venerdì
08 Maggio 2026

Tutti i numeri del museo d’arte

Dal Comune neanche un euro per le mostre: «Ma noi abbiamo tante eccellenze». Nel 2015 incassati 255mila euro da biglietti e bookshop

Il curatore delle grandi mostre del Museo d’Arte della città di Ravenna, Claudio Spadoni, ha sottolineato le ristrettezze del budget, rispetto alle città vicine e anche rispetto ai primi anni dell’istituzione Mar, nata nel 2002 (vedi intervista tra i correlati). E in effetti, complice anche una legge statale del 2010 che frenava la capacità di spesa in questo comparto da parte dei Comuni, dopo gli appena 50mila euro del 2011, dal 2012 fino a oggi l’Amministrazione a Ravenna ha azzerato il proprio contributo per le attività espositive. Contributo che invece dal 2005 al 2010 è oscillato tra i 370mila ai 620mila euro all’anno, con il bilancio dell’istituzione che è arrivato nel corso della prima legislatura della giunta Matteucci anche attorno ai 2 milioni di euro e oggi invece si assesta a una cifra di poco superiore agli 800mila euro. C’è anche da sottolineare come nei suoi primi anni di vita l’istituzione avesse in carico direttamente collaboratori poi invece entrati nell’organico del Mar, i cui dipendenti sono a carico del Comune: si tratta a oggi di 20 persone (compresa la dirigente comunale Maria Grazia Marini, dirigente ad interim fino a giugno) che pesano sulle casse comunali per circa 720mila euro l’anno.

Dal 2012 in avanti quindi le mostre a Ravenna si realizzano grazie esclusivamente a contributi vari (della fondazione Cassa di Risparmio in particolare, che dal 2014 stipendia anche il curatore Claudio Spadoni) e sponsorizzazioni, una cifra complessiva che dal 2004 al 2015 in media si aggira sui 380mila euro all’anno, ma che l’anno scorso si è assestata sui 295mila euro contro i 511mila del 2014. A questi introiti si devono aggiungere gli incassi da biglietteria e bookshop che in questi 12 anni sono stati in media di 240mila euro all’anno.

Abbiamo chiesto come mai il Comune abbia deciso di continuare a non investire sulle mostre (a differenza per esempio di quanto fa Ferrara) all’assessore alla Cultura, Ouidad Bakkali. «Non si può dire che il Comune non investa sul Mar, perché ha a carico tutti i costi del museo in termini di personale e struttura. Ogni città comunque fa scelte diverse: la nostra ha un numero e una pluralità di attività e di eccellenze che altre non hanno e investiamo risorse importanti sulle nostre istituzioni culturali, sui musei, sulle convenzioni culturali, l’accademia di belle arti, l’istituto musicale Verdi; abbiamo un polo archeologico importante e l’apertura prossima di un nuovo grande museo (quello di Classe all’ex zuccherificio, ndr), stagioni e grandi festival. Abbiamo negli anni cercato un equilibrio che permettesse grazie alle risorse dirette del Comune, della Regione, del ministero e alle sponsorizzazioni di mantenere questa complessità di proposte in vita e in continua crescita. Sul Mar – continua Bakkali entrando nel merito della questione – l’amministrazione contratta direttamente con fondazioni e sponsor privati, che quindi investono sul museo e non altrove. Possiamo continuare a citare e prendere ad esempio la mostre di Forlì o di altri territori, ma lo farei chiedendoci se le città in questione abbiano la pluralità di eccellenze e di proposte di cui sopra. Fatta questa analisi però non mi rassegno all’idea di fare con quello che abbiamo, anzi penso che dovremo lavorare per trovare altre risorse e altri sponsor per rendere le nostre mostre competitive e attrarre nuovi flussi di visitatori».

VISITATORI. Nei 13 anni di attività sotto la direzione di Claudio Spadoni, la media di visitatori alle grandi mostre del Mar è di poco superiore ai 31mila biglietti staccati (con budget variabili dai 900 ai 500mila euro degli ultimi anni), a cui vanno aggiunti i visitatori del museo negli altri periodi dell’anno, sull’ordine delle poche migliaia. Il record di pubblico spetta ancora alla prima mostra, quella del 2003 dedicata al critico Roberto Longhi, con circa 55mila visitatori, avvicinato nel 2013 un po’ a sopresa dai 52mila visitatori di “Borderline” e nel 2009 dai quasi 50mila per “L’artista viaggiatore”. Il peggiore risultato è quello del 2008 con la mostra dedicata a Corrado Ricci che superò di poco la soglia degli 11mila biglietti staccati (ma oltre al Mar era dislocata in altre sedi).

Inchiesta su corruzione alla direzione del lavoro: spunta conto da 300mila euro

È riconducibile al principale indagato – un funzionario di 60 anni –
del caso che vede anche diversi presunti episodi di assenteismo

Gli inquirenti stanno passando al setaccio un conto, su cui sono transitati almeno 300mila euro, riconducibile al principale indagato nell’inchiesta su diversi presunti episodi di assenteismo e corruzione che ha investito la direzione territoriale del Lavoro (Dtl) di Ravenna (vedi articoli correlati). Lo riporta l’agenzia di stampa Ansa sul suo sito internet.

Il conto risulta intestato a una persona vicina a G. F., 60 anni, funzionario responsabile del servizio Ispettivo alla Dtl arrestato dai carabinieri il 10 dicembre assieme a M. S., 44enne di Lugo, incaricato di monitorare le pratiche ispettive.

Oltre a diversi episodi di assenteismo con uso improprio del badge, nell’ordinanza che li aveva fatti finire in carcere (M. S. è ora ai domiciliari) ai due era stata contestata la corruzione: avrebbero avvertito vari titolari di attività di imminenti controlli in cambio di regalie e, solo per Ferrara, pure di posti di lavoro per amici.

L’inchiesta vede finora una quindicina di indagati tra dipendenti della Dtl, compresa la direttrice, e imprenditori.

Spinge la compagna, poi chiama il 112: «L’ho uccisa». Ma era solo tramortita 

L’uomo aveva sparato anche un colpo con una scacciacani

Durante un concitato litigio domestico ha dato una spinta alla compagna facendole sbattere la testa per terra. Subito dopo, credendola morta, ha chiamato il 112 accusandosi dell’omicidio della donna che in realtà era solo tramortita. È accaduto a Pinarella di Cervia.

L’allarme è stato lanciato sabato pomeriggio, quando un uomo ha chiamato disperato i carabinieri: «Venite a prendermi, l’ho uccisa io…». Poco dopo una pattuglia dell’Arma ha trovato nell’appartamento due coppie di stranieri: due uomini, un moldavo di 25 anni e un russo di 32, e le compagne, due sorelle russe di 41 e 48 anni, poi portate con qualche escoriazione in ospedale. Durante la lite il moldavo aveva pure esploso un colpo di scacciacani.
Le due donne hanno già detto che non faranno querela.

Il moldavo è stato denunciato comunque per minacce gravi, la scacciacani gli è stata sequestrata. (Ansa.it)

Arrestati dai Carabinieri due componenti della “banda delle arance”

Intercettati e fermati a Piangipane dopo il furto di una collana di un’anziana signora

Banda aranceAttiravano le vittime con il pretesto di vendere, e in alcuni casi donare delle arance, ma il loro scopo era rapinare persone e introdursi nella case per commetter furti. Nel pomeriggio del 20 febbraio i militari del Norm hanno arrestato in flagranza di reato  un 37enne ed un 25enne partenopei per aver sottratto una collanina ad una pensionata di 84 anni di Piangipane proprio mentre mercanteggiavano le arance.

I Carabinieri erano a conoscenza del fenomeno diffuso in tutta l’Emilia Romagna, che hanno supposto si tratti di di una vera e propria banda “delle arance” con sede tra Napoli e Caserta. Le indagini stanno proseguendo per verificare il caso, visto che sono almeno una decina le denunce di furti e rapine che potrebbero essere fatte risalire alle azioni criminali dei due arrestati, ora in carcere a Ravenna.

Voleva gettarsi dal ponte sulla A14 a Faenza. Messa in salvo dai Carabinieri

Si tratta di una donna di 40 anni, che i militari sono riusciti ad afferrare oltre il parapetto

carabinieri FaenzaStava cercando di gettarsi, dopo avere superato il parapetto di protezione, dal ponte sull’autostrada A14 della strada provinciale “Naviglio”, nei pressi di Faenza. A minacciare di gettarsi nel vuoto una donna faentina di quarant’anni, poi tratta in salvo dai Carabinieri che sono intervenuti tempestivamente dopo una segnalazione al 112 da parte di una automobista che transitava lungo la strada, nel tardo pomeriggio di venerdì 19 febbraio. I due agenti del nucleo radiomobile arrivati sul posto hanno tentanto – assieme alla signora che si era fermata per dare l’allarme – di dissuadere la donna, che era affacciata sul vuoto, e invitarla a tornare sui suoi passi. Ma le parole dei militari non sono servite a nulla visto lo stato confusionale della quarant’enne.

I due carabinieri nel corso del colloquio sono però riusciti ad avvicinarsi alla balaustra ed approfittando di un attimo di distrazione della donna, l’hanno afferrata di sorpresa mettendola in salvo, nonostante abbia anche cercato di divincolarsi.

La donna è stata successivamente accompagnata in ambulanza in ospedale, mentre nel frattempo sono stati avvisati i familiari. Sono ancora da chiarire le ragioni che l’hanno spinta a compiere un gesto simile, ai Carabinieri non ha detto nulla, rinchiudendosi nel silenzio. In tarda serata è stata ricoverata in ospedale a Ravenna per ulteriori accertamenti.

Voleva gettarsi dal ponte sulla A14 a Faenza. Messa in salvo dai Carabinieri

Si tratta di una donna di 40 anni, che i militari sono riusciti ad afferrare oltre il parapetto

carabinieri FaenzaStava cercando di gettarsi, dopo avere superato il parapetto di protezione, dal ponte sull’autostrada A14 della strada provinciale “Naviglio”, nei pressi di Faenza. A minacciare di gettarsi nel vuoto una donna faentina di quarant’anni, poi tratta in salvo dai Carabinieri che sono intervenuti tempestivamente dopo una segnalazione al 112 da parte di una automobista che transitava lungo la strada, nel tardo pomeriggio di venerdì 19 febbraio. I due agenti del nucleo radiomobile arrivati sul posto hanno tentanto – assieme alla signora che si era fermata per dare l’allarme – di dissuadere la donna, che era affacciata sul vuoto, e invitarla a tornare sui suoi passi. Ma le parole dei militari non sono servite a nulla visto lo stato confusionale della quarant’enne.

I due carabinieri nel corso del colloquio sono però riusciti ad avvicinarsi alla balaustra ed approfittando di un attimo di distrazione della donna, l’hanno afferrata di sorpresa mettendola in salvo, nonostante abbia anche cercato di divincolarsi.

La donna è stata successivamente accompagnata in ambulanza in ospedale, mentre nel frattempo sono stati avvisati i familiari. Sono ancora da chiarire le ragioni che l’hanno spinta a compiere un gesto simile, ai Carabinieri non ha detto nulla, rinchiudendosi nel silenzio. In tarda serata è stata ricoverata in ospedale a Ravenna per ulteriori accertamenti.

L’antimafia in regione dopo le rivelazioni emerse dall’indagine “Aemilia”

Il giornalista Gaetano Alessi spiega gli obiettivi del dossier pubblicato con il GdZ, duramente criticato dal sindaco Matteucci

Dossier mafia AemiliaGaetano Alessi, bolognese di origini siciliane, giornalista (premio Fava 2011 e collaboratore di Articolo 21), oggi sindacalista, da vent’anni in prima linea nella lotta antimafia da volontario e nella divulgazione di questi argomenti per sensibilizzare coscienze e far luce su un fenomeno da queste parti troppo a lungo ignorato. Con la sua associazione AdEst e insieme a gruppi sparsi sul territorio, vere e proprio antenne (per Ravenna è il Gruppo dello Zuccherificio), da anni danno alle stampe e pubblicano online un dossier che assembla e riordina le informazioni disponibili sulla presenza mafiosa in regione.
L’aggiornamento del 2015 non poteva ovviamente prescindere dall’indagine Aemilia che ha portato alla sbarra decine di indagati e ha messo in luce intrecci e interessi che sembrano coinvolgere mondo economico, politico e dell’informazione. Il dossier Tra la via Aemilia e il West, storie di mafia, convivenze e affari ha suscitato le dure critiche del sindaco di Ravenna Matteucci che ha definito il documento «fanghiglia», gli autori «frange minoritarie» e le argomentazioni del loro lavoro di informazione «degenerazione estremista» (vedi articoli correlati).

Gaetano, per chi è pensato questo lavoro?
«Come tutti i nostri lavori degli ultimi sette anni, è pensato per  pubblici non istituzionali e la distribuzione cartacea coinvolgerà scuole, oratori, associazioni alle periferie della Regione, in particolare nei comuni terremotati. Qualche settimana fa abbiamo pubblicato un fumetto propedeutico a questo lavoro che ha avuto un’ottima accoglienza. Ora arriva questo lavoro per continuare un percorso e seminare lì un po’ di futuro. Del resto è scritto in modo molto fruibile».

Fruibile ma dettagliato, anche per la varietà delle fonti?
«Noi raccogliamo in un anno tutto ciò che esce sulla stampa, e poi prendiamo sentenze, ordinanze di custodia cautelare, informative della Dia e mettiamo tutto insieme. Perché magari una notizia singola può sfuggire, m tutte insieme offrono un quadro molto preoccupante».

Dell’inchiesta Aemilia cosa vi ha stupito di più?
«Nulla, devo dire. Gran parte di ciò che emerge nasce dalle dichiarazione del pentito Angelo Cortese nel 2008  che noi abbiamo riportato nel primo dossier nel 2011. Ci ha meravigliati la meraviglia che ha suscitato. Da anni facciamo – da volontari –  duecento serate l’anno per raccontare tutto questo. Certo, di sicuro Aemilia adesso ha costretto tutti a confrontarsi con la propria coscienza. Nessuno può più dire che non sapeva».
Da non addetti ai lavori, tra gli elementi che più colpiscono c’è quello dell’omertà, a queste latitudini. Un’infiltrazione così capillare e mai nessuna segnalazione o quasi…
«Il paradosso è che qui ci sono migliaia di aziende che pagano il pizzo e nessun meccanismo che premi chi denuncia, come invece per esempio c’è in Sicilia grazie anche alle associazioni di imprenditori come la stessa Confidustria o progetti come “AddioPizzo“».

Ma come è potuto succedere? C’è solo malafede in questa omertà o magari anche un’inconsapevolezza, un’ingenuità diffusa?
«È successo perché a un certo punto fare affari con la mafia è stato conveniente, soprattutto nel settore costruzioni. E questo ha portato anche a una certa voglia di non sapere».

Ora però che c’è stata Aemilia…
«Sì, il rischio è che Aemilia venga percepito come un fatto occasionale e illuda tutti che basterà una sentenza a ripulire tutto. Nell’ultimo anno, a parte di Aemilia, i giornali non hanno pubblicato altre notizie di mafia in regione. Ma Aemilia manda a processo una cosca e in Emilia Romagna ce ne sono altre quarantanove».

Gaetano AlessiTra le realtà economiche e anche sociali che escono forse peggio da questa vicenda c’è la cooperazione, penso al caso Cpl a cui dedicate un capitolo ma non solo, realtà nate solo per dare lavoro…
«Guarda la cooperativa costruttori di Argenta che affidava i suppalti della Salerno-Reggio Calabria ad aziende “affidabili”, alla coop costruttori di Bologna che ricostruì piazza Maggiore. Penso a  Manutencoop e Cns che sono appena state multate per turbativa d’asta negli appalti per le scuole. La ndrangheta quando si muove cerca i capitali e i capitali in Emilia Romagna erano quelli del blocco politico ed economico legato alle cooperative che non sono più quelle delle origini: sono aziende che fanno affari».

Avete definito Delrio “distratto”, ma cosa secondo voi dovrebbero o potrebbero fare i sindaci?
«La cosa da cui iniziare sono sicuramente gli appalti, da non fare più al massimo ribasso, e una forte limitazione degli affidamenti diretti. E anche incentivi a chi denuncia il pizzo, perché nessuno lo dice, ma tutti, o comunque tanti, lo pagano. E il contratto nazionale a chiunque lavori per l’ente comunale. Su Delrio vorrei precisare solo che certo, lui fa più notizia, ma la ‘ndrangheta a Reggio Emilia era arrivata da prima. E che è sorprendente che sindaci come Vecchi e Delrio espressioni di un partito molto presente sul territorio con i circoli, i militanti, gli iscritti, ma anche i circoli Arci e Anpi, non si siano mai accorti di chi stava portando il cemento. E mentre davano premi e facevano commemorazioni antimafia, hanno lasciato che la città fosse cementificata fino all’ultimo metro quadro».

Oltre a quelle del sindaco di Ravenna,  avete ricevuto altre critiche?
«Critiche le abbiamo ricevute dal sindaco di Ravenna, come dicevi, da quello di Finale Emilia e da Rocco Baglio, ex soggiornato speciale attualmente sotto processo. In generale devo dire che, a differenza del fumetto accolto con grande calore e dove meno si parlava di politica, questo dossier è stato accolto con grande freddezza sia dalle isituzioni, sia dalle realtà economiche. Del resto questo è un posto dove vertici di Legacoop Bologna sono indagati e nessuno ne parla (è quanto accaduto nell’indagine partita dalla denuncia di pressioni della sindaca di San Lazzaro Isabella Conti per aver bocciato un progetto edilizio, ndr). Forse di questa freddezza non c’è da stupirsi».

 

NUMERI: 239 imputati per una cosca. Ma le cosche sono 50 per 7 mafie
L’inchiesta Aemilia ha portato all’arresto e al processo di 239 imputati, quasi tutti legati alla cosca di Cutro guidata dal boss Nicolino Grande Aracri. Scrivono Gaetano Alessi e Massimo Manzoli nel primo capitolo del dossier Tra la via Aemilia e il West: «Prendete questo numero, 239 per una cosca, moltiplicatelo per le altre 50 ramificazioni criminiali presenti in regione (tra n’drangheta, cosa nostra, camorra e Sacra corona unita) ed elevatelo alle 7 mafie straniere presenti (nordafricana, nigeriana, cinese, sudamericana, rumena, ucrainia e albanese), ed eccovi l’equazione esatta che porta a dire al procuratore antimafica Roberto Pennisi: «L’Emilia Romagna è terra di Mafia». Nel dossier si parla a lungo ovviamente di Emilia, ma c’è un capitolo dedicato alla Romagna. Per Ravenna in paritcolare emerge la presenza dei Femia, coinvolti nelle macchinette per il gioco d’azzardo, a Conselice, fatto questo più volte denunciato pubblicamente proprio dal Gruppo dello Zuccherificio, anche su queste pagine.

L’antimafia in regione dopo le rivelazioni emerse dall’indagine “Aemilia”

Il giornalista Gaetano Alessi spiega gli obiettivi del dossier pubblicato con il GdZ, duramente criticato dal sindaco Matteucci

Dossier mafia AemiliaGaetano Alessi, bolognese di origini siciliane, giornalista (premio Fava 2011 e collaboratore di Articolo 21), oggi sindacalista, da vent’anni in prima linea nella lotta antimafia da volontario e nella divulgazione di questi argomenti per sensibilizzare coscienze e far luce su un fenomeno da queste parti troppo a lungo ignorato. Con la sua associazione AdEst e insieme a gruppi sparsi sul territorio, vere e proprio antenne (per Ravenna è il Gruppo dello Zuccherificio), da anni danno alle stampe e pubblicano online un dossier che assembla e riordina le informazioni disponibili sulla presenza mafiosa in regione.
L’aggiornamento del 2015 non poteva ovviamente prescindere dall’indagine Aemilia che ha portato alla sbarra decine di indagati e ha messo in luce intrecci e interessi che sembrano coinvolgere mondo economico, politico e dell’informazione. Il dossier Tra la via Aemilia e il West, storie di mafia, convivenze e affari ha suscitato le dure critiche del sindaco di Ravenna Matteucci che ha definito il documento «fanghiglia», gli autori «frange minoritarie» e le argomentazioni del loro lavoro di informazione «degenerazione estremista» (vedi articoli correlati).

Gaetano, per chi è pensato questo lavoro?
«Come tutti i nostri lavori degli ultimi sette anni, è pensato per  pubblici non istituzionali e la distribuzione cartacea coinvolgerà scuole, oratori, associazioni alle periferie della Regione, in particolare nei comuni terremotati. Qualche settimana fa abbiamo pubblicato un fumetto propedeutico a questo lavoro che ha avuto un’ottima accoglienza. Ora arriva questo lavoro per continuare un percorso e seminare lì un po’ di futuro. Del resto è scritto in modo molto fruibile».

Fruibile ma dettagliato, anche per la varietà delle fonti?
«Noi raccogliamo in un anno tutto ciò che esce sulla stampa, e poi prendiamo sentenze, ordinanze di custodia cautelare, informative della Dia e mettiamo tutto insieme. Perché magari una notizia singola può sfuggire, m tutte insieme offrono un quadro molto preoccupante».

Dell’inchiesta Aemilia cosa vi ha stupito di più?
«Nulla, devo dire. Gran parte di ciò che emerge nasce dalle dichiarazione del pentito Angelo Cortese nel 2008  che noi abbiamo riportato nel primo dossier nel 2011. Ci ha meravigliati la meraviglia che ha suscitato. Da anni facciamo – da volontari –  duecento serate l’anno per raccontare tutto questo. Certo, di sicuro Aemilia adesso ha costretto tutti a confrontarsi con la propria coscienza. Nessuno può più dire che non sapeva».
Da non addetti ai lavori, tra gli elementi che più colpiscono c’è quello dell’omertà, a queste latitudini. Un’infiltrazione così capillare e mai nessuna segnalazione o quasi…
«Il paradosso è che qui ci sono migliaia di aziende che pagano il pizzo e nessun meccanismo che premi chi denuncia, come invece per esempio c’è in Sicilia grazie anche alle associazioni di imprenditori come la stessa Confidustria o progetti come “AddioPizzo“».

Ma come è potuto succedere? C’è solo malafede in questa omertà o magari anche un’inconsapevolezza, un’ingenuità diffusa?
«È successo perché a un certo punto fare affari con la mafia è stato conveniente, soprattutto nel settore costruzioni. E questo ha portato anche a una certa voglia di non sapere».

Ora però che c’è stata Aemilia…
«Sì, il rischio è che Aemilia venga percepito come un fatto occasionale e illuda tutti che basterà una sentenza a ripulire tutto. Nell’ultimo anno, a parte di Aemilia, i giornali non hanno pubblicato altre notizie di mafia in regione. Ma Aemilia manda a processo una cosca e in Emilia Romagna ce ne sono altre quarantanove».

Gaetano AlessiTra le realtà economiche e anche sociali che escono forse peggio da questa vicenda c’è la cooperazione, penso al caso Cpl a cui dedicate un capitolo ma non solo, realtà nate solo per dare lavoro…
«Guarda la cooperativa costruttori di Argenta che affidava i suppalti della Salerno-Reggio Calabria ad aziende “affidabili”, alla coop costruttori di Bologna che ricostruì piazza Maggiore. Penso a  Manutencoop e Cns che sono appena state multate per turbativa d’asta negli appalti per le scuole. La ndrangheta quando si muove cerca i capitali e i capitali in Emilia Romagna erano quelli del blocco politico ed economico legato alle cooperative che non sono più quelle delle origini: sono aziende che fanno affari».

Avete definito Delrio “distratto”, ma cosa secondo voi dovrebbero o potrebbero fare i sindaci?
«La cosa da cui iniziare sono sicuramente gli appalti, da non fare più al massimo ribasso, e una forte limitazione degli affidamenti diretti. E anche incentivi a chi denuncia il pizzo, perché nessuno lo dice, ma tutti, o comunque tanti, lo pagano. E il contratto nazionale a chiunque lavori per l’ente comunale. Su Delrio vorrei precisare solo che certo, lui fa più notizia, ma la ‘ndrangheta a Reggio Emilia era arrivata da prima. E che è sorprendente che sindaci come Vecchi e Delrio espressioni di un partito molto presente sul territorio con i circoli, i militanti, gli iscritti, ma anche i circoli Arci e Anpi, non si siano mai accorti di chi stava portando il cemento. E mentre davano premi e facevano commemorazioni antimafia, hanno lasciato che la città fosse cementificata fino all’ultimo metro quadro».

Oltre a quelle del sindaco di Ravenna,  avete ricevuto altre critiche?
«Critiche le abbiamo ricevute dal sindaco di Ravenna, come dicevi, da quello di Finale Emilia e da Rocco Baglio, ex soggiornato speciale attualmente sotto processo. In generale devo dire che, a differenza del fumetto accolto con grande calore e dove meno si parlava di politica, questo dossier è stato accolto con grande freddezza sia dalle isituzioni, sia dalle realtà economiche. Del resto questo è un posto dove vertici di Legacoop Bologna sono indagati e nessuno ne parla (è quanto accaduto nell’indagine partita dalla denuncia di pressioni della sindaca di San Lazzaro Isabella Conti per aver bocciato un progetto edilizio, ndr). Forse di questa freddezza non c’è da stupirsi».

 

NUMERI: 239 imputati per una cosca. Ma le cosche sono 50 per 7 mafie
L’inchiesta Aemilia ha portato all’arresto e al processo di 239 imputati, quasi tutti legati alla cosca di Cutro guidata dal boss Nicolino Grande Aracri. Scrivono Gaetano Alessi e Massimo Manzoli nel primo capitolo del dossier Tra la via Aemilia e il West: «Prendete questo numero, 239 per una cosca, moltiplicatelo per le altre 50 ramificazioni criminiali presenti in regione (tra n’drangheta, cosa nostra, camorra e Sacra corona unita) ed elevatelo alle 7 mafie straniere presenti (nordafricana, nigeriana, cinese, sudamericana, rumena, ucrainia e albanese), ed eccovi l’equazione esatta che porta a dire al procuratore antimafica Roberto Pennisi: «L’Emilia Romagna è terra di Mafia». Nel dossier si parla a lungo ovviamente di Emilia, ma c’è un capitolo dedicato alla Romagna. Per Ravenna in paritcolare emerge la presenza dei Femia, coinvolti nelle macchinette per il gioco d’azzardo, a Conselice, fatto questo più volte denunciato pubblicamente proprio dal Gruppo dello Zuccherificio, anche su queste pagine.

La lista civica della Pigna si allarga con gli animatori di “Ravenna Insieme” 

Si affiancano a Bucci, Savini e Damassa. Intanto, il capolista Roccafiorita attacca le liste civetta Pd e la “cupola consociativa“

Lista La PignaLa lista La Pigna, candidato sindaco Maurizio Bucci, annuncia nuovi sostenitori, in gran parte provenienti dall’associazione “Ravenna Insieme”, a partire da Loris Savini e Daniele Damassa. Intanto, avanza un attacco senza esclusione di colpi  alle “liste civetta“ del Pd e pubblica un documento sugli intrecci di una presunta cupola consociativa ravennate.


A dichiarare l’ingresso nei ranghi della Pigna dell’associazione culturale  “Ravenna Insieme” è uno dei suoi esponenti di punta, Loris Savini: «Quando circa un anno fa abbiamo fondato l’associazione, non c’era l’intenzione di aggregarsi a un movimento politico. Ma il degrado di Ravenna raggiunto negli ultimi tempi è stato talmente grande che abbiamo deciso anche noi di scendere in campo, sostenendo la Pigna e sciogliendo “Ravenna Insieme“. I suoi rappresentanti hanno tanti progetti che hanno la nostra approvazione ed è l’amore per la nostra città che ci ha spinto a portare il nostro contributo».

Nell’occasione, il capolista della Pigna, Giuseppe Roccafiorita, ne approfitta per sferrare un duro attacco alle “liste civetta” del Pd. «La nostra è l’unica vera esperienza civica ravennate. Per noi sono un’offesa tutte le altre liste, nate solo per portare voti al Pd in settori in cui è in palese difficoltà. Dopo Perini e i giovani “non giovani”, ecco che arriva Poggiali con una scelta che non può che lasciare interdetti. Ma non era lui che solo qualche anno fa dichiarava che le cause della crisi di Ravenna venivano dalle colpe di un solo potere? E lui che fa? Crea una lista con tanto di commissario politico, Valenti, che altro non è che uno dei numerosi esponenti del Pd all’interno di queste liste civetta. È la nostra l’unica vera lista civica, fatta da cittadini che lavorano e che producono. Se il ravennate vuole uscire dalla “cupola” che ci circonda, l’unica soluzione è la Pigna».

Rincalza la dose antagonista il candidato a sindaco Bucci, senza mezze misure: «L’entrata in campo di Poggiali è la risposta del gruppo Ottolenghi per dare un appoggio al Pd. Nel momento in cui Galliano Di Marco viene osteggiato dagli Industriali, l’Amministrazione comunale scarica il presidente dell’Autorità Portuale, nonostante fino a quel momento lo avesse sostenuto e tenuto stretto a Ravenna. La scelta di Poggiali è quindi solo di tipo affaristico, di vantaggio personale, altro che di valore civico… E tutto ciò a spese di Ravenna e dei ravennati, con oltre 200 milioni di euro disponibili per i lavori nel porto ancora congelati».

Pigna Ravenna InsiemeNel frattempo la compagine elettorale della Pigna ha diffuso anche un lungo documento su quella che definisce la “cupola sopra Ravenna“, una presunta sorta di intrecci consociativi, in cui sono chiamati in causa personaggi e società del mondo politico, economico e istituzionale ravennate di oggi e del passato prossimo.
In ordine di apparizione: Sapir spa, Consorzio Mappamondo, Consorzio Selenia, Consorzio Agape, Consorzio Sevizi Sociali, Asp, Comway srl, Gamma srl, Gruppo Ciclat, Gianfranco Bessi e i figli Gianni, Marina e Matteo, Hera spa, Ariete Invest spa, Copura scrl, Gruppo Nettuno, Costa Verde srl, Massimiliano Alberghini, Alvaro Ancisi, Gianluca Pini, Daniele Perini, Giovanni Crocetti, Dino Guerra, Pubblica Assistenza, Olympus srl, Giovanni Poggiali, Paolo Valenti, Cassa di Risparmio di Ravenna, Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, Giordano Angelini, Compagnia dell’Albero as, Virtus as, Miro Fiammenghi, Guido Ottolenghi, Confindustria Ravenna, Setramar, Michele De Pascale, Movimento per l’Autonomia della Romagna, Legacoop, Carburanti Candiano spa, Ravenna Calcio as, Vidmer Mercatali, Giannantonio Mingozzi, Renato Serra 61 (ex Macello) srl, Interporto srl, Pir spa, Ravenna Holding spa, Ravenna Farmacie srl e via andare…

Il comunicato stampa completo e argomentato nei documenti allegati.

La lista civica della Pigna si allarga con gli animatori di “Ravenna Insieme” 

Si affiancano a Bucci, Savini e Damassa. Intanto, il capolista Roccafiorita attacca le liste civetta Pd e la “cupola consociativa“

Lista La PignaLa lista La Pigna, candidato sindaco Maurizio Bucci, annuncia nuovi sostenitori, in gran parte provenienti dall’associazione “Ravenna Insieme”, a partire da Loris Savini e Daniele Damassa. Intanto, avanza un attacco senza esclusione di colpi  alle “liste civetta“ del Pd e pubblica un documento sugli intrecci di una presunta cupola consociativa ravennate.


A dichiarare l’ingresso nei ranghi della Pigna dell’associazione culturale  “Ravenna Insieme” è uno dei suoi esponenti di punta, Loris Savini: «Quando circa un anno fa abbiamo fondato l’associazione, non c’era l’intenzione di aggregarsi a un movimento politico. Ma il degrado di Ravenna raggiunto negli ultimi tempi è stato talmente grande che abbiamo deciso anche noi di scendere in campo, sostenendo la Pigna e sciogliendo “Ravenna Insieme“. I suoi rappresentanti hanno tanti progetti che hanno la nostra approvazione ed è l’amore per la nostra città che ci ha spinto a portare il nostro contributo».

Nell’occasione, il capolista della Pigna, Giuseppe Roccafiorita, ne approfitta per sferrare un duro attacco alle “liste civetta” del Pd. «La nostra è l’unica vera esperienza civica ravennate. Per noi sono un’offesa tutte le altre liste, nate solo per portare voti al Pd in settori in cui è in palese difficoltà. Dopo Perini e i giovani “non giovani”, ecco che arriva Poggiali con una scelta che non può che lasciare interdetti. Ma non era lui che solo qualche anno fa dichiarava che le cause della crisi di Ravenna venivano dalle colpe di un solo potere? E lui che fa? Crea una lista con tanto di commissario politico, Valenti, che altro non è che uno dei numerosi esponenti del Pd all’interno di queste liste civetta. È la nostra l’unica vera lista civica, fatta da cittadini che lavorano e che producono. Se il ravennate vuole uscire dalla “cupola” che ci circonda, l’unica soluzione è la Pigna».

Rincalza la dose antagonista il candidato a sindaco Bucci, senza mezze misure: «L’entrata in campo di Poggiali è la risposta del gruppo Ottolenghi per dare un appoggio al Pd. Nel momento in cui Galliano Di Marco viene osteggiato dagli Industriali, l’Amministrazione comunale scarica il presidente dell’Autorità Portuale, nonostante fino a quel momento lo avesse sostenuto e tenuto stretto a Ravenna. La scelta di Poggiali è quindi solo di tipo affaristico, di vantaggio personale, altro che di valore civico… E tutto ciò a spese di Ravenna e dei ravennati, con oltre 200 milioni di euro disponibili per i lavori nel porto ancora congelati».

Pigna Ravenna InsiemeNel frattempo la compagine elettorale della Pigna ha diffuso anche un lungo documento su quella che definisce la “cupola sopra Ravenna“, una presunta sorta di intrecci consociativi, in cui sono chiamati in causa personaggi e società del mondo politico, economico e istituzionale ravennate di oggi e del passato prossimo.
In ordine di apparizione: Sapir spa, Consorzio Mappamondo, Consorzio Selenia, Consorzio Agape, Consorzio Sevizi Sociali, Asp, Comway srl, Gamma srl, Gruppo Ciclat, Gianfranco Bessi e i figli Gianni, Marina e Matteo, Hera spa, Ariete Invest spa, Copura scrl, Gruppo Nettuno, Costa Verde srl, Massimiliano Alberghini, Alvaro Ancisi, Gianluca Pini, Daniele Perini, Giovanni Crocetti, Dino Guerra, Pubblica Assistenza, Olympus srl, Giovanni Poggiali, Paolo Valenti, Cassa di Risparmio di Ravenna, Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, Giordano Angelini, Compagnia dell’Albero as, Virtus as, Miro Fiammenghi, Guido Ottolenghi, Confindustria Ravenna, Setramar, Michele De Pascale, Movimento per l’Autonomia della Romagna, Legacoop, Carburanti Candiano spa, Ravenna Calcio as, Vidmer Mercatali, Giannantonio Mingozzi, Renato Serra 61 (ex Macello) srl, Interporto srl, Pir spa, Ravenna Holding spa, Ravenna Farmacie srl e via andare…

Il comunicato stampa completo e argomentato nei documenti allegati.

Da Cinemaincentro a Berlino per premiare i film d’essai

Il racconto di Tiziano Gamberini, segnalato da Fice per rappresentare l’Italia fra i giurati internazionali del prestigioso festival tedesco 

Gamberini Berlino 2016Cinque film al giorno per sette giorni, pellicole d’autore, di giovani registi, provenienti da paesi ermergenti, tutte le trentatré che sono state selezionate per la sezione “Panorama“ al Berlino Film Festival, tra i più prestigiosi a livello mondiale. Ecco la testimonianza del faentino Tiziano Gamberini, al lavoro come giurato nella città tedesca.

Gamberini è infatti presidente del circuito Cinemaincentro, è uno dei tre membri della giuria internazionale e indipendente incaricata per attribuire l’Art Cinema Award della Berlinale 2016, insieme a un collega polacco e una collega tedesca. È stato scelto dall’organizzazione della manifestazione cinematografica tedesca dopo essere stato segnalato dalla Fice, la rete di 250 sale di cinema d’essai italiana cui aderisce Cinemaincentro con ben quattro sale: due a Faenza (Sarti e Italia), una a Imola e una in centro a Ravenna (Mariani).

Lo abbiamo contattato proprio mentre si trova nelle capitale tedesca, in una delle rare pause dalle proiezioni per farci raccontare qualcosa di queste giornate da giurato.
«È un’esperienza molto bella e devo dire molto stimolante – ci racconta – anche perché ho incontrato due compagni di giuria con i quali sono entrato subito in sintonia. Ogni giorno guardiamo circa cinque film e la mattina ci confrontiamo su impressioni e pareri». Trattandosi di film “di nicchia”, di produzioni non commercialmente forti, il premio per la pellicola vincitrice significa la possibilità di essere doppiata e di trovare una distribuzione in Europa che altrimenti difficilmente potrebbe avere. «Stiamo vedendo un panorama davvero vastissimo con produzioni che vanno dal Kazakhistan alla Corea, davvero una cinematografia mondiale e non sarà facile scegliere. Stiamo cercando di giungere a una short list cercando di pensare anche a film che possano trovare effettivamente un pubblico, per quanto selezionato, nelle sale europee».

Venerdì 19 è il giorno in cui la giuria è stata chiamata a redigere le motivazione, sabato 20 è prevista la premiazione e poi, nei mesi a venire, la proiezioni in migliaia di sale europee, anche naturalmente in quelle romagnole di Cinemaincentro.

L’addio di Spadoni: «Al Mar risorse dimezzate, così non si può lavorare»

Lo storico direttore a tutto campo, tra polemiche e rimpianti
alla vigilia della vernice della mostra da Picasso a Duchamp

Lo incontriamo nel suo vecchio ufficio, in un museo quasi deserto, nonostante manchino pochi giorni all’inaugurazione del 20 febbraio della grande mostra del 2016 (vedi tra i correlati). «Ad allestire siamo in tre-quattro in tutto, neanche in teoria tenuti a farlo, tra cui custode, curatore e registrar (colui che di fatto cura l’organizzazione dal punto di vista tecnico, ndr). A Forlì, per esempio, ci sono all’opera qualche decina di allestitori, ogni sezione ha addirittura un piccolo staff, non so se rendo l’idea…». Allarga le braccia Claudio Spadoni, direttore del Museo d’Arte della città di Ravenna (Mar) fino al 2012, quando andò formalmente in pensione continuando però a svolgere il suo ruolo prima come consulente esterno per il Comune e ora, da un paio d’anni, a spese della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna.

Spadoni, inutile negarlo, continua a essere il Mar e viceversa. Un museo che ha rilanciato fino a farlo diventare tra i migliori italiani secondo una ricerca della stessa rivista (l’autorevole Il Giornale dell’arte) che pochi anni prima il suo ingresso lo aveva invece “incoronato” peggior museo d’Italia dal punto di vista della gestione. Ora il suo percorso è destinato a concludersi in maniera simbolica con una mostra il cui sottotitolo (“La seduzione dell’antico”) rappresenta anche il filo rosso – quello del confronto tra attualità e passato – che ha unito tutte le mostre del Mar targate Spadoni, che ora pare stanco soprattutto di alcune polemiche (in particolare non gli sono piaciute le critiche del presidente di Confcommercio, Mauro Mambelli) relative al numero dei visitatori e ai confronti con Forlì, che negli ultimi anni ha puntato tutto sulle grandi mostre dei Musei di San Domenico, investendo budget considerevoli.

Spadoni, cerchiamo di fare chiarezza sui numeri, per prima cosa.
«Mi sembra semplicemente molto scorretto dare numeri di affluenze, di resa, senza parlare dei costi (come fatto dallo stesso Mambelli e da alcuni soggetti politici in queste ultime settimane, ndr): altrove, a Forlì come a Ferrara, spendono circa quattro volte rispetto a noi (in media circa 2 milioni di euro contro poco più di mezzo milione, ndr), per essere corretti bisognerebbe allora fare paragoni con quelle città sommando i dati dei visitatori delle nostre ultime quattro mostre…».

Ma a Ravenna è sempre stato così?
«Assolutamente no. All’inizio potevamo contare quasi sul doppio del budget e sul doppio delle risorse umane. La prima mostra su Roberto Longhi, nel 2003, poteva contare su quasi un milione di euro (e non per niente, forse, resta la più visitata, con circa 55mila visitatori registrati, ndr) e negli anni immediatamente seguenti siamo oscillati tra 700 e 800mila euro, potendo contare oltretutto su uno staff composto da una quindicina di persone».

Oggi invece in quanti lavorate alla mostra?
«Circa la metà delle persone rispetto a quei tempi, in cui come istituzione (nata su iniziativa del Comune nel 2002, proprio con l’arrivo di Spadoni, per rilanciare l’attività culturale del museo, ndr) potevamo scegliere liberamente collaboratori, anche solo per brevi periodi, che pagavamo autonomamente. Tra pensionamenti, trasferimenti e l’impossibilità per legge di aprire nuove collaborazioni, non siamo più in numero sufficiente e non esiste più, per fare un esempio, anche solo un collaboratore dell’ufficio relazioni esterne che si occupi esclusivamente, come accadeva anni fa, di fare telefonate per promuovere la mostra e organizzare le visite dei gruppi».

Che il Comune si sia affidato troppo alle sue capacità? Potrebbero aver pensato: “Tanto ci pensa Spadoni a fare una bella mostra anche senza risorse”…
«Certo, non mi ha mai creduto nessuno fuori Ravenna quando dicevo che il Comune non mette più un euro (dal 2011 in avanti, ndr) per le attività espositive, che vorrei sottolineare non si limitano alla sola grande mostra, offrendo il Mar un ventaglio di offerte durante l’anno, senza mai un mese chiuso, come pochi altri musei possono vantare, spesso a costo zero, ma che portano comunque visitatori».

Qualche rimpianto?
«Diciamo che 7-8 anni fa sono stato molto indeciso: ero stato scelto tra poco meno di cento candidati per la direzione della Gam di Torino, probabilmente il museo più importante in Italia per ottocento e novecento. Ne parlai con il sindaco Matteucci, che mi chiese naturalmente di restare qui, essendo all’inizio del nostro percorso. Feci una scelta di cuore, ma restai anche perché credevo molto nel progetto e nel rilancio del museo di Ravenna, avevo una squadra giovane, selezionata e motivata, che avevo costruito personalmente. Davo per scontato che se avessimo dimostrato che la nascita dell’istituzione aveva effettivamente dato una nuova identità al museo, come confermavano gli apprezzamenti incondizionati della critica, il Comune avrebbe continuato a sostenerci come nei primi anni. Quando una cosa funziona penso che sia logico insistere o semmai potenziarla. Non è stato proprio così, forse anche per la congiuntura economica negativa, e adesso la situazione è cambiata».

Ma ne ha parlato con il sindaco, dopo che l’aveva convinta a restare?
«Ho spiegato credo in varie occasioni, anche in maniera abbastanza precisa, quali erano le necessità del museo e che cosa sarebbe stato necessario per poter continuare a restare almeno al livello dei primi anni, a fronte anche di una concorrenza serrata».

Quale crede che sia stata la strategia dell’Amministrazione?
«È stata fatta una scelta di frammentazione di risorse in campo culturale, che ha aspetti positivi e negativi. Da un certo punto di vista è una ricchezza perché si possono soddisfare esigenze diverse da parte del pubblico e assecondare abitudini della città. Dall’altra parte è ovvio che in questo modo si indeboliscono alcuni settori, quelli già più deboli…».

C’è chi dice che in fondo Ravenna è già una città d’arte, ha già i mosaici e potrebbe non aver così bisogno di grandi mostre, a differenza di Forlì, per esempio.
«Sono certo che Ravenna abbia ancora grandi potenzialità derivanti dalla propria storia e dalla consapevolezza della propria storia: puntando sulla propria identità si possono ottenere risultati anche nel presente e nel futuro, senza andare a caccia di chimere o copiare modelli altrui. Come dimostra una città d’arte come Ferrara. A Forlì invece la situazione è diversa, con il Comune che non avendo le risorse ha delegato una fondazione bancaria (la Cassa di Forlì, ndr) a occuparsi autonomamente del recupero di spazi meravigliosi per un progetto che è risultato vincente e che vede tutta la città coinvolta. Credo si faccia fatica a trovare un forlivese che non vada alla mostra, mentre i ravennati che vengono al Mar sono davvero pochi e sempre gli stessi».

A proposito di fondazioni bancarie, qui recentemente hanno investito o stanno investendo pesantemente sul restauro di palazzo Rasponi, la cui destinazione non è però ancora del tutto chiara, o sul museo di Classe, la cui inaugurazione slitta da anni. Cosa ne pensa?
«Sono state fatte scelte di politica culturale, degli investimenti, legittimamente, e che non commento. Ricordo che si diceva che erano investimenti giusti, che sarebbero stati un volano per il turismo. Vedremo. Al momento però sottolineo come a qualcuno non sembrino interessare altre offerte culturali, i numeri che fanno altre istituzioni o fondazioni presenti in città, in diversi settori culturali, a fronte di investimenti consistenti. Ma perché mai si tira in ballo solo il Mar?».

Del Mar, intanto, ha già parlato anche il candidato sindaco del Pd, Michele De Pascale, assicurando sul nostro giornale maggiori risorse per le grandi mostre in futuro…
«Se l’ha detto non ho motivo per non crederci. Mi permetto di fare una piccola osservazione però: una mostra seria, dall’ideazione alla verifica della fattibilità e alla realizzazione vera e propria, richiede come minimo un paio d’anni di preparazione. A questo punto per un’ipotetica ed eventuale grande mostra del 2017 bisognerebbe aver già iniziato a lavorare».

E lei ci ha già pensato?
«Assolutamente no, il mio contratto scade con questa mostra e nessuno mi ha chiesto nulla, qui a Ravenna».

Sarà quindi la sua ultima mostra al Mar?
«Suppongo di sì. A queste condizioni non mi sembra una bella prospettiva progettare per un museo in cui sono sempre più ridotti i margini di manovra, con risorse inadeguate, per poi farmi accusare di non aver portato abbastanza turisti a Ravenna».

Ma crede che in ogni caso il Comune dovrebbe investire maggiori risorse sul Mar?
«E a discapito di chi? Non credo che qui possa essere pensabile…».

Quale dovrebbe essere il profilo del suo successore?
«Credo che la soluzione più auspicabile per un museo sia quella del bando pubblico, o di una chiamata per titoli, ma indipendentemente dal metodo, bisognerà tenere conto di una complicazione che ha il museo di Ravenna, quello di essere contemporaneamente di arte antica e moderna-contemporanea, dal trecento in avanti, una tipologia un po’ insolita e che presupporrebbe nel direttore delle competenze in tutto quest’arco di tempo, o perlomeno una forma mentis e una formazione adeguata. La scelta credo debba essere tarata sull’immagine che il Comune vuole dare al museo. Dando per scontato che si cerchi un direttore scientifico (al momento, come noto, il direttore ufficialmente è Maria Grazia Marini, dirigente comunale, che si occupa prettamente della parte amministrativa, ndr) e non si voglia affidare di mostra in mostra l’incarico a un curatore diverso, facendo perdere però così al nostro museo una sua identità».

Quali sono le mostre che ricorda con più orgoglio tra quelle organizzate dal 2003 a oggi al Mar?
«Il filone degli storici dell’arte (Longhi, Arcangeli, Corrado Ricci e Testori, ndr) ha dato appunto al museo un’identità forte, siamo stati i primi a organizzare un ciclo di mostre non sugli artisti ma su coloro che hanno orientato il gusto e spostato le ricerche. Anche quella sul Dopoguerra in Italia non era mai stata fatta altrove in maniera così mirata mentre quella di Giacometti era la più grande e completa mai realizzata fino a quel momento in tutta Europa, tanto che ora sarebbe irrealizzabile anche solo per i costi di assicurazione che oggi risulterebbero più che decuplicati».

E una mostra che non rifarebbe?
«Diciamo che paradossalmente non rifarei in quel modo sempre quella su Corrado Ricci, forse tra le più importanti come standard qualitativo, ma fin troppo specialistica, per la quale avevo dato per scontato alcune conoscenze che invece non lo erano. E rimasi raggelato quando alcuni mi fermarono proprio in via Corrado Ricci, a Ravenna, per chiedermi chi fosse questo Corrado Ricci a cui stavo dedicando la mostra…».

Cosa farà dopo questa esposizione?
«Ho ricevuto alcune proposte concrete fuori regione, ma su pressione di moglie e figli credo che mi riposerò un po’, anche perché quello di Artefiera a Bologna (di cui è direttore, ndr) è comunque un impegno pesante e stressante».

In questi mesi entra nel vivo anche la campagna elettorale, mai pensato di fare politica?
«Mi fu chiesto in gioventù ma avevo altri interessi . E poi, troppi compromessi. Per quanto riguarda questa campagna elettorale, al momento il panorama complessivamente non mi pare entusiasmante. Penso comunque che la città abbia bisogno di qualche scossa, e anche di un cambio di mentalità. Ravenna sconta i problemi che ha una città piccola, aggravati dal suo relativo isolamento geografico. Credo che continui a essere una città parecchio chiusa e che proprio per questo ha accentuato la forma peggiore di provincialismo, ossia la paura stessa di apparire provinciale; una città dove si coltivano piccoli miti locali ma al tempo stesso si considera provinciale ciò che non lo è e si dà voce, attribuendo loro autorevolezza, a figure che in una città appena più grande non sarebbero ascoltate neanche nel loro quartiere».

Ha già deciso per chi votare?
«Deciderò a ragion veduta a tempo debito, non sono mai stato il tipo che avendo scelto una fede ne è rimasto tenacemente fedele, ma non sono nemmeno una banderuola che può passare da destra a sinistra con disinvoltura. Credo sempre di più che anche in politica la differenza la facciano gli uomini. Sono cresciuto all’ombra del campanile, i miei genitori erano cattolicissimi (il fratello Gianfranco è da anni esponente di spicco dell’Udc locale, ndr), ma io ho deciso di allontanarmi da quell’ombra convincendomi sempre di più che non avrei mai potuto iscrivermi a un partito e giurare fedeltà a un credo politico: tendenzialmente mi sento in totale sintonia con il mio maestro Francesco Arcangeli che si diceva anarchico. Ma per rivendicare, in questo modo, la mia totale autonomia di giudizio».

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