamo uscire dagli schemi vecchi: l’impegno del giornalista è raccontare la realtà ma questo non toglie che si possa fare con linguaggi più moderni, sfruttando la tecnologia che abbiamo visto arrivare nel corso degli anni».

Come tanti giornalisti l’esordio è stato in una testata locale, una televisione piemontese. Quanto detto finora per le grandi testate nazionali sulla necessità di adattarsi vale anche per l’informazione locale?
«Sono fermamente convinta che anche il locale debba percorrere tutti i canali. La domanda di informazione locale penso che resterà sempre. Veniamo da un’epoca in cui le élite consideravano positivo tutto quello che era sovranazionale a prescindere dal caso specifico e questo ha avuto forse un ruolo nella scarsa capacità di governare la globalizzazione. Come effetto di questo ora c’è una voglia di chiudersi nella propria comunità».

E quindi il giornalismo partecipativo va tenuto in considerazione…
«È inevitabile perché la tecnologia di oggi fa in modo che chiunque possa diffondere la sua testimonianza di un evento».

Così siamo arrivati al mondo dei social network. Il direttore di SkyTg24 ha un profilo Twitter ma non Facebook. È una scelta particolare?
«Diciamo che uso i social quasi esclusivamente per lavoro: mi informo sui social e mi interessano come fenomeno dove si costruiscono tendenze che di veritiero hanno ben poco».

Una curiosità collegata al tema social. Nella breve bio su Twitter c’è scritto direttore e non direttrice. Sul tema del linguaggio di genere si dibatte molto: che linea vi siete dati in redazione? È una questione su cui i media dovrebbero porsi una riflessione?
«Per me la questione non è dirimente. Credo che sia più importante che le donne arrivino in posizioni apicali della declinazione di un titolo. E poi l’Accademia della Crusca le considera entrambe corrette».

Scuola Bottega: terza edizione per il progetto che mette in rete imprese, scuola e famiglie

Presentato all’istituto agrario Perdisa, è realizzato da professionisti dell’associazione Amici di Enzo

Dalle serre al panificio, dalle piante ai dolci, al controllo di qualità dei cereali, passando per una traversata verso la Croazia: è iniziato anche quest’anno il progetto “Scuola Bottega” all’istituto Agrario di Ravenna e condotto dai professionisti dell’Associazione Amici di Enzo (presieduta da Antonia Gerardi). Fortemente voluto dalla Dirigente Scolastica Maria D’Esposito e dai docenti, la nuova “edizione” di questo percorso, esordisce con ulteriori potenziamenti che allargano il fronte delle offerte formative, finalizzate al soddisfacimento delle aspirazioni dei singoli partecipanti.

Il successo delle prime due edizioni ha convinto tutti i soggetti aderenti a rinnovare l’impegno per il terzo anno consecutivo. Della rete fanno parte, oltre all’I.T. Morigia – Perdisa, anche gli istituti comprensivi San Biagio e G. Novello di Ravenna. Ma la rete di soggetti che si è venuta a creare intorno allo scopo comune è più ampia e raccoglie imprenditori, artigiani, associazioni, famiglie, oltre a studenti, professori e istituti scolastici.

A spiegare lo scopo del progetto, presentato nel pomeriggio di sabato 26 novembre nell’aula magna dell’Agrario, in occasione dell’Open Day, è una delle forze impegnate dall’Associazione Amici di Enzo. “Ragazzi protagonisti vivi, creativi e pronti in un mondo in continuo cambiamento: questo lo scopo della Scuola Bottega – spiega Anna Graziani – scopo che per essere realizzato necessita del sostegno di un intero villaggio, cioè di soggetti che prendono sul serio la questione educativa, riconoscendola come importante per lo sviluppo del nostro paese”.

“La Scuola Bottega – riprende Anna Graziani – è una opportunità di apprendimento fuori dagli schemi, che avviene attraverso l’esperienza con maestri che trasmettono le proprie  conoscenze in un contesto di azione. Tutto durante l’orario scolastico, una volta a settimana”.

“Scuola Bottega – Un’avventura per sé”, appunto, è il titolo che gli stessi ragazz hanno dato al progetto di quest’anno, ed oggi, si arricchisce, grazie al professor Emiliani, di una traversata in barca verso la Croazia, durante la quale i ragazzi della Scuola Bottega cureranno la cucina.

 

Truffe agli anziani: allontanato un 62enne già smascherato dalla tv

L’uomo era finito su “Striscia la notizia”. I militari hanno fermato anche una donna che si fingeva dipendente delle poste

Nonostante fosse stato smascherato anche sulla nota trasmissione “Striscia la notizia”, ha continuato a mettere in atto le sue truffe prendendo di mira in particolare gli anziani. E così nel pomeriggio del 25 novembre, i Carabinieri di Ravenna hanno bloccato e posto fine all’azione criminale di un 62enne truffatore milanese. Lo avevano notato mentre si avvicina ad una anziana signora e con insistenza le chiedeva soldi accampando le più disparate scuse sulla beneficenza e sul far del bene agli altri. La donna pur di mandarlo via gli aveva ceduto 5 euro. È stato allora che I militari lo hanno bloccato e portato in Caserma, dove è stato appurato che quell’uomo dall’aspetto distinto aveva altri precedenti. Dopo gli accertamenti di rito l’uomo è stato allontanato dal territorio della provincia di Ravenna dove per tre anni non potrà più mettere piede.

E sempre a proposito di truffe agli anziani, sempre venerdì 25 I carabinieri della Stazione di Filetto, in collaborazione con i reparti investigativi di Milano Marittima e Ravenna, hanno smascherato una finta impiegata delle poste che, a inizio settimana, aveva raggirato un anziano  Roncalceci. Si tratta di una donna di 47 anni nomade originaria di Faenza, pluripregiudicata.

Collina (Pd): «Così modernizziamo il Paese e soprattutto la Sinistra»

«Se vincerà il no sarà la prova che questo Paese è irriformabile»

jjjjjStefano Collina, faentino, è senatore e fedelissimo del premier fin dagli esordi in politica e nel Pd di quest’ultimo. Ed è naturalmente in prima linea a difendere le ragioni del sì come farà sabato 26 novembre alla Sala d’Attorre di Ravenna alle 16.30 quando introdurrà, sul tema, i senatori Sergio Zavoli ed Emma Fattorini.
Senatore, lei è tra quelli che hanno abolito la camera in cui era stato eletto. È un po’ come ammettere che il lavoro di questi anni del Senato è stato un intralcio, è davvero così?
«Significa ammettere che si possono fare cose fatte bene anche con una camera sola, esattamente come avviene in tutti gli altri stati democratici europei, quelli con i quali ci confrontiamo e con i quali vogliamo collaborare e competere. Oggi, per stare al passo con gli altri Paesi, si utilizzano stratagemmi: uno su tutti è l’uso prevalente del decreto legge che è l’unico strumento che abbiamo per fare approvare una legge al parlamento in 60 giorni e comunque sempre con due o tre passaggi. Le riforme servono per avere una democrazia moderna come hanno gli altri Paesi europei».
Non sarebbe stato meglio abolirlo, il Senato? Non si rischia di eliminare conflitti tra Stato e Regioni ma farne sorgere tra le due camere?
«Con la riforma i rischi di conflitti calano perché la discussione e il confronto avverranno nella fase di formazione delle leggi e non più nelle aule della corte a leggi già  fatte. Poi usciranno sicuramente leggi che troveranno applicazioni regionali più omogenee, riducendo le differenze tra regioni, per il semplice fatto che tutte le rappresentanze delle regioni siedono in Parlamento e contribuiscono nel confronto a portare avanti una idea di Paese concreta e non astratta».
Ancora non esiste la legge che dica come saranno scelti i nuovi senatori. Come crede che sarà o dovrebbe essere?
«La legge non c’è per il semplice fatto che non possiamo fare adesso una legge sul Senato delle regioni quando il Senato delle regioni non esiste ancora. Mi immagino una scheda elettorale dove il giorno delle elezioni c’è una lista dedicata alla elezione dei Consiglieri che andranno in Senato. Mi immagino che naturalmente ci sarà anche il nome del candidato alla presidenza della Regione perché i governatori vorranno esserci».
Ma i consiglieri regionali e soprattutto i sindaci di città medio grandi non sono già abbastanza impegnati?
«I consiglieri regionali hanno lavori in aula in regione due giorni al mese: credo ci sia spazio per alcuni di loro per andare al Senato, ma in ogni caso vanno a Roma a fare un pezzo del loro lavoro che sarà quello di occuparsi dei rapporti tra l’attività legislativa dello Stato e quella delle Regioni. Come andare a Bruxelles è un pezzo del lavoro del presidente del Consiglio, così varrà per consiglieri regionali e sindaci, che avranno un ruolo importante che darà sicuramente ricadute positive alle amministrazioni locali».
Il partito è spaccato. Per il sì sono schierati molti poteri economici importanti, come Confindustria, per il no ci sono parti importanti della sinistra come la Cgil. Non rischia di essere un punto di non ritorno per il Pd?
«Stiamo modernizzando il Paese ma soprattutto la sinistra, che in Europa boccheggia ovunque con leadership deboli e che fa da spettatore al confronto tra i populismi e le destre di governo: guardiamo la Francia di Hollande, l’Inghilterra o la Spagna, ma anche in Germania non mi pare ci siano condizioni rosee. Noi siamo la sinistra più forte presente nel continente, che vuole proporsi per governare, non per dire sempre no. E per governare occorre persuadere gli elettori che abbiamo le proposte per dare a tutti delle opportunità, delle risposte credibili alle insicurezze del nostro tempo e non delle ricette antiche fuori dal tempo. Ma per fare questo occorre il coraggio di mettersi in discussione. Per il resto ogni televisione che guardo, trovo Salvini che dice votate no per buttare giù Renzi, Brunetta che dice votate no per mandare a casa Renzi, Grillo che dice votate no per spazzare via Renzi… Chi è che personalizza? E il merito dov’è? E comunque i sondaggi danno il gradimento del Pd al 30%, quello del governo al 38% quello di Renzi al 39% e quello del Sì al 48%. Le categorie partitiche fortunatamente sono superate in questo confronto referendario nonostante sia un voto ormai chiaramente politico. Io spero che la sinistra dopo avere mandato a casa da sola il governo dell’Ulivo, poi il governo dell’Unione, il 4 di dicembre non mandi a casa il governo del Pd».
Oltre a Bersani, anche nel ravennate abbiamo sentito Miro Fiammenghi lamentarsi dell’accordo fatto sulla legge elettorale. Quali modifiche crede che saranno apportate all’Italicum?
«Abbiamo fatto un accordo nel Pd che Gianni Cuperlo ha sottoscritto mentre Bersani lo ha rifiutato. Per me è doloroso che Bersani che è stato segretario nazionale e al quale abbiamo dato tutti lealtà e che ha insegnato a tutti noi come si sta in un partito, oggi tradisca quegli insegnamenti e voti no contro la linea del Pd spaccando il partito».
Se tornasse indietro, cosa cambierebbe della campagna elettorale per il sì?
«Spiegherei meglio a sinistra che questa riforma concretizza esattamente quello che abbiamo sempre detto che dovesse essere fatto. Basta leggere i programmi elettorali del Pds, dell’Ulivo, dell’Unione, ma anche le tesi della Cgil di due anni fa: si dice sì al superamento del bicameralismo e alla creazione del senato delle regioni».
Cosa succederà il 5 dicembre se vince il no?
«Sarà la dimostrazione che il nostro Paese è irriformabile, dopo di ché coloro che preferiscono l’opacità di uno stato farraginoso e incerto gioiranno perché potranno continuare a speculare e a insinuarsi in questo sistema: stiamo parlando di coloro che sanno andarsi a casa in ogni modo e cioè i poteri forti: infatti Mario Monti vota no. Chi vuole più trasparenza e chiarezza sulle responsabilità politiche e amministrative di chi governa e vuole restituire autorevolezza alla politica e controllo democratico vero in una democrazia rappresentativa deve votare Si per assicurare stabilità all’Italia».

«La mia musica avventurosa»

Parla Bruno Dorella, curatore del nuovo Transmissions, in programma fino a domenica 27 novembre

dddddArriva alla nona edizione Transmissions, il festival di musica d’avanguardia in programma per tre giorni a Ravenna, dal 25 al 27 novemembre, la cui direzione artistica da qualche anno a questa parte viene affidata dagli organizzatori dell’associazione Bronson a un artista ogni volta diverso. Quest’anno tocca a Bruno Dorella, 43enne musicista milanese, ormai ravennate d’adozione, tra i pilastri della scena underground italiana grazie in particolare ai suoi tre principali gruppi e progetti: Bachi da Pietra, OvO e Ronin.
«Ho cercato di mettere la mia personalità come curatore – ci dice nel corso di una chiacchierata – ma allo stesso tempo di non tradire lo spirito di Transmissions, festival che aspetto tutto l’anno come spettatore (e a cui ha partecipato anche come artista in passato, ndr). Mi sento anzi di aver accentuato la caratteristica della contemporaneità, essendo praticamente in cartellone, a eccezione dei Jaga Jazzist, tutta musica neanche degli anni Duemila, ma dei Dieci, e soprattutto avendo voluto aprire al rap, linguaggio universale per chiunque nel 2016 abbia meno di 28 anni. Diciamo che ho cercato di togliere un po’ una certa patina di pesantezza, o meglio quella patina legata al concetto di musica sperimentale, colta, d’avanguardia, con proposte fruibili invece anche a chi ne è completamente a digiuno. Io preferisco definire questa musica “avventurosa” e non disdegno certo l’intrattenimento», sottolinea Dorella quando gli facciamo notare che il curatore dell’anno scorso – Nico Vascellari – aveva invece dichiarato di ripudiare il concetto di musica intesa appunto come intrattenimento. «È il bello dei festival con curatori diversi, ognuno ci mette la propria personalità e sono felice che Nicola Ratti (tra i protagonisti, ndr) che è un amico, lo abbia notato, dicendo che “mi ci vedeva”, nel cartellone di quest’anno, con tutto il mio eclettismo. Che va detto, però, non ha certo pagato per la mia carriera…», sorride Dorella, a cui chiediamo poi di lanciare un appello al pubblico. «In linea generale, quando si parla di musica, il consiglio è sempre quello di non cercare soltanto il conforto di quello che si conosce già ma a volte di abbassare le barricate, di aprirsi a quello che sta succedendo senza rifiutarlo. Quello che posso assicurare è che a Transmissions quest’anno se abbassi le barriere ti diverti anche…».
Entrando nel merito del cartellone – composto seguendo anche un criterio di genere («ho cercato di prevedere quote per i tre e più sessi che conosco», sorride ancora il leader dei Ronin) – l’ago della bilancia di tutto il festival, secondo il curatore, sarà Mykki Blanco, rapper transgender afroamericano, fotomodello, attivista politico, «personaggio iconografico che mi dicono però essere scostante e il cui nome ha creato un po’ di malumori anche tra gli stessi “fan” di Transmissions. Se il suo concerto sarà valido, probabilmente avremo vinto l’intera scommessa della rassegna. Per quanto riguarda i nomi minori – continua il curatore –, quelli che rappresentano il valore aggiunto per un festival come questo, che si potrà scoprire e vedere probabilmente solo in questa occasione, faccio due nomi: Feldermelder e Klaus Legal, entrambi con un impatto visivo enorme, l’uno (Klaus Legal, ndr) che utilizza la luce come fonte sonora e l’altro che è visivamente (Feldermelder propone una sorta di installazione già utilizzata nell’ambito del mondo dell’arte, ndr) la cosa più incredibile che abbia visto da tempo: ci ho suonato insieme in un tour con gli OvO in Cina e li ho subito fermati e “prenotati” per Transmissions…». Altro appuntamento senza dubbio fuori dagli schemi sarà quello con il progetto Azdora, già presentato negli ultimi due anni in versioni diverse al festival dei teatri di Santarcangelo, dove ha riscosso grande successo. «Il mondo del teatro è probabilmente più aperto rispetto a quello musicale, vedremo cosa succederà a Transmissions, dove la performance diventerà un vero e proprio concerto con 10-12-15 azdore romagnole senza esperienza che suoneranno black metal guidate da Stefania Pedretti degli OvO…».
Un’ultima domanda è quella legata alla crisi della musica dal vivo e al concetto di festival, forse un po’ troppo abusato in questi anni nel mondo a discapito anche della musica stessa, anche se non è certo il caso di Transmissions… «Come dice Chris (Angiolini, direttore del Bronson, ndr), Transmissions è un po’ come un panda, una specie da proteggere: se non vuoi che si estingua devi partecipare. Il ruolo di un festival sarebbe proprio quello di far ascoltare cose che altrove non hai possibilità di sentire, di creare stimoli, un luogo dove cercare quella “spinta” che al momento il rock mi pare abbia perso, ma che continuo a trovare altrove. La musica dal vivo, in generale, sono convinto che non morirà, ma resisterà chi saprà adattarsi ai cambiamenti. Magari resisterà proprio chi suonerà cose che nessuno conosce, quando, chissà, non esisterà più il formato album ma solo musica in digitale, come capita già nel rap…».
* Intervista pubblicata anche sulla rivista Palcoscenico, annuario dei teatri edito da Reclam in distribuzione gratuita in tutta la provincia

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