venerdì
08 Maggio 2026

«Nel volley c’è chi sceglie le giocatrici in base a come portano i pantaloncini»

Manuela Benelli, stella della mitica Teodora, denuncia le discriminazioni sotto rete. L’ex giocatrice ora allena le giovanili: «La meritocrazia esiste»

In oltre trent’anni di carriera nella pallavolo, prima da giocatrice e poi da allenatrice, ne ha viste tante e allora c’è da crederle quando Manuela Benelli dice che «la condizione della donna nello sport italiano è a livelli medioevali». La palleggiatrice della Teodora Ravenna che vinse undici scudetti consecutivi oggi ha aperto una scuola di palleggio Under 12 e non ha timori a dire che anche la pallavolo femminile è un mondo molto maschilista: «Ci sono ancora dirigenti che ingaggiano le giocatrici in base a come stanno con i pantaloncini…».

Allora non è vero il ritornello degli sport minori come isola felice dell’etica? «Dobbiamo capirci su cosa intendiamo per etica. Se intendiamo uguali diritti e doveri per tutti allora ne troviamo poca in pochi sport, soprattutto tra quelli minori. Nell’universo sportivo accade quello che accade nella vita quotidiana: a parità di sacrifici e impegno la donna è nettamente discriminata per ingaggio, visibilità, rimborso sportivo. Nessuna sportiva italiana ha lo stato di professionista in nessuno sport italiano. Siamo ancora al punto in cui se la donna rimane incinta le viene strappato il contratto».

Nessuna differenza tra sport minori e il tanto criticato calcio? «Tra il pubblico o i praticanti della pallavolo non si arriverà mai ad avere qualcuno che minaccia l’arbitro».

Pallavolisti più educati? «Chi pratica volley sa che anche arrivando ai massimi livelli non potrà vivere di quello per tutta la vita e quindi spesso dietro a chi gioca c’è un titolo di studio. La pallavolo ha un ambiente con una cultura un po’ più alta».

A settembre ha denunciato di aver firmato un contratto omofobo con una clausola che specificava il divieto di dare fastidio alle ragazze. Un tema di attualità dopo lo scontro Sarri-Mancini nel calcio… «In questo momento c’è questo sulla bocca di tutti. Tempo fa c’erano gli ululati razzisti. Non credo faccia molta differenza il tipo di discriminazione. Faccio un esempio: alla marcia longa del Gran Paradiso sono previsti gli stessi percorsi per uomini e donne ma il premio finale in denaro per il vincitore uomo è il doppio rispetto a quello della donna. Non è una discriminazione?».

Allora la favola dello sport che insegna valori è tutta retorica? «No, credo sia davvero così. Stare in palestra aiuta. Ai genitori mi sento di dire che nella scelta dell’attività sportiva per i figli non si tenga conto solo della comodità per arrivare al campo o del costo economico ma anche la figura dell’istruttore è importante».

A proposito di genitori. Com’è il rapporto? «Patti chiari: quando entrano in palestra è come se entrassero a casa mia e voglio rispetto. Poi come tutti posso sbagliare e a fine stagione ognuno è libero di fare le sue scelte».

E ai giovani come si insegna il valore dello sport? «La meritocrazia deve esistere e devono capirlo, tutti devono avere le stesse opportunità ma devono anche imparare che l’impegno e il rispetto degli altri fanno parte della meritocrazia che poi porta alle convocazioni e allo spazio sul campo».

«Nel volley c’è chi sceglie le giocatrici in base a come portano i pantaloncini»

Manuela Benelli, stella della mitica Teodora, denuncia le discriminazioni sotto rete. L’ex giocatrice ora allena le giovanili: «La meritocrazia esiste»

In oltre trent’anni di carriera nella pallavolo, prima da giocatrice e poi da allenatrice, ne ha viste tante e allora c’è da crederle quando Manuela Benelli dice che «la condizione della donna nello sport italiano è a livelli medioevali». La palleggiatrice della Teodora Ravenna che vinse undici scudetti consecutivi oggi ha aperto una scuola di palleggio Under 12 e non ha timori a dire che anche la pallavolo femminile è un mondo molto maschilista: «Ci sono ancora dirigenti che ingaggiano le giocatrici in base a come stanno con i pantaloncini…».

Allora non è vero il ritornello degli sport minori come isola felice dell’etica?
«Dobbiamo capirci su cosa intendiamo per etica. Se intendiamo uguali diritti e doveri per tutti allora ne troviamo poca in pochi sport, soprattutto tra quelli minori. Nell’universo sportivo accade quello che accade nella vita quotidiana: a parità di sacrifici e impegno la donna è nettamente discriminata per ingaggio, visibilità, rimborso sportivo. Nessuna sportiva italiana ha lo stato di professionista in nessuno sport italiano. Siamo ancora al punto in cui se la donna rimane incinta le viene strappato il contratto».

Nessuna differenza tra sport minori e il tanto criticato calcio?
«Tra il pubblico o i praticanti della pallavolo non si arriverà mai ad avere qualcuno che minaccia l’arbitro».

Pallavolisti più educati?
«Chi pratica volley sa che anche arrivando ai massimi livelli non potrà vivere di quello per tutta la vita e quindi spesso dietro a chi gioca c’è un titolo di studio. La pallavolo ha un ambiente con una cultura un po’ più alta».

A settembre ha denunciato di aver firmato un contratto omofobo con una clausola che specificava il divieto di dare fastidio alle ragazze. Un tema di attualità dopo lo scontro Sarri-Mancini nel calcio…
«In questo momento c’è questo sulla bocca di tutti. Tempo fa c’erano gli ululati razzisti. Non credo faccia molta differenza il tipo di discriminazione. Faccio un esempio: alla marcia longa del Gran Paradiso sono previsti gli stessi percorsi per uomini e donne ma il premio finale in denaro per il vincitore uomo è il doppio rispetto a quello della donna. Non è una discriminazione?».

Allora la favola dello sport che insegna valori è tutta retorica?
«No, credo sia davvero così. Stare in palestra aiuta. Ai genitori mi sento di dire che nella scelta dell’attività sportiva per i figli non si tenga conto solo della comodità per arrivare al campo o del costo economico ma anche la figura dell’istruttore è importante».

A proposito di genitori. Com’è il rapporto? «Patti chiari: quando entrano in palestra è come se entrassero a casa mia e voglio rispetto. Poi come tutti posso sbagliare e a fine stagione ognuno è libero di fare le sue scelte».

E ai giovani come si insegna il valore dello sport? «La meritocrazia deve esistere e devono capirlo, tutti devono avere le stesse opportunità ma devono anche imparare che l’impegno e il rispetto degli altri fanno parte della meritocrazia che poi porta alle convocazioni e allo spazio sul campo».

Svuota il serbatoio di un escavatore ma lo trovano con le taniche in auto

Arrestato un 33enne fermato nella notte dai carabinieri dopo le segnalazione di movimenti sospetti in un cantiere

Il serbatoio dell’escavatore nel cantiere edile era vuoto, il bagagliaio dell’Audi vista nei dintorni del cantiere conteneva tre taniche con 60 litri di gasolio: i carabinieri della compagnia di Ravenna, nella nottata del 22 febbraio, hanno arrestato per furto aggravato un 33enne moldavo. L’uomo, bloccato in auto a Sant’Antonio, è residente in Trentino Alto Adige ma di fatto ormai gravitante nel Ravennate, con un domicilio provvisorio nella frazione di Savarna anche se senza una fissa occupazione e una lunga lista di precedenti, molti dei quali specifici, commessi proprio contro il patrimonio.

Nel cuore della notte una pattuglia di Sant’Alberto ha rintracciato l’Audi già segnalata per movimenti sospetti attorno al cantiere. A bordo due taniche in plastica di colore blu, ognuna da 25 litri, una tanica metallica da sette litri. Immediati accertamenti permettevano di verificare che nei pressi di una delle vie, nelle cui vicinanze era stata segnalata la macchina di grossa cilindrata sospetta, c’era un piccolo cantiere dove era parcheggiato un escavatore. Dall’interno del mezzo si constatava un ammanco pari a 60 litri di gasolio circa, esattamente il quantitativo sequestrato al moldavo che, per tale ragione, veniva dichiarato in stato di arresto. La refurtiva è stata resa al legittimo proprietario.

«Erica da Ravenna vince Masterchef» L’indiscrezione prima della semifinale

Dagospia anticipa l’esito della quinta edizione del talent show culinario

La 30enne Erica Liverani, fisioterapista di Conventello in provincia di Ravenna, sarà la vincitrice della quinta edizione di Masterchef, il celebre talent show culinario in onda su Sky. Si tratta di una anticipazione rivelata da Dagospia, sito internet fondato da Roberto D’Agostino, quando mancano dieci giorni alla finale. Come noto infatti il programma è stato registrato nei mesi scorsi e quindi il vincitore esiste già formalmente anche se esiste un rigido vincolo di riservatezza che però pure l’anno scorso non riuscì a reggere con lo spoiler di Striscia la notizia poi finito in cause e controcause.

Il 25 febbraio andrà in onda la semifinale: in gara ancora quattro concorrenti dopo sedici eliminazioni. L’indiscrezione di Dagospia è firmata dall’ironico pseudonimo Lady Coratella che traccia la classifica finale: primo posto per Erica, al secondo Alida Gotta, al terzo Lorenzo De Guio, al quarto Maradona Jean Youssef.

Erica è cresciuta a Conventello, è separata dal compagno e ha una figlia, Emma di 18 mesi, protagonista del momento tenerezza della prima puntata: Cannavacciuolo l’ha presa in braccio per portarla alla madre. «Chi sono quei dadi?”, ha chiesto Erica alla bimba. Che non ha avuto esitazioni: «Cracco». Ecco come si racconta Erica sul sito del programma: «Sono cresciuta in campagna! Provengo da generazioni di contadini, la mia è una di quelle famiglie molto allargate che ormai non esistono più. Erica bambina era una piccola peste ruspante che non guardava la tv ma che viveva all’aperto e giocava con fratelli e cugini, tutti con le ginocchia perennemente sbucciate! L’Erica adulta ne ha passate tante, alcune non belle e non facili da superare, ma ne è uscita una donna forte e soprattutto mamma. In ogni fase della mia vita la cucina mi ha accompagnata, ma non sempre come sostegno; quando pesavo 20 kg in più la cucina è stata solo uno sfogo per me, il cibo era l’unica cosa che mi dava piacere, ma che allo stesso tempo mi faceva ingrassare. Poi ho cominciato a rispettarmi e ad amarmi e il mio interesse per la cucina è incrementato dovendomi impegnare a sfruttarlo a mio favore. Condivido ogni momento in cui cucino con Emma sperando di trasmetterle questa passione travolgente che va oltre alle giornate storte, alla stanchezza, al nervosismo e che mi fa vedere tutto sotto un altro punto di vista».

«Erica da Ravenna vince Masterchef» L’indiscrezione prima della semifinale

Dagospia anticipa l’esito della quinta edizione del talent show culinario

La 30enne Erica Liverani, fisioterapista di Conventello in provincia di Ravenna, sarà la vincitrice della quinta edizione di Masterchef, il celebre talent show culinario in onda su Sky. Si tratta di una anticipazione rivelata da Dagospia, sito internet fondato da Roberto D’Agostino, quando mancano dieci giorni alla finale. Come noto infatti il programma è stato registrato nei mesi scorsi e quindi il vincitore esiste già formalmente anche se esiste un rigido vincolo di riservatezza che però pure l’anno scorso non riuscì a reggere con lo spoiler di Striscia la notizia poi finito in cause e controcause.

Il 25 febbraio andrà in onda la semifinale: in gara ancora quattro concorrenti dopo sedici eliminazioni. L’indiscrezione di Dagospia è firmata dall’ironico pseudonimo Lady Coratella che traccia la classifica finale: primo posto per Erica, al secondo Alida Gotta, al terzo Lorenzo De Guio, al quarto Maradona Jean Youssef.

Erica è cresciuta a Conventello, è separata dal compagno e ha una figlia, Emma di 18 mesi, protagonista del momento tenerezza della prima puntata: Cannavacciuolo l’ha presa in braccio per portarla alla madre. «Chi sono quei dadi?”, ha chiesto Erica alla bimba. Che non ha avuto esitazioni: «Cracco». Ecco come si racconta Erica sul sito del programma: «Sono cresciuta in campagna! Provengo da generazioni di contadini, la mia è una di quelle famiglie molto allargate che ormai non esistono più. Erica bambina era una piccola peste ruspante che non guardava la tv ma che viveva all’aperto e giocava con fratelli e cugini, tutti con le ginocchia perennemente sbucciate! L’Erica adulta ne ha passate tante, alcune non belle e non facili da superare, ma ne è uscita una donna forte e soprattutto mamma. In ogni fase della mia vita la cucina mi ha accompagnata, ma non sempre come sostegno; quando pesavo 20 kg in più la cucina è stata solo uno sfogo per me, il cibo era l’unica cosa che mi dava piacere, ma che allo stesso tempo mi faceva ingrassare. Poi ho cominciato a rispettarmi e ad amarmi e il mio interesse per la cucina è incrementato dovendomi impegnare a sfruttarlo a mio favore. Condivido ogni momento in cui cucino con Emma sperando di trasmetterle questa passione travolgente che va oltre alle giornate storte, alla stanchezza, al nervosismo e che mi fa vedere tutto sotto un altro punto di vista».

Tutti i numeri dei tre progetti di Ap per il dragaggio del porto

L’ipotesi dei sogni costa 360 milioni e scava fino a 14,5 metri
Con 230 si arriva a 12,5 e si evitano le casse di colmata nelle dighe

Per la soluzione minima servono 230 milioni di euro, per quella dei sogni bisogna tirarne fuori 360. Sono gli estremi del preventivo di spesa pubblica per i lavori di dragaggio del canale Candiano, secondo una stima di massima elaborata dagli uffici dell’Autorità portuale e illustrata il 9 febbraio dal presidente Galliano Di Marco nella sala del consiglio comunale in occasione della riunione congiunta delle commissioni Ambiente, Assetto del territorio e Infrastrutture. Allo stato attuale la borsa a disposizione di Ap contiene 240 milioni: 60 in cassa, 60 dal Governo, 120 finanziati dalla Banca europea degli investimenti.

A pochi giorni dalla scadenza del suo primo mandato al vertice di via Antico Squero, prevista per il 2 marzo, Di Marco ha nuovamente provato a mettere ordine nello scenario portuale. Sul tavolo, in questo caso quello tecnico insediato nei mesi scorsi al ministero delle Infrastrutture, tre diverse ipotesi per rimodulare il cosiddetto Progettone facendo i conti soprattutto con le limitazioni imposte dai sequestri di alcune aree da parte della magistratura che indaga su vecchie casse di colmata con autorizzazioni scadute e su modifiche di destinazioni urbanistiche del territorio. Nell’aula del municipio ad ascoltare l’ingegnere abruzzese non c’erano il sindaco e il vicesindaco (vedi box) ma erano invece molti i comuni cittadini presenti: per loro e per i consiglieri comunali la proiezione di slide contenenti numeri e riassunti di quelle che Di Marco e Ap considerano a oggi le tre strade percorribili per dare un futuro al porto. Tutte accomunate da una circostanza: immaginando di non perdere altro tempo, la burocrazia consentirà di scavare il primo cucchiaio di fango solo a inizio 2018. Di Marco ha cominciato dalla soluzione idilliaca. Quella da 360 milioni che darebbe al porto una conformazione di portata internazionale. In totale verrebbero scavati 7,3 milioni di metri cubi di fondale per avere 15 metri di profondità in ingresso, 14,5 fino a largo Trattaroli e 12,5 fino alla darsena San Vitale. Per i 3 milioni di mc rimossi dall’avamporto la sistemazione è cosa facile: verrebbero trasportati in due aree di 30 ettari di proprietà di Ap al largo. Più complessa la questione per il materiale dragato dentro il Candiano che in base ai campionamenti analizzati da Arpa non è pericoloso per la salute pubblica ma non è nemmeno idoneo al deposito al largo. E allora 2,3 milioni di mc andrebbero in due casse di colmata da realizzare all’interno delle dighe foranee e il resto verrebbe dimezzato in due siti: un milione per rialzare le aree di Logistica 1 e Logistica 2 (per la maggior parte di proprietà di Sapir) comprese tra via Canale Molinetto e la banchina sud e destinate a logistica dal piano regolatore del 2007, l’altro milione invece per una piattaforma logistica alle Bassette in un’area di circa 700mila mq che i mappali urbanistici chiamano S3. Il progetto dei sogni prevede anche il rifacimento di tutte le banchine. Complessivamente quattro stralci, l’ultimo dei quali sarebbe il nuovo terminal container per cui è preventivato un costo di 50 milioni. Per le prime tre fasi servirebbero invece 310 milioni di cui 1,6 per la progettazione, 40 di espropri, 45 per le casse a mare, 77 per il dragaggio, 86 per le banchine, il resto in opere di urbanizzazione pubblica.

Ma quanto delineato con la soluzione massima contiene un nodo cruciale: le casse a mare che verrebbero realizzate all’interno delle dighe foranee coprendo un’area di circa 30 ettari. La capitaneria di porto ha detto che tecnicamente sono fattibili senza intaccare la sicurezza della navigabilità. Il Comune non ne vuole sapere: «Anche le centrali nucleari si possono fare ma si può scegliere di non farle», ha detto il direttore generale Carlo Boattini. Il vicesindaco Giannantonio Mingozzi ha detto che non si faranno mai. Nella posizione di contrarietà del Comune manca la soluzione alternativa, espressamente richiesta da Di Marco. Per evitare le casse a mare – «Trattandosi di legge nazionale l’ente competente è la Regione e se mi dicono no io non le faccio, mica mi sono sposato le casse a mare» – Ap ha elaborato una soluzione che prevede minore approfondimento e quindi meno volumi da collocare.

L’ipotesi minima prevede la rimozione di 4 milioni di mc per avere 12,5 metri di profondità fino a largo Trattaroli e 12 fino a San Vitale portando al largo i 2 milioni di mc dalla canaletta di ingresso e spargendo gli altri due tra Logistica 1, Logistica 2 e S3. Le banchine verrebbero adeguate solo fino a San Vitale. In questa versione light gli stralci sarebbero solo due per un totale di 230 milioni di euro.

Tra le due ipotesi estreme c’è la terza versione nel mezzo: si scaverebbero 5,3 milioni di mc, avrebbe le casse a mare, non andrebbe a toccare l’area S3, avrebbe una profondità di fondali a metà tra quelli ipotizzati negli altri due scenari. Costo 280 facendo anche il terminal container nuovo oppure 240 fermandosi prima.

È morto il rugbista ricoverato Si era sentito male in allenamento

Il 44enne lascia un figlio di due anni: è uscito dal terreno di gioco da solo e ha poi perso i sensi. Riscontrato un trauma rachide-cervicale

È morto nel pomeriggio di lunedì all’ospedale Bufalini di Cesena, come riportato anche dai quotidiani di oggi, il rugbista che aveva avuto un malore durante un allenamento, giovedì sera, all’ippodromo di Ravenna: James Jonas Jonathan Clyn, cittadino gallese di 44 anni, abitava ad Alfonsine con la moglie e un figlio di due anni. Spesso fuori per lavoro, lavorava per un’azienda del settore offshore, e quando era a casa si allenava spesso con i Passatelli, squadra amatoriale di rugby per veterani over 35.

L’uomo aveva lasciato il campo di gioco da solo, dicendo di non sentirsi bene, per andare a sedersi in una panchina dove ha poi perso i sensi (vedi articoli correlati): prima di uscire dal terreno di gioco non avrebbe dato particolari informazioni ai compagni prima di svenire e gli stessi compagni non ricordano di averlo visto in difficoltà prima di uscire dal terreno di gioco. Non è quindi chiaro se sia trattato delle conseguenze di uno scontro di gioco o di un malore indipendente dall’attività fisica anche se una volta arrivato all’ospedale di Ravenna la diagnosi ha subito riscontrato un trauma rachide-cervicale.

Al Bufalini è stato sottoposto anche a un intervento chirurgico per la riduzione di un’ematoma cerebrale, che non è però servito per salvargli la vita.

Il figlio in strada prende ordini dal pusher e il padre taglia l’eroina nel frullatore

Arrestati: il genitore in camice bianco preparava la droga in cucina per rifornire gli spacciatori. In casa migliaia di euro e etti di roba pura

Il figlio prendeva le ordinazioni dai pusher in strada e il padre stava in casa a tagliare l’eroina nel frullatore da cucina: un sodalizio familiare ben oliato per il rifornimento dello spaccio al dettaglio. In manette due albanesi disoccupati. L’operazione si è conclusa nel weekend a Lido Adriano al termine di un’indagine partita nel tentativo di individuare i fornitori di droga degli spacciatori sulla piazza locale, soprattutto nordafricani, arrestati negli ultimi tempi.

Tenendo d’occhio chi alle spalle aveva precedenti per spaccio, le forze dell’ordine sono arrivate a inviduare un sospettato avviando una precisa attività di osservazione fino ad assistere alla scena definitiva. Un incontro in strada tra un volto noto dello spaccio sulla costa e un giovane albanese: il primo passa al secondo una grossa quantità di contanti e l’altro prende nota su un pezzo di carta. In seguito, una volta fermati i due, si è potuto verificare che l’appunto era proprio la richiesta del quantitativo di droga da consegnare più tardi.

A quel punto le divise hanno concluso l’operazione con un blitz nell’abitazione del fornitore dove hanno trovato il padre che indossava un camice bianco e preparava la droga in un frullatore da cucina: eroina tagliata con additivi. La perquisizione dell’appartamento ha portato a galla diversi etti di eroina pura e alcune migliaia di euro in contanti che per gli inquirenti sono il frutto dell’attività di rifornimento dei pusher della zona.

«All’incrocio Ravegnana-Adriatica via ai lavori per la rotonda da aprile»

L’assessore ai Lavori pubblici punta sul calendario l’apertura del cantiere Anas: «Durata 180 giorni». Ma Ancisi (Lpr) è scettico

I lavori di competenza dell’Anas per la realizzazione della rotonda all’incrocio tra la statale 16 Adriatica e via Ravegnana, tristemente noto come incrocio della morte, prenderanno il via nel mese di aprile. L’annuncio è di Roberto Fagnani, assessore comunale ai Lavori pubblici, che sta seguendo la vicenda in contatto con l’azienda statale delle strade. L’intervento, fa sapere ancora il Comune, avrà una durata 180 giorni e verrà realizzato dall’impresa Staccone di Roma in Ati con la Mbs di Montelanico entro il 2016. Al fine di avviare le attività di cantiere è stata indetta per venerdì prossimo, 26 febbraio una riunione in prefettura alla presenza di Anas, del Comune, della Provincia e altri soggetti coinvolti.

«Confermiamo l’avvio di questa opera nel mese di aprile – dichiara Fagnani –. Come è noto verrà realizzata una rotonda che eleverà le condizioni di sicurezza di questo incrocio che ha causato numerosi incidenti. Come Comune abbiamo negli anni perseguito con tenacia la realizzazione di questa opera che finalmente vedremo concretizzarsi tra alcune settimane».

Nei giorni scorsi il decano dell’opposizione ravennate, Alvaro Ancisi, aveva invece vaticinato un futuro diverso per la rotondina: «Siamo arrivati a fine febbraio e non c’è traccia neppure che i lavori stiano per cominciare. Avevo già previsto, all’inizio dell’anno, dati alla mano, che la rotondina non vedrà la luce nemmeno nel 2016. Tre anni per costruire una rotondina? Un altro secolo perché Ravenna abbia una tangenziale vera? I ravennati amanti della loro città dovrebbero porsi seriamente queste domande, con tante altre, prima del 12 giugno 2016».

Qual è il cappelletto migliore? 7 ristoranti in sfida, 80 bocche in giuria

La condotta Slow Food organizza la settima edizione della gara
al ristorante Radicchio Rosso. Nel 2015 vinse il Molinetto

Torna la disfida del cappelletto organizzato dalla condotta Slow Food di Ravenna sulle tavole del ristorante Radicchio Rosso. Il 29 febbraio dalle 20.30 una gara tutta romagnola, con sette buone mezze porzioni di cappelletti in brodo, proposti da sette ristoranti che proporranno e prepareranno la versione del cappelletto del proprio territorio. A confrontarsi ci saranno la Mascotte di Russi, Alma di Marina di Ravenna, la Spagnera di San Pietro in Vincoli, il Borghetto di Brola di Modigliana, il Vecchio Convento di Portico di Romagna, Alto Savio di San Piero in Bagno, la Rocca di San Leo.

I giudici della disfida saranno i partecipanti alla cena: forniti di una scheda di valutazione che andrà da un minimo di un punto a un massimo di dieci, daranno il loro voto ad ogni singolo piatto. Dovranno valutare l’aspetto visivo (forma, colore, chiusura-aperti o rotti), l’aspetto olfattivo (aroma, profumo), l’aspetto gustativo (sapore, dolcezza, untuosità, speziatura, consistenza nella masticazione). Disponibilità massima 80 posti: la prenotazione è obbligatoria (30 euro per i soci, 35 per i non soci) entro il 27 febbraio telefonando al 335-375212 o per mail a maurozanarini@gmail.com.

Il ristorante Molinetto, vincitore dell’ultima disfida, che ha tenuto in consegna la simbolica zuppiera in ceramica d’arte di Faenza nel suo ristorante per tutto l’anno, passerà il testimone al cappelletto che piacerà maggiormente nella serata in oggetto e il vincitore la terrà in consegna fino alla disfida finale tra i sette vincitori di tutte le edizioni che si farà a ottobre 2016. Il vincitore conquisterà il trofeo che diverrà suo e potrà esporlo come vincitore assoluto.

Qual è il cappelletto migliore? 7 ristoranti in sfida, 80 bocche in giuria

La condotta Slow Food organizza la settima edizione della gara al ristorante Radicchio Rosso. Nel 2015 vinse il Molinetto

Torna la disfida del cappelletto organizzato dalla condotta Slow Food di Ravenna sulle tavole del ristorante Radicchio Rosso. Il 29 febbraio dalle 20.30 una gara tutta romagnola, con sette buone mezze porzioni di cappelletti in brodo, proposti da sette ristoranti che proporranno e prepareranno la versione del cappelletto del proprio territorio. A confrontarsi ci saranno la Mascotte di Russi, Alma di Marina di Ravenna, la Spagnera di San Pietro in Vincoli, il Borghetto di Brola di Modigliana, il Vecchio Convento di Portico di Romagna, Alto Savio di San Piero in Bagno, la Rocca di San Leo.

I giudici della disfida saranno i partecipanti alla cena: forniti di una scheda di valutazione che andrà da un minimo di un punto a un massimo di dieci, daranno il loro voto ad ogni singolo piatto. Dovranno valutare l’aspetto visivo (forma, colore, chiusura-aperti o rotti), l’aspetto olfattivo (aroma, profumo), l’aspetto gustativo (sapore, dolcezza, untuosità, speziatura, consistenza nella masticazione). Disponibilità massima 80 posti: la prenotazione è obbligatoria (30 euro per i soci, 35 per i non soci) entro il 27 febbraio telefonando al 335-375212 o per mail a maurozanarini@gmail.com.

Il ristorante Molinetto, vincitore dell’ultima disfida, che ha tenuto in consegna la simbolica zuppiera in ceramica d’arte di Faenza nel suo ristorante per tutto l’anno, passerà il testimone al cappelletto che piacerà maggiormente nella serata in oggetto e il vincitore la terrà in consegna fino alla disfida finale tra i sette vincitori di tutte le edizioni che si farà a ottobre 2016. Il vincitore conquisterà il trofeo che diverrà suo e potrà esporlo come vincitore assoluto.

Tutti i numeri del museo d’arte

Dal Comune neanche un euro per le mostre: «Ma noi abbiamo tante eccellenze». Nel 2015 incassati 255mila euro da biglietti e bookshop

Il curatore delle grandi mostre del Museo d’Arte della città di Ravenna, Claudio Spadoni, ha sottolineato le ristrettezze del budget, rispetto alle città vicine e anche rispetto ai primi anni dell’istituzione Mar, nata nel 2002 (vedi intervista tra i correlati). E in effetti, complice anche una legge statale del 2010 che frenava la capacità di spesa in questo comparto da parte dei Comuni, dopo gli appena 50mila euro del 2011, dal 2012 fino a oggi l’Amministrazione a Ravenna ha azzerato il proprio contributo per le attività espositive. Contributo che invece dal 2005 al 2010 è oscillato tra i 370mila ai 620mila euro all’anno, con il bilancio dell’istituzione che è arrivato nel corso della prima legislatura della giunta Matteucci anche attorno ai 2 milioni di euro e oggi invece si assesta a una cifra di poco superiore agli 800mila euro. C’è anche da sottolineare come nei suoi primi anni di vita l’istituzione avesse in carico direttamente collaboratori poi invece entrati nell’organico del Mar, i cui dipendenti sono a carico del Comune: si tratta a oggi di 20 persone (compresa la dirigente comunale Maria Grazia Marini, dirigente ad interim fino a giugno) che pesano sulle casse comunali per circa 720mila euro l’anno.

Dal 2012 in avanti quindi le mostre a Ravenna si realizzano grazie esclusivamente a contributi vari (della fondazione Cassa di Risparmio in particolare, che dal 2014 stipendia anche il curatore Claudio Spadoni) e sponsorizzazioni, una cifra complessiva che dal 2004 al 2015 in media si aggira sui 380mila euro all’anno, ma che l’anno scorso si è assestata sui 295mila euro contro i 511mila del 2014. A questi introiti si devono aggiungere gli incassi da biglietteria e bookshop che in questi 12 anni sono stati in media di 240mila euro all’anno.

Abbiamo chiesto come mai il Comune abbia deciso di continuare a non investire sulle mostre (a differenza per esempio di quanto fa Ferrara) all’assessore alla Cultura, Ouidad Bakkali. «Non si può dire che il Comune non investa sul Mar, perché ha a carico tutti i costi del museo in termini di personale e struttura. Ogni città comunque fa scelte diverse: la nostra ha un numero e una pluralità di attività e di eccellenze che altre non hanno e investiamo risorse importanti sulle nostre istituzioni culturali, sui musei, sulle convenzioni culturali, l’accademia di belle arti, l’istituto musicale Verdi; abbiamo un polo archeologico importante e l’apertura prossima di un nuovo grande museo (quello di Classe all’ex zuccherificio, ndr), stagioni e grandi festival. Abbiamo negli anni cercato un equilibrio che permettesse grazie alle risorse dirette del Comune, della Regione, del ministero e alle sponsorizzazioni di mantenere questa complessità di proposte in vita e in continua crescita. Sul Mar – continua Bakkali entrando nel merito della questione – l’amministrazione contratta direttamente con fondazioni e sponsor privati, che quindi investono sul museo e non altrove. Possiamo continuare a citare e prendere ad esempio la mostre di Forlì o di altri territori, ma lo farei chiedendoci se le città in questione abbiano la pluralità di eccellenze e di proposte di cui sopra. Fatta questa analisi però non mi rassegno all’idea di fare con quello che abbiamo, anzi penso che dovremo lavorare per trovare altre risorse e altri sponsor per rendere le nostre mostre competitive e attrarre nuovi flussi di visitatori».

VISITATORI. Nei 13 anni di attività sotto la direzione di Claudio Spadoni, la media di visitatori alle grandi mostre del Mar è di poco superiore ai 31mila biglietti staccati (con budget variabili dai 900 ai 500mila euro degli ultimi anni), a cui vanno aggiunti i visitatori del museo negli altri periodi dell’anno, sull’ordine delle poche migliaia. Il record di pubblico spetta ancora alla prima mostra, quella del 2003 dedicata al critico Roberto Longhi, con circa 55mila visitatori, avvicinato nel 2013 un po’ a sopresa dai 52mila visitatori di “Borderline” e nel 2009 dai quasi 50mila per “L’artista viaggiatore”. Il peggiore risultato è quello del 2008 con la mostra dedicata a Corrado Ricci che superò di poco la soglia degli 11mila biglietti staccati (ma oltre al Mar era dislocata in altre sedi).

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