mercoledì
13 Maggio 2026

Denuncia il Comune per le buche dopo un incidente. Ma l’aveva simulato

Una 33enne aveva citato anche un testimone, che però ha negato tutto. Vistasi scoperta dai carabinieri, ha tentato di ritirare la querela  

Aveva denunciato ai carabinieri di essere stata vittima di un incidente a causa di una buca nell’asfalto, tra via Suzzi e via Palladio (zona viale Randi), a Ravenna, finendo ricoverata in ospedale con una prognosi di 20 giorni.

«Sono una cittadina che paga le tasse e il Comune cosa fa per le strade?», si era lamentata con i carabinieri, presentando anche un certificato medico e fornendo ai militari i dati di un testimone che, secondo la versione della donna, stava passando per caso da quelle parti e che l’avrebbe aiutata ad alzarsi. I carabinieri, però, hanno in realtà scoperto che l’uomo aveva già avuto rapporti in passato con la donna ed era stato anche il suo fidanzato.

Sentito direttamente, il presunto testimone ha negato di aver mai soccorso la donna, confermando di conoscerla e rivelando ai carabinieri di aver ricevuto dalla stessa una telefonata in cui lamentava un incidente subito in scooter e in cui era alla ricerca di un testimone per avere un risarcimento indebito. I militari hanno verificato ed è emerso che la donna è proprietaria di due ciclomotori, senza tuttavia aver mai conseguito alcuna patente di guida.

Svelato il tentativo di truffa ai danni del Comune, la donna – una 33enne ravennate originaria di Napoli – è stata denunciata per simulazione di reato, tentata truffa e calunnia. Al momento della notifica dei verbali ha anche provato a ritirare la querela relativa all’incidente nel vano tentativo di risparmiarsi il deferimento.

Fuga a 180 km orari per tre km per seminare il militare fuori servizio

Un carabiniere riconosce la Polo ricercata da giorni e ingaggia l’inseguimento: quattro incappucciati riescono a scappare nei campi

Un inseguimento per tre chilometri sfiorando punte di 180 chilometri orari di velocità poi i quattro malviventi hanno mollato l’auto e sono scappati a piedi nel buio delle campagne lanciando insulti al carabiniere che ha potuto riconoscere l’accento est-europeo. Ora saranno i Ris di Parma a setacciare la vettura alla ricerca di indizi per risalire agli occupanti, probabilmente autori di alcuni furti in abitazione nel territorio faentino.

È stato un sabato sera da action movie tra Faenza e Granarolo. Il carabiniere Sergio Galloni, appuntato scelto assegnato alla centrale operativa del 112 (nella foto sotto accanto all’auto dei fuggitivi), era fuori servizio alla guida della sua auto in compagnia del cognato quando verso le 20.40 ha visto due uomini incappucciati saltare fuori dal giardini di un’abitazione di via Donesiglio e montare su una Volkswage Polo ricercata da alcuni giorni in relazione ad alcuni furti e sopralluoghi nel Faentino. È nato l’inseguimento che si è concluso in via Dal Pane nella frazione di Granarolo sotto gli occhi di alcuni testimoni che sono stati sfiorati dal passaggio della Polo inseguita dall’auto del militare con le quattro frecce accese: in prossimità di un vicolo cieco, quattro uomini incappucciati hanno abbandonato l’auto.

Il veicolo usato dai fuggitivi era stato rubato a Solarolo: la proprietaria, momentaneamente all’estero per lavoro, lo aveva lasciato da un parente che aveva la disponibilità di un garage per custodirlo ma una decina di giorni fa l’abitazione è stata visitata dailadri che non avevano portato via niente se non la vettura avendo trovato in casa le chiavi. Diverse le segnalazioni giunte nei giorni successivi per avvistamenti dell’auto tra Reda e Granarolo. A bordo trovati numerosi arnesi da scasso, fra cui una pesantissima mazzola di grosse dimensioni ed un piede di porco, alcuni vestiti e scarpe infangate nonchè un walkie-talkie. Ma anche un telefono cellulare e alcuni gioielli rubati da un’abitazione di via Donesiglio: insomma i ladri avevano già colpito prima di essere inseguiti.

Nell’abitazione vicina, da dove il carabiniere libero dal servizio li aveva visti uscire, i ladri sono stati messi in fuga dall’attivazione del sistema di allarme ma i segni del loro passaggio sono indicativi della particolare determinazione: rotti tutti i lampioni esterni, con una scala avevano distrutto la sirena del sistema di allarme e con un piede di porco avevano danneggiato ed aperto gli scuroni delle porta di ingresso principale e delle finestre che conducono nelle camere da letto per poi mettere a soqquadro le stanze andandosene a mani vuote forse perché messi in fuga dall’allarme.

Ecco il vademecum per adeguare i capanni al nuovo regolamento

L’assessore: «Non perdete l’opportunità di riqualificare»

L’assessore all’Ambiente del Comune di Ravenna, Guido Guerrieri, ha illustrato un vademecum che chiarisce l’iter da seguire per adeguare i capanni al regolamento deliberato di recente dal consiglio comunale.

Il regolamento – sottolineano dal Comune – «ha la finalità di disciplinare le attività di costruzione, di trasformazione fisica e funzionale e di conservazione delle opere edilizie, ivi comprese le norme igieniche di interesse edilizio, nonché la disciplina degli elementi architettonici e urbanistici, degli spazi verdi e degli altri elementi che caratterizzano l’ambiente in cui sono collocati i capanni da caccia e da pesca, sulla base di quanto ad esso specificatamente demandato da Psc e Rue».

L’assessore, precisando come questo regolamento «metta mano ad una materia molto articolata e complessa», invita i capannisti a «non perdere l’opportunità offerta dal progetto di riqualificazione chiarendo che il regolamento non può cavalcare normative sovra ordinate né, quindi, assumere le connotazioni di un condono, così come non ci si può esentare dall’applicazione della normativa antisismica in caso di interventi che abbiamo rilevanza per la pubblica incolumità». Guerrieri ha ricordato poi l’importanza per i concessionari delle aree comunali di dare risposta all’ufficio patrimonio formalizzando la propria richiesta di concessione.

Il Comune ha aperto un confronto con l’Autorità Portuale per un accordo di gestione per l’area naturalistica della Pialassa Piomboni.

Questi i principali contenuti del Vademecum per i capannisti.
PROCEDURE E RIFERIMENTI
A) capanni regolarmente esistenti (rif. art. 01.02 vigente regolamento capanni da pesca e da caccia): capanni in possesso di titolo legittimante l’esistenza (titolo edilizio e/o valido atto di concessione idraulica o d’uso dell’area rilasciato dagli Enti competenti sulle zone di pertinenza) alla data del 26.02.1991, purché in possesso di nulla-osta paesaggistico o ambientale se in area di vincolo e costruito dopo l’apposizione del vincolo
a.1) capanni in possesso di titolo che non abbiano abusi in corso per difformità dal titolo possono presentare progetto di riqualificazione presso il SUE.
a.2) capanni in possesso di titolo che abbiano difformità dal titolo possono presentare progetto di riqualificazione comprensivo di ripristino condizioni di conformità al titolo (riduzione superficie complessiva capanno).
PROCEDURA:
Nel caso di capanni su terreno comunale il progetto di riqualificazione potrà essere presentato al SUE ((Piazzale Farini, 21 – 1° piano): dopo rilascio della concessione del Servizio Patrimonio in base a nuovo Regolamento concessioni e rinnovo dell’Ente competente in caso di mancato rinnovo se su altre are demaniali
B) capanni aventi le condizioni di legittimità di cui al punto 01.03 del Regolamento capanni vigente: capanni che dimostrino di essere stati costruiti prima del ’67 ed in possesso di nulla-osta paesaggistico-ambientale se costruiti dopo apposizione del vincolo

PROCEDURA.
1° fase:
richiesta da presentare al SUE per verifica documentazione a cura del privato che dimostri la realizzazione del capanno esistente prima dell’entrata in vigore della Legge 6 agosto 1967, n. 765, c.d. legge Ponte (1 settembre ’67) e prima della data di imposizione di vincolo ove esistente (o in possesso di nulla-osta rilasciato dall’Ente competente sul vincolo).
Il SUE attesterà l’idoneità della documentazione atta a comprovare l’esistenza del capanno prima del 1 settembre ’67.
2° fase
l’interessato potrà fare richiesta al Patrimonio di concessione dell’area (in base a quanto previsto nel Regolamento concessioni) con pagamento oneri relativi ad occupazione area cinque anni precedenti
3° fase:
l’interessato potrà presentare al SUE progetto di riqualificazione (con riduzione dimensione entro 70 mt ove le dimensioni siano maggiori).

NORMATIVA SISMICA
Come in qualsiasi intervento edilizio, vanno applicate le norme nazionali e regionali vigenti con esclusione degli interventi privi di rilevanza per la pubblica incolumità ai fini sismici, così come individuati dall’apposito “Atto di Indirizzo” di cui alla Delibera di Giunta Regionale n. 687 del 23 maggio 2011, per i quali è comunque d’obbligo l’osservanza delle Norme tecniche per le Costruzioni (N.T.C.) da asseverarsi dal progettista abilitato (art. 13 comma 2 e art. 10 comma 1 – Legge regionale n.31/2002 e art. 6 commi 1 e 4 del D.P.R. 380/2001).
A tal riguardo i tecnici incaricati possono rivolgersi per dubbi o chiarimenti all’apposito UFFICIO SISMICA comunale

RIFERIMENTI:
SUE (Piazzale Farini, 21 – 1° piano):
Geom. Paola Francesconi – Geom. Fausto Mazzezi per verifica idoneità documentazione esistenza ante ‘67 e ante vincolo ed informazioni su procedure di competenza (mercoledì dalle 8.30 alle 13; il venerdì solo su appuntamento dalle 8.30 alle 13)
Tutti i tecnici del Controllo Edilizio per verifica procedure abusi e visione schede di censimento (mercoledì dalle 8.30 alle 13)
SERVIZIO PATRIMONIO (Via Beatrice Alighieri, 14A)
Geom. Michele Mariotti per procedure concessioni su aree comunali (lunedì e mercoledì dalle ore 9 alle ore 12)
UFFICIO SISMICA (Via Enrico Berlinguer 68)
Ing. Sara Martini – Ing. Massimo Zannoni ( ricevimento il mercoledì 08.30 – 13.00 o su appuntamento)

MODALITA’ PER ACQUSIZIONE INFORMAZIONI
La costruzione del capanno prima del ’67 e della data di apposizione del vincolo ove presente deve essere dimostrata con idonea documentazione.
Si considera a titolo esemplificativo idonea documentazione:
• Fotografie (anche aree) di cui sia identificabile la data/il periodo, in cui sia chiaramente rinvenibile il capanno esistente prima delle predette date
• Pubblicazioni in cui sia rinvenibile il capanno esistente prima della predette date
• documentazioni catastali che attestino la presenza del capanno esistente prima delle predette date

Fermo restando che l’onere della dimostrazione della realizzazione del capanno attiene ai privati (anche con documentazione privata da loro conservata/rinvenuta) il Comune mette a disposizione le proprie banche dati.
In particolare:
• su specifico sito del Comune di Ravenna al seguente link:
(http://gis.comune.ra.it/Geovistaweb/frmUserPagesPortale.aspx?ID=RAVENNAFOTO)
dal 3 novembre pv. saranno visionabili e stampabili dagli interessati le fotografie aree delle aree interessate dai capanni e le foto storiche disponibili presso il Servizio Progettazione Urbanistica (georeferenziate) .
• gli interessati (proprietari) o relativi tecnici mediante delega potranno, al fine di acquisire utili elementi informativi, visionare le schede del censimento capanni (avviato nel 2003 e concluso nel 2006) dei rispettivi capanni che riportano i dati delle rilevazioni alla data di censimento. A tal fine rivolgersi al SUE – Controllo Edilizio (mercoledì dalle 8.30alle 13)
• gli interessati (proprietari) o relativi tecnici delegati potranno richiedere, mediante richiesta scritta, accesso agli atti ed estrazione di copie presso l’ufficio Accettazione del SUE nelle giornate di apertura (da lunedì a venerdì dalle 8.30 alle13.00)
• per ricerche d’archivio rivolgersi all’Ufficio Archivio e Protocollo (lunedì , mercoledì e venerdì delle 8.30 alle 13.00).

Post razzista su Facebook: l’assessore mette Like poi lo rimuove e si scusa

Sulla bacheca di Monti (Immigrazione) un plauso al Comune
per la «magrebaglia assente». Lei: «Termine inaccettabile»

Dopo nemmeno un’ora dalla pubblicazione del nostro articolo (correlato), il post è stato rimosso. Si trattava di un messaggio sulla bacheca dell’assessore a Sicurezza e Immigrazione Martina Monti in cui un visitatore si complimentava per lo stato della città scrivendo di cordialità dei pubblici esercizi, pulizia, ampia area pedonale aggiungendo anche un meno felice «magrebaglia praticamente assente». L’assessore aveva messo il proprio Like e ringraziato per i commenti, senza evidentemente far caso a quel termine dal contenuto razzista. Ora il post è stato rimosso e l’assessore, sempre sulla sua pagina Facebook dove compare come Martina Buby Monti, spiega: «Non avevo letto bene un post sulla mia bacheca. un termine utilizzato era inaccettabile quindi l’ho rimosso. Mi scuso per non averlo fatto prima, ma a volte quando mi si tagga in un post un po’ lungo lo leggo di sfuggita e mi soffermo solo su una parte».

«Bravo Comune, magrebaglia assente» E l’assessore all’Immigrazione ringrazia

Monti mette il Like su Facebook a un post razzista di un turista

La «magrebaglia praticamente assente» è uno dei pregi del centro di Ravenna – oltre a cose come la «cordialità dei pubblici esercizi», la «pulizia quasi ovunque», la «grandissima area pedonale» – apprezzati da un visitatore veneto che così ha voluto ringraziare pubblicamente l’amministrazione: un post con foto sulla bacheca Facebook di Martina Buby Monti. Così è registrata sul noto social network la giovane assessore del Comune di Ravenna, che deve aver gradito i complimenti visto che ha risposto con un Like e un commento: «Grazie per l’apprezzamento».

Incurante, però – lei che è assessore all’Immigrazione e alla Sicurezza – del tono razzista del post, dove con il termine «magrebaglia» si vuole intendere – a detta dello stesso autore in uno dei commenti – i «soggetti dediti al commercio di sostanze stupefacenti di bassa qualità!». Come se invece potessero essere accettabili, in una bella città come quella che descrive, spacciatori italiani o comunque di una nazionalità diversa da quelle magrebine.

Il post è stato condannato pubblicamente, sempre su Facebook, dalla consigliera comunale della cosiddetta minoranza di Sel (nonché legale dello sportello Avvocato di strada di Ravenna) che ha commentato: «L’espressione “magrebaglia quasi assente” mi fa orrore».

Via Cavour: targhe sbagliate per colpa del Comune, mosaicista rimedia gratis

Comunicata data di morte errata dello statista ma l’autrice sceglie di non chiedere spese aggiuntive: «Aggiustamento entro il 20 ottobre»

È il Comune il colpevole per l’errore nella data di morte del conte Cavour riportata in tre targhe toponomastiche in mosaico nella via dedicata allo statista piemontese in centro a Ravenna ma la mosaicista Anna Fietta che è caduta in fallo nella realizzazione non chiederà spese aggiuntive per la correzione. Ed entro il 20 ottobre, è l’impegno dell’assessore comunale Massimo Cameliani, verranno fatti i lavori per mettere una toppa sulla gaffe.

Il caso era stato sollevato da R&D, sulle pagine di questo sito, nelle scorse settimane (vedi tra gli articoli correlati). Quattro anni di differenza tra la reale data di morte di Cavour (1861) e quella invece riportata (1865). Era stato poi il capogruppo di Forza Italia, Alberto Ancarani, a presentare un question time per chiedere chiarimenti sui costi e sui tempi per la correzione in modo da evitare il prolungamento della figuraccia.

La risposta dell’assessore è arrivata per iscritto. Le tre targhe incriminate fanno parte di un lotto di quindici installate a partire da giugno 2015 in continuità con il progetto avviato nel 2009 durante la prima edizione del festival internazionale di mosaico. «L’ufficio toponomastica – si legge nella risposta di Cameliani – ha commessoun errore materiale. Si specifica che tale ufficio ha inoltrato alla mosaicista un file con la data di morte di Cavour sbagliata. Va rilevato che la mosaicista ravennate Anna Fietta, alla quale sono stati affidati i lavori, ha realizzato le nuove parti in ceramica con le date corrette senza spese aggiuntive per l’amministrazione comunale ravennate. Il lavoro sarà eseguito dall’area Infrastrutture civile e verrà portato a compimento entro il 20 ottobre».

A scuola senza zaino: ecco il progetto rivoluzionario alle elementari di Classe

Non ci sono cattedre e neppure i voti, le aule sono open space divisi in tre zone con laboratori. «Così i bambini diventano autonomi…»

Sono un centinaio in tutta Italia e sono nate grazie all’idea di un dirigente scolastico toscano, ispirato da quanto stava già accadendo da anni nel nord Europa, come spesso capita all’avanguardia in particolare nei servizi per l’infanzia. Sono le scuole “Senza zaino”, di nome e di fatto, con i bambini che vanno in classe – senza più cattedre e neppure banchi individuali – solo con una piccola borsa per la merenda e un paio di quaderni.

In provincia di Ravenna a credere in questo progetto in qualche modo rivoluzionario è stata in particolare la responsabile della scuola elementare di Classe, Rita Gentili, grazie anche al supporto della preside in primis e del Comune poi, che ha di fatto permesso di far partire il progetto sei anni fa e di arrivare quest’anno per la prima volta a regime, con tutte e dieci le classi presenti nella struttura di via Romea Sud “Senza zaino”. A seguire il suo esempio, in provincia di Ravenna, è al momento solo la piccola elementare di San Bernardino, vicino a Lugo. Ma l’auspicio dei promotori è quello che questa pratica venga riconosciuta a livello nazionale e che, magari sull’onda delle richieste dei genitori – già peraltro presenti – possa estendersi anche ad altri istituti ravennati. Perché si tratta di una rivoluzione, è vero, ma anche di una scuola pubblica a tutti gli effetti, con gli stessi obiettivi da raggiungere dal punto di vista didattico. E mentre per questioni di tempo non è ancora possibile sapere come un bambino cresciuto per cinque anni “Senza zaino” a Classe si possa adattare all’ambiente della scuola media, valutazioni periodicamente effettuate dall’università di Firenze rivelano come bambini di quegli istituti in genere facciano meno errori di ortografia e siano più preparati dal punto di vista matematico.

«Sono abituati a socializzare, a fare insieme, a collaborare e hanno comunque anche l’occasione di lavorare da soli, a casa fanno i compiti come tutti. Alle medie non possono che essere pronti», commenta Rita Gentili (nella foto a sinistra), che ci accoglie nella sua bella scuola di Classe, mostrandocela con orgoglio. Lei insegna dal 1989 ma solo negli ultimi sei anni, forse, può dirsi completamente realizzata dal punto di vista professionale. «Tutto è nato grazie a un corso di formazione a Bologna nel 2009, dove ho potuto incontrare di persona Marco Orsi (il fondatore del progetto Senza zaino, ndr) e capire come anche solo l’organizzazione dello spazio scolastico condizioni l’apprendimento e come con la scuola tradizionale sia divenuto impossibile, anche per questione di spazi e tempi, seguire gli insegnamenti dei più importanti pedagogisti, come Montessori, Dewey, Bruner, Freinet…». E così niente più cattedra, via i banchi e, ovviamente, via lo zaino. Ma non solo. Le scelte vengono fatte insieme ai bambini e non calate dall’alto, tutto viene condiviso e non esistono i voti (tranne che nelle pagelle, essendo obbligatorio), «parliamo insieme dei lavori svolti, senza bisogno di dare numeri».

Le aule sono open space-camerette che rilassano solo a guardarle. Sono suddivise ognuna in tre spazi: uno dove vengono accolti i bambini e si programma insieme la giornata («l’accoglienza, in tutti i sensi, è uno dei tre nostri valori cardine», dice Gentili); un altro con quattro tavoli dove i piccoli, in gruppi di sei tendenzialmente, lavorano insieme; il terzo, infine, dedicato ai laboratori per due bambini alla volta.
Le parole d’ordine sono collaborazione, condivisione, autonomia, responsabilità. Ma anche regole, che gli insegnanti scrivono insieme ai bambini in un vero e proprio manuale «che rappresenta tutta la nostra vita scolastica». In questo modo i bambini sanno cosa fare per andare in bagno, come giocare in cortile, quando parlare a bassa voce («il brusio nelle nostre aule c’è sempre, significa che si sta lavorando»), come lavorare in coppia, come utilizzare uno strumento didattico…

«Dovrebbe vedere le facce che fanno i genitori quando, nelle speciali giornate di apertura, vedono i loro figli cavarsela da soli…», sorride Gentili, che poi spiega: «I bambini ascoltano più volentieri i consigli dei coetanei e la loro soglia d’attenzione è limitata: una lezione tradizionale con la maestra che spiega per più di mezzora alla cattedra non è efficace. Qui, la lezione frontale dura cinque-dieci minuti al massimo e poi si passa alla pratica, al lavoro ai quattro tavoli: tre lavorano con attività che sanno svolgere in autonomia, mentre uno lavora con la maestra; dopo venti minuti-mezzora si ruota».

Altra caratteristica fondamentale è infatti quella di far utilizzare semplicemente ai bambini le loro mani. Sperimentando con diversi strumenti didattici appositamente costruiti dalle insegnanti e grazie ad arredi realizzati anche con la collaborazione dei genitori. «Le famiglie in una scuola come questa sono per forza di cose molto coinvolte, i genitori si organizzano anche per fare la spesa insieme del materiale (che poi viene lasciato a scuola e condiviso, a disposizione di tutti, ndr), spendendo tra l’altro meno complessivamente di una scuola normale, a partire dallo zaino, che da noi è sostituito da una piccola borsetta che abbiamo scelto insieme, dal costo di 26 euro. Siamo comunque noi, negli incontri preparatori prima dell’iscrizione, i primi a invitare i genitori non convinti a iscrivere i propri figli in altre scuole». Il problema infatti, più che altro, è che sono sempre di più i bambini che scelgono o vorrebbero scegliere la scuola di Classe anche da fuori. «Abbiamo accettato iscrizioni fuori stradario (alcune decine sui 230 bambini totali, ndr). Cercheremo però di evitarlo in futuro, perché classi troppo numerose rischiano di compromettere il risultato. Questa deve restare la scuola di Classe, e credo debbano essere le istituzioni a farsi carico delle richieste e fare in modo di aprire altre sezioni “Senza zaino” in altre scuole».

Se più leggeri sono i bambini, ad appesantirsi forse sono le insegnanti. «Qui certo bisogna rimboccarsi le maniche – conclude Gentili –, c’è un gran lavoro di preparazione del materiale, ma soprattutto un lavoro di squadra tra le insegnanti delle varie materie, che devono essere sulla stessa lunghezza d’onda. Anche per questo il metodo prevede un anno intero di formazione, prima di partire con il progetto e una formazione costante in itinere di 10 ore annuali da parte della Rete SZ». E le nuove insegnanti (a Classe il corpo docenti è di una quindicina di persone) sono sottoposte ad almeno due mesi di corsi di formazione iniziali intensivi.

Frontale sulla Reale: muore un automobilista di 32 anni

Con l’auto contro un furgone all’altezza di Glorie di Bagnacavallo

Ancora un morto sulle strade ravennati. Poco dopo le 20 di domenica sera infatti un automobilista è morto sulla Reale, all’altezza di Glorie di Bagnacavallo.

Si tratta di un 32enne sbalzato dall’auto in seguito a un frontale con un furgone che stava sopraggiungendo dalla direzione opposta, all’altezza di una curva.

Il 32enne è morto sul colpo, mentre è rimasta ferita (ma non in maniera grave) una 33enne che stava viaggiando sull’altra auto insieme a un 31enne, praticamente illeso.

Scrivere di musica: intervista doppia ai due critici premiati al Mei di Faenza  

Eddy Cilìa e Carlo Bordone tra giornalismo e passione, tra dischi
consigliati e band di culto, tra internet e gruppi preferiti

Nell’ambito dello sterminato programma del Mei di Faenza, c’è spazio anche per riconoscimenti nazionali rivolti al mondo del giornalismo musicale.

I primi classificati di ciascuna categoria  saranno premiati domenica 4 ottobre dalle 16 nella sala del consiglio comunale. Tra questi due torinesi: un veterano del settore come Eddy Cilìa (53 anni) e Carlo Bordone (47 anni), primi a pari merito nella sezione “blog” rispettivamente per il sito venerato-maestro-oppure.com e withnailblog.wordpress.com. Blog che sono solo l’appendice di due carriere nate e che tuttora continuano sulla carta stampata (Cilìa scrive per le riviste Audio Review e Blow Up, Bordone per il mensile Rumore e per il Fatto Quotidiano). Ne abbiamo approfittato per parlare di giornalismo musicale, e di musica, in questa intervista doppia.

Come e perché si diventa critici musicali?
Carlo Bordone (nella foto qui sotto): «Per caso e per passione, credo. Non è così difficile iniziare, comunque: basta proporsi a qualche giornale, scrivere in italiano almeno accettabile ed essere disposti a essere pagati poco o più spesso niente».
Eddy Cilìa (nella foto più in basso): «Da piccolo ho sempre pensato di voler fare il giornalista, crescendo mi sono innamorato della musica e così ho cercato di unire le due cose, anche se ci sono riuscito forse solo per caso: se nessuno mi avesse pubblicato i primi pezzi magari oggi farei il professore di storia…».

Qual è stato il vostro primo articolo pubblicato da un giornale?
C.B.: «Se ricordo bene, era la recensione di un disco dei Posies su Rumore. 1996, circa».
E.C.: «Era un articolo di una pagina sul disco postumo dei 101’ers, il primo gruppo di Joe Strummer dei Clash, uscito nel 1983 sul Mucchio Selvaggio. I miei primi articoli furono però in realtà quelli su Television e Stray Cats usciti sul Mucchio nei mesi successivi».
Qual è il pezzo a cui siete più affezionati?

C.B.: «Un articolo su Elliott Smith, uscito sul Mucchio poco dopo la sua morte».
E.C.: «Sinceramente non saprei».
E ce n’è uno che vi vergognate di avere scritto?
C.B.: «Nessuno in particolare. Ovviamente a distanza di diciotto anni c’è ancora chi mi rinfaccia la stroncatura di Ok Computer, sempre su Rumore. Non rinnego il giudizio, oggi però mi imbarazza il tono saccente e sprezzante che utilizzai. Ero giovane e sciocco».
E.C.: «Direi che non provo imbarazzo nel rileggermi. Anche articoli di 30 anni fa, magari erano sbagliati nella sostanza, raramente nella forma».

In Italia, che non è l’America e neppure il Regno Unito, si può campare facendo nella vita il critico musicale?
C.B.: «No. Io oltre a scrivere di musica faccio il copywriter e insegno comunicazione».
E.C.: «Un ragazzo che volesse provarci ora ha possibilità di riuscirci pari allo zero. Quelli della mia generazione invece forse ce la fanno ancora, senza diventare ricchi, si sopravvive. Al momento io posso dire di campare solo scrivendo di musica, sì».

Ma è vero che per fare il critico bisogna essere (o essere stati) anche musicisti?
C.B.: «Non so suonare alcun strumento, né ho mai avuto ambizioni musicali. Non penso che per un critico musicale sia necessario aver suonato più di quanto sia necessario per un critico cinematografico aver girato un film o per uno letterario aver scritto un romanzo».
E.C.: «Credo sia indispensabile essere musicisti se ci si occupa di musica classica. Per il jazz magari può aiutare. Per il rock e il pop invece credo contino di più gli ascolti e l’avere una chiara idea storica di come si sono sviluppati i vari generi».

Chi è stato il vostro più grande modello?
C.B.: «Al di fuori del giornalismo musicale, sogno di riuscire a raggiungere un giorno lo stile e la classe inarrivabili di un Gianni Clerici, per me la più grande firma vivente del giornalismo italiano. Ma temo sarà impossibile».
E.C.: «Penso che in Italia chi ha iniziato nei primi anni Ottanta non poteva che avere come modello Riccardo Bertoncelli».
E il giornalista musicale italiano che più apprezzate?
C.B.: «Sono cresciuto leggendo Bertoncelli, Guglielmi, Sorge, Campo, ovviamente Eddy. Tra chi ha iniziato quando ho iniziato io, o dopo, per non far torto a nessuno  mi limito a citare un solo nome ma è quello di un fuoriclasse assoluto: Maurizio Blatto».
E.C.: «Ne cito solo uno, che poi non può neppure essere definito un critico, per non far torti a nessuno: Maurizio Blatto, autore di due libri meravigliosi».
Cosa non sopportate invece dei vostri colleghi e della stampa musicale?
C.B.: «Ho paura che sarebbero le stesse cose che non sopporterei in me, vedendomi dal di fuori. In generale mi infastidiscono le polemicucce e le parrocchiette. E un’altra cosa che mi irrita è la mania del revisionismo un tanto al chilo, sia in positivo che in negativo. Un conto è rileggere con nuovi strumenti critici qualcosa che si dà per scontato, un altro è far credere che gli 883 siano stati fondamentali o che i Beatles in fondo in fondo fossero una merda. È una pratica stupida, superficiale e narcisistica per chi la fa».
E.C.: «Non ho nessuna pazienza per la forma sciatta, indipendentemente da quale sia il tema di cui si scrive, e la stampa musicale è anche parecchio sciatta. Tanto per intenderci, preferisco leggere qualcosa che è scritto bene ma che parla di musica che non mi interessa piuttosto che il contrario. Faccio un esempio per tornare alla domanda sui giornalisti che ammiro: Valerio Mattioli scrive così bene che lo leggo sempre anche se spesso parla di musica che io detesto».

Un’intervista che vi ha lasciato qualcosa?
C.B.: «Molte. Dovendo scegliere quella a John Lydon: mi immaginavo di essere accolto a rutti e insulti, è stata invece una delle conversazioni più piacevoli e divertenti che abbia mai avuto con un musicista».
E.C.: «Non ho mai fatto tante interviste, ma ne ricordo in particolare due, con tutti i limiti della conversazione telefonica: un assolutamente squisito Arto Lindsay e poi uno dei miei eroi con cui ho finito quasi con il litigare, ossia John Cale, strepitosamente scostante, ma anche troppo».
Un’intervista letta, invece, che vi ha lasciato qualcosa?
C.B.: «Anche qui tante. Andando molto indietro con la memoria, ne ricordo una bellissima di Guido Chiesa agli X, su un vecchio Rockerilla. Roba che mi faceva venir voglia di partire subito per Los Angeles e andare a trovarli».
E.C.: «Non ne ricordo una particolarmente rivelatrice, ma di certo i giornalisti inglesi e americani, anche per il fatto che spesso ne scrivono dopo aver passato un giorno intero con gli artisti, sono dei maestri e con alcuni di loro, i più bravi, l’intervista rappresenta un’autentica forma d’arte»

Quante volte ascoltate un disco prima di recensirlo?
C.B.: «Dalle tre alle cinque».
E.C.: «Tendenzialmente scrivo dopo almeno quattro ascolti, di cui l’ultimo molto attento, prendendo appunti. A volte può capitare di essere costretti a dovere fare più in fretta ma posso dire di non aver mai scritto di un disco senza averlo ascoltato almeno due volte, di cui una con estrema attenzione».
Cambiate spesso idea con il tempo sui dischi?
C.B.: «Certamente. Ma non è detto che l’idea nuova sia più giusta di quella originaria. Non mi pento di nessuna stroncatura o recensione positiva, quando le ho fatte ero convinto di quello che scrivevo».
E.C.: «Può capitare, fortunatamente non spesso per dischi di cui avevo scritto. Ma quando capita non ho mai avuto problemi a tornare sui miei passi e a scriverlo».

Come ascoltate musica e in che modo? Utilizzate Spotify o lo streaming?
C.B.: «Ascolto musica sempre, ovunque e comunque. Sul divano, in auto, mentre corro, in bici sull’autobus, mentre lavoro. Va bene tutto: vinili e cd (che continuo a comprare in quantità notevoli), ma anche streaming, download, promo. Non faccio differenze, e dei modi “veri” e “giusti” di ascoltare musica non me ne è mai fregato niente».
E.C.: «Non utilizzo nessun tipo di streaming, ascolto musica seriamente su un impianto come si deve. Purtroppo con gli anni si è perso il gusto dell’ascolto. In un mondo ideale la musica si dovrebbe ascoltare dal vivo, in quello reale la riproduzione dovrebbe essere a quel livello. Con gli mp3 e i telefonini, invece, è cambiato anche il modo di registrare musica, con un crollo drammatico a livello di qualità. Gli ultimi dischi dei Pearl Jam, per esempio, oltre che pessimi artisticamente sono inascoltabili come suono, con i volumi tirati al massimo per il formato compresso. Stessa cosa con gli ultimi Springsteen».
Quanti dischi avete a casa, ma soprattutto, in che modo sono catalogati?
C.B.: «Un po’ di migliaia, ma ho smesso di contarli dopo l’ultimo trasloco. Sono ordinati in un banalissimo ordine alfabetico».
E.C.: «Avendo appena fatto un trasloco, sulla base della grandezza di alcune librerie, ho calcolato che riuscirei a riempire un campo da calcio (Cilìa è anche noto juventino, mentre Bordone è un tifoso sfegatato del Torino, ndr) da una porta all’altra, sistemandoli fino all’altezza della traversa (ride, ndr). I vinili saranno invece circa 4mila… Tutti sono divisi per stili musicali, ere cronologiche e aree geografiche».

Esiste un’epoca migliore di un’altra musicalmente parlando? Che tipo di periodo è quello che stiamo vivendo? Sono usciti dischi recentemente che “resteranno” anche tra 50 anni?
C.B.: «Se si ama la musica, non c’è un’epoca migliore di un’altra. Dischi belli ne escono sempre. Ovviamente, se ci si limita alla musica pop e rock, come ogni forma d’arte e di espressione ha un suo arco fisiologico di sviluppo, legato a troppi fattori diversi. In questo senso, è persino banale dire che gli anni Sessanta e quelli a cavallo tra Settanta e Ottanta siano state le epoche più fertili e innovative in assoluto. Ma pur essendo un grande appassionato di quei periodi trovo un po’ triste limitarsi al culto del passato, e credo sia un dovere ascoltare – e quando lo merita, celebrare – quello che esce oggi. Dal punto di vista quantitativo e qualitativo “medio” è un buon momento, ogni anno vengono pubblicati tanti dischi interessanti che purtroppo hanno una tenuta nella mente degli ascoltatori infinitamente inferiore ai dischi che uscivano cinquanta, quaranta, trenta o anche solo vent’anni fa. Siamo tutti in attesa della prossima rivoluzione, che è un po’ come dire in attesa di Godot. Però io ci spero ancora. Su quali dischi resteranno pietre miliari tra 50 anni, te lo potrò dire fra 50 anni. Con una seduta spiritica, temo».
E.C.: «La risposta è fin troppo ovvia: nella seconda metà degli anni sessanta si è creato moltissimo di quanto si è poi ascoltato in seguito. E a cavallo fra il 1965 e il ‘79-’80 è stato inventato quasi tutto di ciò che ascoltiamo oggi. Gli anni 2000 si caratterizzano per la “retromania”, per citare il titolo di un eccellente libro di Simon Reynolds, ma forse perché è aumentata la massa, i dischi belli sono ancora tanti. Per assurdo siamo di fronte a una parcellizzazione del mercato che ha fatto bene alla musica, gli artisti non hanno più la pretesa di diventare tutti ricchi e famosi e fanno il disco che vogliono, in maniera più libera. E senza allungare troppo i contenuti, come all’epoca dei vinili, oggi tornati prepotentemente di moda. Poi se mi chiedi se fra 50 anni li ascolteremo ancora, rispondo di sì, perché sono bei dischi, ma non so se avranno fatto la storia».

Lasciamo perdere per un momento l’obiettività da critico e lasciate parlare il fan che è in voi:
I vostri cinque dischi da isola deserta?
C.B.: «Forever Changes dei Love, N.1 Record dei Big Star, Dusty in Memphis di Dusty Springfield, Astral Weeks di Van Morrison e Pet Sounds dei Beach Boys».
E.C.: «Forever Changes dei Love, London Calling dei Clash, il primo dei Velvet Underground, Marquee Moon dei Television e un disco quasi a caso dei migliori black, tra Otis blue di Otis Redding, What’s Going on di Marvin Gaye, There’s a Riot Goin’ On degli Sly and The Family Stone oppure Hot buttered soul di Isaac Hayes…».
I vostri cinque gruppi preferiti?
C.B.: «Beatles, Byrds, Rem, Husker Du e Fairport Convention».
E.C.: «Non avrei cominciato a scrivere senza i Clash e i Velvet Underground di Lou Reed. Altri due gruppi della mia vita sono i Rem e i Television, mentre aggiungerei i Pink Floyd dei primi album, che erano enormi».
I vostri cinque solisti preferiti?
C.B.: «Bob Dylan, Laura Nyro, Elliott Smith, Beth Orton, Neil Young».
E.C.: «Bob Dylan, Lou Reed, Bruce Springsteen, Neil Young, su cui ho appena completato un libro, un altro nero a caso di cui sopra, il Van Morrison di Astral weeks, Robert Wyatt, Jimi Hendrix, troppi».
Il gruppo o il disco che conoscete solo voi – si fa per dire – e che vorreste fosse nelle case di tutti gli appassionati di musica?
C.B.: «Non lo conosco solo io, per fortuna, ma direi Bevis Frond (la cui discografia occuperebbe mezza abitazione di qualunque appassionato di musica)».
E.C.: «I dischi di culto sono centinaia e spesso il culto con gli anni svanisce. Penso personalmente a Nick Drake per esempio, che era uno dei miei culti e ora è finito in uno spot pubblicitario, o a quando ho comprato Forever changes dei Love, che era per pochi iniziati e ora è una pietra miliare per molti…».

Tornate a fare i critici: il disco più bello ascoltato quest’anno? E il più sorprendente?
C.B.: «Di più belli te ne dico tre: Courtney Barnett, Father John Misty, Kamasi Washington. Il più sorprendente quello di Toro Y Moi».
E.C.: «Il nuovo di Kendrick Lamar è bello e lui una sorpresa visto che, per tornare a una domanda di poco fa, è uno dei pochi giovani che forse sta scrivendo la storia della musica anche in questi anni Duemila».
I dischi più brutti che vi sia mai capitato di ascoltare?
C.B.: «Li ho rimossi»
E.C.: « Quando stronco mi diverto, è come la vendetta per avermi fatto perdere tempo prezioso. Cito solo un gruppo, non un disco, nonostante la galleria degli orrori sia lunga: i Mars Volta, che riescono a riassumere molto del peggio del rock di alcuni decenni, in un certo senso sono geniali…».

Parliamo della scena italiana, spesso molto intrecciata con la critica: è più difficile stroncare gruppi e artisti che, magari, si conoscono anche personalmente?
C.B.: «Non ho mai scritto molto di musica italiana, e non invidio chi lo fa. Esattamente per quello che dici nella domanda».
E.C.: «A inizio carriera feci la scelta di non scrivere di musica italiana, un pochino anche per i motivi della tua domanda. I Mars Volta non vengono a rompermi le scatole, gli italiani forse sì. E così preferisco non parlarne neppure bene, come per esempio mi sarebbe piaciuto fare, dico il primo gruppo che ho adorato che mi viene in mente, con i Massimo Volume».
Avete la possibilità qui di fare pubblicità a tre gruppi tre emergenti (o anche no) italiani che credete ne abbiano bisogno e se lo meritino.
C.B.: «Paolo Spaccamonti, Moro & the Silent Revolution, Davide Tosches».
E.C.: «Me ne vengono in mente due: Paolo Spaccamonti e Moro & the Silent Revolution (gli stessi di Bordone, nonostante le due interviste siano state fatte in separata sede e in momenti diversi, ndr)».

Infine: che rapporto avete con internet? Al Mei venite premiati per i vostri blog ma siete firme soprattutto di cartacei, come convinvono le due cose?
C.B.: «In realtà ultimamente scrivo più su internet che su carta. I due mezzi si possono integrare benissimo, anche se il web è una fossa dei leoni se lo si affronta con l’approccio sbagliato. È facile cadere nella tentazione di fare i fenomeni e di essere provocatori. Il feedback immediato induce a calcare i toni, ma anche alla superficialità. Tutto ciò è squalificante, dal punto di vista professionale, oltre che faticosissimo da gestire e in definitiva una gran perdita di tempo ed energie. Credo che su internet si debba essere professionali e rigorosi esattamente come sui cartacei.cartacei.
E.C.: «Devo solo ringraziare internet per la velocità con cui si possono reperire informazioni e per come mi ha facilitato il lavoro: ricordo ancora bene i primi anni in cui scrivevo a mano, facendo talmente tante correzioni che poi dovevo ricopiare l’articolo e poi batterlo a macchina con carta carbone e mandare l’originale per posta. In generale credo comunque che internet abbia completato il quadro, lasciando alla carta stampata, che certo ha accusato il colpo in termini di copie vendute, la possibilità di specializzarsi e approfondire, così che ognuno possa scegliere».

Scrivere di musica: intervista doppia ai due critici premiati al Mei di Faenza  

Eddy Cilìa e Carlo Bordone tra giornalismo e passione, tra dischi
consigliati e band di culto, tra internet e gruppi preferiti

Nell’ambito dello sterminato programma del Mei di Faenza, c’è spazio anche per riconoscimenti nazionali rivolti al mondo del giornalismo musicale.

I primi classificati di ciascuna categoria  saranno premiati domenica 4 ottobre dalle 16 nella sala del consiglio comunale. Tra questi due torinesi: un veterano del settore come Eddy Cilìa (53 anni) e Carlo Bordone (47 anni), primi a pari merito nella sezione “blog” rispettivamente per il sito venerato-maestro-oppure.com e withnailblog.wordpress.com. Blog che sono solo l’appendice di due carriere nate e che tuttora continuano sulla carta stampata (Cilìa scrive per le riviste Audio Review e Blow Up, Bordone per il mensile Rumore e per il Fatto Quotidiano). Ne abbiamo approfittato per parlare di giornalismo musicale, e di musica, in questa intervista doppia.

Come e perché si diventa critici musicali?
Carlo Bordone (nella foto qui sotto): «Per caso e per passione, credo. Non è così difficile iniziare, comunque: basta proporsi a qualche giornale, scrivere in italiano almeno accettabile ed essere disposti a essere pagati poco o più spesso niente».
Eddy Cilìa (nella foto più in basso): «Da piccolo ho sempre pensato di voler fare il giornalista, crescendo mi sono innamorato della musica e così ho cercato di unire le due cose, anche se ci sono riuscito forse solo per caso: se nessuno mi avesse pubblicato i primi pezzi magari oggi farei il professore di storia…».

Qual è stato il vostro primo articolo pubblicato da un giornale?
C.B.: «Se ricordo bene, era la recensione di un disco dei Posies su Rumore. 1996, circa».
E.C.: «Era un articolo di una pagina sul disco postumo dei 101’ers, il primo gruppo di Joe Strummer dei Clash, uscito nel 1983 sul Mucchio Selvaggio. I miei primi articoli furono però in realtà quelli su Television e Stray Cats usciti sul Mucchio nei mesi successivi».
Qual è il pezzo a cui siete più affezionati?

C.B.: «Un articolo su Elliott Smith, uscito sul Mucchio poco dopo la sua morte».
E.C.: «Sinceramente non saprei».
E ce n’è uno che vi vergognate di avere scritto?
C.B.: «Nessuno in particolare. Ovviamente a distanza di diciotto anni c’è ancora chi mi rinfaccia la stroncatura di Ok Computer, sempre su Rumore. Non rinnego il giudizio, oggi però mi imbarazza il tono saccente e sprezzante che utilizzai. Ero giovane e sciocco».
E.C.: «Direi che non provo imbarazzo nel rileggermi. Anche articoli di 30 anni fa, magari erano sbagliati nella sostanza, raramente nella forma».

In Italia, che non è l’America e neppure il Regno Unito, si può campare facendo nella vita il critico musicale?
C.B.: «No. Io oltre a scrivere di musica faccio il copywriter e insegno comunicazione».
E.C.: «Un ragazzo che volesse provarci ora ha possibilità di riuscirci pari allo zero. Quelli della mia generazione invece forse ce la fanno ancora, senza diventare ricchi, si sopravvive. Al momento io posso dire di campare solo scrivendo di musica, sì».

Ma è vero che per fare il critico bisogna essere (o essere stati) anche musicisti?
C.B.: «Non so suonare alcun strumento, né ho mai avuto ambizioni musicali. Non penso che per un critico musicale sia necessario aver suonato più di quanto sia necessario per un critico cinematografico aver girato un film o per uno letterario aver scritto un romanzo».
E.C.: «Credo sia indispensabile essere musicisti se ci si occupa di musica classica. Per il jazz magari può aiutare. Per il rock e il pop invece credo contino di più gli ascolti e l’avere una chiara idea storica di come si sono sviluppati i vari generi».

Chi è stato il vostro più grande modello?
C.B.: «Al di fuori del giornalismo musicale, sogno di riuscire a raggiungere un giorno lo stile e la classe inarrivabili di un Gianni Clerici, per me la più grande firma vivente del giornalismo italiano. Ma temo sarà impossibile».
E.C.: «Penso che in Italia chi ha iniziato nei primi anni Ottanta non poteva che avere come modello Riccardo Bertoncelli».
E il giornalista musicale italiano che più apprezzate?
C.B.: «Sono cresciuto leggendo Bertoncelli, Guglielmi, Sorge, Campo, ovviamente Eddy. Tra chi ha iniziato quando ho iniziato io, o dopo, per non far torto a nessuno  mi limito a citare un solo nome ma è quello di un fuoriclasse assoluto: Maurizio Blatto».
E.C.: «Ne cito solo uno, che poi non può neppure essere definito un critico, per non far torti a nessuno: Maurizio Blatto, autore di due libri meravigliosi».
Cosa non sopportate invece dei vostri colleghi e della stampa musicale?
C.B.: «Ho paura che sarebbero le stesse cose che non sopporterei in me, vedendomi dal di fuori. In generale mi infastidiscono le polemicucce e le parrocchiette. E un’altra cosa che mi irrita è la mania del revisionismo un tanto al chilo, sia in positivo che in negativo. Un conto è rileggere con nuovi strumenti critici qualcosa che si dà per scontato, un altro è far credere che gli 883 siano stati fondamentali o che i Beatles in fondo in fondo fossero una merda. È una pratica stupida, superficiale e narcisistica per chi la fa».
E.C.: «Non ho nessuna pazienza per la forma sciatta, indipendentemente da quale sia il tema di cui si scrive, e la stampa musicale è anche parecchio sciatta. Tanto per intenderci, preferisco leggere qualcosa che è scritto bene ma che parla di musica che non mi interessa piuttosto che il contrario. Faccio un esempio per tornare alla domanda sui giornalisti che ammiro: Valerio Mattioli scrive così bene che lo leggo sempre anche se spesso parla di musica che io detesto».

Un’intervista che vi ha lasciato qualcosa?
C.B.: «Molte. Dovendo scegliere quella a John Lydon: mi immaginavo di essere accolto a rutti e insulti, è stata invece una delle conversazioni più piacevoli e divertenti che abbia mai avuto con un musicista».
E.C.: «Non ho mai fatto tante interviste, ma ne ricordo in particolare due, con tutti i limiti della conversazione telefonica: un assolutamente squisito Arto Lindsay e poi uno dei miei eroi con cui ho finito quasi con il litigare, ossia John Cale, strepitosamente scostante, ma anche troppo».
Un’intervista letta, invece, che vi ha lasciato qualcosa?
C.B.: «Anche qui tante. Andando molto indietro con la memoria, ne ricordo una bellissima di Guido Chiesa agli X, su un vecchio Rockerilla. Roba che mi faceva venir voglia di partire subito per Los Angeles e andare a trovarli».
E.C.: «Non ne ricordo una particolarmente rivelatrice, ma di certo i giornalisti inglesi e americani, anche per il fatto che spesso ne scrivono dopo aver passato un giorno intero con gli artisti, sono dei maestri e con alcuni di loro, i più bravi, l’intervista rappresenta un’autentica forma d’arte»

Quante volte ascoltate un disco prima di recensirlo?
C.B.: «Dalle tre alle cinque».
E.C.: «Tendenzialmente scrivo dopo almeno quattro ascolti, di cui l’ultimo molto attento, prendendo appunti. A volte può capitare di essere costretti a dovere fare più in fretta ma posso dire di non aver mai scritto di un disco senza averlo ascoltato almeno due volte, di cui una con estrema attenzione».
Cambiate spesso idea con il tempo sui dischi?
C.B.: «Certamente. Ma non è detto che l’idea nuova sia più giusta di quella originaria. Non mi pento di nessuna stroncatura o recensione positiva, quando le ho fatte ero convinto di quello che scrivevo».
E.C.: «Può capitare, fortunatamente non spesso per dischi di cui avevo scritto. Ma quando capita non ho mai avuto problemi a tornare sui miei passi e a scriverlo».

Come ascoltate musica e in che modo? Utilizzate Spotify o lo streaming?
C.B.: «Ascolto musica sempre, ovunque e comunque. Sul divano, in auto, mentre corro, in bici sull’autobus, mentre lavoro. Va bene tutto: vinili e cd (che continuo a comprare in quantità notevoli), ma anche streaming, download, promo. Non faccio differenze, e dei modi “veri” e “giusti” di ascoltare musica non me ne è mai fregato niente».
E.C.: «Non utilizzo nessun tipo di streaming, ascolto musica seriamente su un impianto come si deve. Purtroppo con gli anni si è perso il gusto dell’ascolto. In un mondo ideale la musica si dovrebbe ascoltare dal vivo, in quello reale la riproduzione dovrebbe essere a quel livello. Con gli mp3 e i telefonini, invece, è cambiato anche il modo di registrare musica, con un crollo drammatico a livello di qualità. Gli ultimi dischi dei Pearl Jam, per esempio, oltre che pessimi artisticamente sono inascoltabili come suono, con i volumi tirati al massimo per il formato compresso. Stessa cosa con gli ultimi Springsteen».
Quanti dischi avete a casa, ma soprattutto, in che modo sono catalogati?
C.B.: «Un po’ di migliaia, ma ho smesso di contarli dopo l’ultimo trasloco. Sono ordinati in un banalissimo ordine alfabetico».
E.C.: «Avendo appena fatto un trasloco, sulla base della grandezza di alcune librerie, ho calcolato che riuscirei a riempire un campo da calcio (Cilìa è anche noto juventino, mentre Bordone è un tifoso sfegatato del Torino, ndr) da una porta all’altra, sistemandoli fino all’altezza della traversa (ride, ndr). I vinili saranno invece circa 4mila… Tutti sono divisi per stili musicali, ere cronologiche e aree geografiche».

Esiste un’epoca migliore di un’altra musicalmente parlando? Che tipo di periodo è quello che stiamo vivendo? Sono usciti dischi recentemente che “resteranno” anche tra 50 anni?
C.B.: «Se si ama la musica, non c’è un’epoca migliore di un’altra. Dischi belli ne escono sempre. Ovviamente, se ci si limita alla musica pop e rock, come ogni forma d’arte e di espressione ha un suo arco fisiologico di sviluppo, legato a troppi fattori diversi. In questo senso, è persino banale dire che gli anni Sessanta e quelli a cavallo tra Settanta e Ottanta siano state le epoche più fertili e innovative in assoluto. Ma pur essendo un grande appassionato di quei periodi trovo un po’ triste limitarsi al culto del passato, e credo sia un dovere ascoltare – e quando lo merita, celebrare – quello che esce oggi. Dal punto di vista quantitativo e qualitativo “medio” è un buon momento, ogni anno vengono pubblicati tanti dischi interessanti che purtroppo hanno una tenuta nella mente degli ascoltatori infinitamente inferiore ai dischi che uscivano cinquanta, quaranta, trenta o anche solo vent’anni fa. Siamo tutti in attesa della prossima rivoluzione, che è un po’ come dire in attesa di Godot. Però io ci spero ancora. Su quali dischi resteranno pietre miliari tra 50 anni, te lo potrò dire fra 50 anni. Con una seduta spiritica, temo».
E.C.: «La risposta è fin troppo ovvia: nella seconda metà degli anni sessanta si è creato moltissimo di quanto si è poi ascoltato in seguito. E a cavallo fra il 1965 e il ‘79-’80 è stato inventato quasi tutto di ciò che ascoltiamo oggi. Gli anni 2000 si caratterizzano per la “retromania”, per citare il titolo di un eccellente libro di Simon Reynolds, ma forse perché è aumentata la massa, i dischi belli sono ancora tanti. Per assurdo siamo di fronte a una parcellizzazione del mercato che ha fatto bene alla musica, gli artisti non hanno più la pretesa di diventare tutti ricchi e famosi e fanno il disco che vogliono, in maniera più libera. E senza allungare troppo i contenuti, come all’epoca dei vinili, oggi tornati prepotentemente di moda. Poi se mi chiedi se fra 50 anni li ascolteremo ancora, rispondo di sì, perché sono bei dischi, ma non so se avranno fatto la storia».

Lasciamo perdere per un momento l’obiettività da critico e lasciate parlare il fan che è in voi:
I vostri cinque dischi da isola deserta?
C.B.: «Forever Changes dei Love, N.1 Record dei Big Star, Dusty in Memphis di Dusty Springfield, Astral Weeks di Van Morrison e Pet Sounds dei Beach Boys».
E.C.: «Forever Changes dei Love, London Calling dei Clash, il primo dei Velvet Underground, Marquee Moon dei Television e un disco quasi a caso dei migliori black, tra Otis blue di Otis Redding, What’s Going on di Marvin Gaye, There’s a Riot Goin’ On degli Sly and The Family Stone oppure Hot buttered soul di Isaac Hayes…».
I vostri cinque gruppi preferiti?
C.B.: «Beatles, Byrds, Rem, Husker Du e Fairport Convention».
E.C.: «Non avrei cominciato a scrivere senza i Clash e i Velvet Underground di Lou Reed. Altri due gruppi della mia vita sono i Rem e i Television, mentre aggiungerei i Pink Floyd dei primi album, che erano enormi».
I vostri cinque solisti preferiti?
C.B.: «Bob Dylan, Laura Nyro, Elliott Smith, Beth Orton, Neil Young».
E.C.: «Bob Dylan, Lou Reed, Bruce Springsteen, Neil Young, su cui ho appena completato un libro, un altro nero a caso di cui sopra, il Van Morrison di Astral weeks, Robert Wyatt, Jimi Hendrix, troppi».
Il gruppo o il disco che conoscete solo voi – si fa per dire – e che vorreste fosse nelle case di tutti gli appassionati di musica?
C.B.: «Non lo conosco solo io, per fortuna, ma direi Bevis Frond (la cui discografia occuperebbe mezza abitazione di qualunque appassionato di musica)».
E.C.: «I dischi di culto sono centinaia e spesso il culto con gli anni svanisce. Penso personalmente a Nick Drake per esempio, che era uno dei miei culti e ora è finito in uno spot pubblicitario, o a quando ho comprato Forever changes dei Love, che era per pochi iniziati e ora è una pietra miliare per molti…».

Tornate a fare i critici: il disco più bello ascoltato quest’anno? E il più sorprendente?
C.B.: «Di più belli te ne dico tre: Courtney Barnett, Father John Misty, Kamasi Washington. Il più sorprendente quello di Toro Y Moi».
E.C.: «Il nuovo di Kendrick Lamar è bello e lui una sorpresa visto che, per tornare a una domanda di poco fa, è uno dei pochi giovani che forse sta scrivendo la storia della musica anche in questi anni Duemila».
I dischi più brutti che vi sia mai capitato di ascoltare?
C.B.: «Li ho rimossi»
E.C.: « Quando stronco mi diverto, è come la vendetta per avermi fatto perdere tempo prezioso. Cito solo un gruppo, non un disco, nonostante la galleria degli orrori sia lunga: i Mars Volta, che riescono a riassumere molto del peggio del rock di alcuni decenni, in un certo senso sono geniali…».

Parliamo della scena italiana, spesso molto intrecciata con la critica: è più difficile stroncare gruppi e artisti che, magari, si conoscono anche personalmente?
C.B.: «Non ho mai scritto molto di musica italiana, e non invidio chi lo fa. Esattamente per quello che dici nella domanda».
E.C.: «A inizio carriera feci la scelta di non scrivere di musica italiana, un pochino anche per i motivi della tua domanda. I Mars Volta non vengono a rompermi le scatole, gli italiani forse sì. E così preferisco non parlarne neppure bene, come per esempio mi sarebbe piaciuto fare, dico il primo gruppo che ho adorato che mi viene in mente, con i Massimo Volume».
Avete la possibilità qui di fare pubblicità a tre gruppi tre emergenti (o anche no) italiani che credete ne abbiano bisogno e se lo meritino.
C.B.: «Paolo Spaccamonti, Moro & the Silent Revolution, Davide Tosches».
E.C.: «Me ne vengono in mente due: Paolo Spaccamonti e Moro & the Silent Revolution (gli stessi di Bordone, nonostante le due interviste siano state fatte in separata sede e in momenti diversi, ndr)».

Infine: che rapporto avete con internet? Al Mei venite premiati per i vostri blog ma siete firme soprattutto di cartacei, come convinvono le due cose?
C.B.: «In realtà ultimamente scrivo più su internet che su carta. I due mezzi si possono integrare benissimo, anche se il web è una fossa dei leoni se lo si affronta con l’approccio sbagliato. È facile cadere nella tentazione di fare i fenomeni e di essere provocatori. Il feedback immediato induce a calcare i toni, ma anche alla superficialità. Tutto ciò è squalificante, dal punto di vista professionale, oltre che faticosissimo da gestire e in definitiva una gran perdita di tempo ed energie. Credo che su internet si debba essere professionali e rigorosi esattamente come sui cartacei.cartacei.
E.C.: «Devo solo ringraziare internet per la velocità con cui si possono reperire informazioni e per come mi ha facilitato il lavoro: ricordo ancora bene i primi anni in cui scrivevo a mano, facendo talmente tante correzioni che poi dovevo ricopiare l’articolo e poi batterlo a macchina con carta carbone e mandare l’originale per posta. In generale credo comunque che internet abbia completato il quadro, lasciando alla carta stampata, che certo ha accusato il colpo in termini di copie vendute, la possibilità di specializzarsi e approfondire, così che ognuno possa scegliere».

Scrivere di musica: intervista doppia ai due critici premiati al Mei di Faenza  

Eddy Cilìa e Carlo Bordone tra giornalismo e passione, tra dischi consigliati e band di culto, tra internet e gruppi preferiti

Nell’ambito dello sterminato programma del Mei di Faenza, c’è spazio anche per riconoscimenti nazionali rivolti al mondo del giornalismo musicale.

I primi classificati di ciascuna categoria  saranno premiati domenica 4 ottobre dalle 16 nella sala del consiglio comunale. Tra questi due torinesi: un veterano del settore come Eddy Cilìa (53 anni) e Carlo Bordone (47 anni), primi a pari merito nella sezione “blog” rispettivamente per il sito venerato-maestro-oppure.com e withnailblog.wordpress.com. Blog che sono solo l’appendice di due carriere nate e che tuttora continuano sulla carta stampata (Cilìa scrive per le riviste Audio Review e Blow Up, Bordone per il mensile Rumore e per il Fatto Quotidiano). Ne abbiamo approfittato per parlare di giornalismo musicale, e di musica, in questa intervista doppia.

Come e perché si diventa critici musicali?
Carlo Bordone (nella foto qui sotto): «Per caso e per passione, credo. Non è così difficile iniziare, comunque: basta proporsi a qualche giornale, scrivere in italiano almeno accettabile ed essere disposti a essere pagati poco o più spesso niente».
Eddy Cilìa (nella foto più in basso): «Da piccolo ho sempre pensato di voler fare il giornalista, crescendo mi sono innamorato della musica e così ho cercato di unire le due cose, anche se ci sono riuscito forse solo per caso: se nessuno mi avesse pubblicato i primi pezzi magari oggi farei il professore di storia…».

Qual è stato il vostro primo articolo pubblicato da un giornale?
C.B.: «Se ricordo bene, era la recensione di un disco dei Posies su Rumore. 1996, circa».
E.C.: «Era un articolo di una pagina sul disco postumo dei 101’ers, il primo gruppo di Joe Strummer dei Clash, uscito nel 1983 sul Mucchio Selvaggio. I miei primi articoli furono però in realtà quelli su Television e Stray Cats usciti sul Mucchio nei mesi successivi».
Qual è il pezzo a cui siete più affezionati?

C.B.: «Un articolo su Elliott Smith, uscito sul Mucchio poco dopo la sua morte».
E.C.: «Sinceramente non saprei».
E ce n’è uno che vi vergognate di avere scritto?
C.B.: «Nessuno in particolare. Ovviamente a distanza di diciotto anni c’è ancora chi mi rinfaccia la stroncatura di Ok Computer, sempre su Rumore. Non rinnego il giudizio, oggi però mi imbarazza il tono saccente e sprezzante che utilizzai. Ero giovane e sciocco».
E.C.: «Direi che non provo imbarazzo nel rileggermi. Anche articoli di 30 anni fa, magari erano sbagliati nella sostanza, raramente nella forma».

In Italia, che non è l’America e neppure il Regno Unito, si può campare facendo nella vita il critico musicale?
C.B.: «No. Io oltre a scrivere di musica faccio il copywriter e insegno comunicazione».
E.C.: «Un ragazzo che volesse provarci ora ha possibilità di riuscirci pari allo zero. Quelli della mia generazione invece forse ce la fanno ancora, senza diventare ricchi, si sopravvive. Al momento io posso dire di campare solo scrivendo di musica, sì».

Ma è vero che per fare il critico bisogna essere (o essere stati) anche musicisti?
C.B.: «Non so suonare alcun strumento, né ho mai avuto ambizioni musicali. Non penso che per un critico musicale sia necessario aver suonato più di quanto sia necessario per un critico cinematografico aver girato un film o per uno letterario aver scritto un romanzo».
E.C.: «Credo sia indispensabile essere musicisti se ci si occupa di musica classica. Per il jazz magari può aiutare. Per il rock e il pop invece credo contino di più gli ascolti e l’avere una chiara idea storica di come si sono sviluppati i vari generi».

Chi è stato il vostro più grande modello?
C.B.: «Al di fuori del giornalismo musicale, sogno di riuscire a raggiungere un giorno lo stile e la classe inarrivabili di un Gianni Clerici, per me la più grande firma vivente del giornalismo italiano. Ma temo sarà impossibile».
E.C.: «Penso che in Italia chi ha iniziato nei primi anni Ottanta non poteva che avere come modello Riccardo Bertoncelli».
E il giornalista musicale italiano che più apprezzate?
C.B.: «Sono cresciuto leggendo Bertoncelli, Guglielmi, Sorge, Campo, ovviamente Eddy. Tra chi ha iniziato quando ho iniziato io, o dopo, per non far torto a nessuno  mi limito a citare un solo nome ma è quello di un fuoriclasse assoluto: Maurizio Blatto».
E.C.: «Ne cito solo uno, che poi non può neppure essere definito un critico, per non far torti a nessuno: Maurizio Blatto, autore di due libri meravigliosi».
Cosa non sopportate invece dei vostri colleghi e della stampa musicale?
C.B.: «Ho paura che sarebbero le stesse cose che non sopporterei in me, vedendomi dal di fuori. In generale mi infastidiscono le polemicucce e le parrocchiette. E un’altra cosa che mi irrita è la mania del revisionismo un tanto al chilo, sia in positivo che in negativo. Un conto è rileggere con nuovi strumenti critici qualcosa che si dà per scontato, un altro è far credere che gli 883 siano stati fondamentali o che i Beatles in fondo in fondo fossero una merda. È una pratica stupida, superficiale e narcisistica per chi la fa».
E.C.: «Non ho nessuna pazienza per la forma sciatta, indipendentemente da quale sia il tema di cui si scrive, e la stampa musicale è anche parecchio sciatta. Tanto per intenderci, preferisco leggere qualcosa che è scritto bene ma che parla di musica che non mi interessa piuttosto che il contrario. Faccio un esempio per tornare alla domanda sui giornalisti che ammiro: Valerio Mattioli scrive così bene che lo leggo sempre anche se spesso parla di musica che io detesto».

Un’intervista che vi ha lasciato qualcosa?
C.B.: «Molte. Dovendo scegliere quella a John Lydon: mi immaginavo di essere accolto a rutti e insulti, è stata invece una delle conversazioni più piacevoli e divertenti che abbia mai avuto con un musicista».
E.C.: «Non ho mai fatto tante interviste, ma ne ricordo in particolare due, con tutti i limiti della conversazione telefonica: un assolutamente squisito Arto Lindsay e poi uno dei miei eroi con cui ho finito quasi con il litigare, ossia John Cale, strepitosamente scostante, ma anche troppo».
Un’intervista letta, invece, che vi ha lasciato qualcosa?
C.B.: «Anche qui tante. Andando molto indietro con la memoria, ne ricordo una bellissima di Guido Chiesa agli X, su un vecchio Rockerilla. Roba che mi faceva venir voglia di partire subito per Los Angeles e andare a trovarli».
E.C.: «Non ne ricordo una particolarmente rivelatrice, ma di certo i giornalisti inglesi e americani, anche per il fatto che spesso ne scrivono dopo aver passato un giorno intero con gli artisti, sono dei maestri e con alcuni di loro, i più bravi, l’intervista rappresenta un’autentica forma d’arte»

Quante volte ascoltate un disco prima di recensirlo?
C.B.: «Dalle tre alle cinque».
E.C.: «Tendenzialmente scrivo dopo almeno quattro ascolti, di cui l’ultimo molto attento, prendendo appunti. A volte può capitare di essere costretti a dovere fare più in fretta ma posso dire di non aver mai scritto di un disco senza averlo ascoltato almeno due volte, di cui una con estrema attenzione».
Cambiate spesso idea con il tempo sui dischi?
C.B.: «Certamente. Ma non è detto che l’idea nuova sia più giusta di quella originaria. Non mi pento di nessuna stroncatura o recensione positiva, quando le ho fatte ero convinto di quello che scrivevo».
E.C.: «Può capitare, fortunatamente non spesso per dischi di cui avevo scritto. Ma quando capita non ho mai avuto problemi a tornare sui miei passi e a scriverlo».

Come ascoltate musica e in che modo? Utilizzate Spotify o lo streaming?
C.B.: «Ascolto musica sempre, ovunque e comunque. Sul divano, in auto, mentre corro, in bici sull’autobus, mentre lavoro. Va bene tutto: vinili e cd (che continuo a comprare in quantità notevoli), ma anche streaming, download, promo. Non faccio differenze, e dei modi “veri” e “giusti” di ascoltare musica non me ne è mai fregato niente».
E.C.: «Non utilizzo nessun tipo di streaming, ascolto musica seriamente su un impianto come si deve. Purtroppo con gli anni si è perso il gusto dell’ascolto. In un mondo ideale la musica si dovrebbe ascoltare dal vivo, in quello reale la riproduzione dovrebbe essere a quel livello. Con gli mp3 e i telefonini, invece, è cambiato anche il modo di registrare musica, con un crollo drammatico a livello di qualità. Gli ultimi dischi dei Pearl Jam, per esempio, oltre che pessimi artisticamente sono inascoltabili come suono, con i volumi tirati al massimo per il formato compresso. Stessa cosa con gli ultimi Springsteen».
Quanti dischi avete a casa, ma soprattutto, in che modo sono catalogati?
C.B.: «Un po’ di migliaia, ma ho smesso di contarli dopo l’ultimo trasloco. Sono ordinati in un banalissimo ordine alfabetico».
E.C.: «Avendo appena fatto un trasloco, sulla base della grandezza di alcune librerie, ho calcolato che riuscirei a riempire un campo da calcio (Cilìa è anche noto juventino, mentre Bordone è un tifoso sfegatato del Torino, ndr) da una porta all’altra, sistemandoli fino all’altezza della traversa (ride, ndr). I vinili saranno invece circa 4mila… Tutti sono divisi per stili musicali, ere cronologiche e aree geografiche».

Esiste un’epoca migliore di un’altra musicalmente parlando? Che tipo di periodo è quello che stiamo vivendo? Sono usciti dischi recentemente che “resteranno” anche tra 50 anni?
C.B.: «Se si ama la musica, non c’è un’epoca migliore di un’altra. Dischi belli ne escono sempre. Ovviamente, se ci si limita alla musica pop e rock, come ogni forma d’arte e di espressione ha un suo arco fisiologico di sviluppo, legato a troppi fattori diversi. In questo senso, è persino banale dire che gli anni Sessanta e quelli a cavallo tra Settanta e Ottanta siano state le epoche più fertili e innovative in assoluto. Ma pur essendo un grande appassionato di quei periodi trovo un po’ triste limitarsi al culto del passato, e credo sia un dovere ascoltare – e quando lo merita, celebrare – quello che esce oggi. Dal punto di vista quantitativo e qualitativo “medio” è un buon momento, ogni anno vengono pubblicati tanti dischi interessanti che purtroppo hanno una tenuta nella mente degli ascoltatori infinitamente inferiore ai dischi che uscivano cinquanta, quaranta, trenta o anche solo vent’anni fa. Siamo tutti in attesa della prossima rivoluzione, che è un po’ come dire in attesa di Godot. Però io ci spero ancora. Su quali dischi resteranno pietre miliari tra 50 anni, te lo potrò dire fra 50 anni. Con una seduta spiritica, temo».
E.C.: «La risposta è fin troppo ovvia: nella seconda metà degli anni sessanta si è creato moltissimo di quanto si è poi ascoltato in seguito. E a cavallo fra il 1965 e il ‘79-’80 è stato inventato quasi tutto di ciò che ascoltiamo oggi. Gli anni 2000 si caratterizzano per la “retromania”, per citare il titolo di un eccellente libro di Simon Reynolds, ma forse perché è aumentata la massa, i dischi belli sono ancora tanti. Per assurdo siamo di fronte a una parcellizzazione del mercato che ha fatto bene alla musica, gli artisti non hanno più la pretesa di diventare tutti ricchi e famosi e fanno il disco che vogliono, in maniera più libera. E senza allungare troppo i contenuti, come all’epoca dei vinili, oggi tornati prepotentemente di moda. Poi se mi chiedi se fra 50 anni li ascolteremo ancora, rispondo di sì, perché sono bei dischi, ma non so se avranno fatto la storia».

Lasciamo perdere per un momento l’obiettività da critico e lasciate parlare il fan che è in voi:
I vostri cinque dischi da isola deserta?
C.B.: «Forever Changes dei Love, N.1 Record dei Big Star, Dusty in Memphis di Dusty Springfield, Astral Weeks di Van Morrison e Pet Sounds dei Beach Boys».
E.C.: «Forever Changes dei Love, London Calling dei Clash, il primo dei Velvet Underground, Marquee Moon dei Television e un disco quasi a caso dei migliori black, tra Otis blue di Otis Redding, What’s Going on di Marvin Gaye, There’s a Riot Goin’ On degli Sly and The Family Stone oppure Hot buttered soul di Isaac Hayes…».
I vostri cinque gruppi preferiti?
C.B.: «Beatles, Byrds, Rem, Husker Du e Fairport Convention».
E.C.: «Non avrei cominciato a scrivere senza i Clash e i Velvet Underground di Lou Reed. Altri due gruppi della mia vita sono i Rem e i Television, mentre aggiungerei i Pink Floyd dei primi album, che erano enormi».
I vostri cinque solisti preferiti?
C.B.: «Bob Dylan, Laura Nyro, Elliott Smith, Beth Orton, Neil Young».
E.C.: «Bob Dylan, Lou Reed, Bruce Springsteen, Neil Young, su cui ho appena completato un libro, un altro nero a caso di cui sopra, il Van Morrison di Astral weeks, Robert Wyatt, Jimi Hendrix, troppi».
Il gruppo o il disco che conoscete solo voi – si fa per dire – e che vorreste fosse nelle case di tutti gli appassionati di musica?
C.B.: «Non lo conosco solo io, per fortuna, ma direi Bevis Frond (la cui discografia occuperebbe mezza abitazione di qualunque appassionato di musica)».
E.C.: «I dischi di culto sono centinaia e spesso il culto con gli anni svanisce. Penso personalmente a Nick Drake per esempio, che era uno dei miei culti e ora è finito in uno spot pubblicitario, o a quando ho comprato Forever changes dei Love, che era per pochi iniziati e ora è una pietra miliare per molti…».

Tornate a fare i critici: il disco più bello ascoltato quest’anno? E il più sorprendente?
C.B.: «Di più belli te ne dico tre: Courtney Barnett, Father John Misty, Kamasi Washington. Il più sorprendente quello di Toro Y Moi».
E.C.: «Il nuovo di Kendrick Lamar è bello e lui una sorpresa visto che, per tornare a una domanda di poco fa, è uno dei pochi giovani che forse sta scrivendo la storia della musica anche in questi anni Duemila».
I dischi più brutti che vi sia mai capitato di ascoltare?
C.B.: «Li ho rimossi»
E.C.: « Quando stronco mi diverto, è come la vendetta per avermi fatto perdere tempo prezioso. Cito solo un gruppo, non un disco, nonostante la galleria degli orrori sia lunga: i Mars Volta, che riescono a riassumere molto del peggio del rock di alcuni decenni, in un certo senso sono geniali…».

Parliamo della scena italiana, spesso molto intrecciata con la critica: è più difficile stroncare gruppi e artisti che, magari, si conoscono anche personalmente?
C.B.: «Non ho mai scritto molto di musica italiana, e non invidio chi lo fa. Esattamente per quello che dici nella domanda».
E.C.: «A inizio carriera feci la scelta di non scrivere di musica italiana, un pochino anche per i motivi della tua domanda. I Mars Volta non vengono a rompermi le scatole, gli italiani forse sì. E così preferisco non parlarne neppure bene, come per esempio mi sarebbe piaciuto fare, dico il primo gruppo che ho adorato che mi viene in mente, con i Massimo Volume».
Avete la possibilità qui di fare pubblicità a tre gruppi tre emergenti (o anche no) italiani che credete ne abbiano bisogno e se lo meritino.
C.B.: «Paolo Spaccamonti, Moro & the Silent Revolution, Davide Tosches».
E.C.: «Me ne vengono in mente due: Paolo Spaccamonti e Moro & the Silent Revolution (gli stessi di Bordone, nonostante le due interviste siano state fatte in separata sede e in momenti diversi, ndr)».

Infine: che rapporto avete con internet? Al Mei venite premiati per i vostri blog ma siete firme soprattutto di cartacei, come convinvono le due cose?
C.B.: «In realtà ultimamente scrivo più su internet che su carta. I due mezzi si possono integrare benissimo, anche se il web è una fossa dei leoni se lo si affronta con l’approccio sbagliato. È facile cadere nella tentazione di fare i fenomeni e di essere provocatori. Il feedback immediato induce a calcare i toni, ma anche alla superficialità. Tutto ciò è squalificante, dal punto di vista professionale, oltre che faticosissimo da gestire e in definitiva una gran perdita di tempo ed energie. Credo che su internet si debba essere professionali e rigorosi esattamente come sui cartacei.cartacei.
E.C.: «Devo solo ringraziare internet per la velocità con cui si possono reperire informazioni e per come mi ha facilitato il lavoro: ricordo ancora bene i primi anni in cui scrivevo a mano, facendo talmente tante correzioni che poi dovevo ricopiare l’articolo e poi batterlo a macchina con carta carbone e mandare l’originale per posta. In generale credo comunque che internet abbia completato il quadro, lasciando alla carta stampata, che certo ha accusato il colpo in termini di copie vendute, la possibilità di specializzarsi e approfondire, così che ognuno possa scegliere».

Marito e moglie occupano abusivamente un appartamento in centro a Faenza

Sorpresi anche a rubare l’energia elettrica. Solo poche settimane
fa denunciati per lo stesso motivo in un’altra abitazione

Avevano regolarmente acquistato un appartamento in centro a Faenza a fine luglio. Ma in questi giorni, al momento di prenderne possesso, lo hanno trovato chiuso dall’interno. Dopo vari tentativi di aprire il portone, una coppia che ci stava vivendo al suo interno ha cercato di allontanare i legittimi proprietari che hanno così chiamato i carabinieri.

Fatta irruzione nell’appartamento, i militari si sono ritrovati una sorta di accampamento abusivo con materasso in terra e alcuni mobili mal ridotti oltre a due televisori. Ad averlo occupato abusivamente marito e moglie – lui di 19 anni, lei di 38 – di etnia rom, che stavano anche rubando energia elettrica dopo aver eliminato i sigili del contatore. I due solo poche settimane prima erano stati denunciati per aver occupato abusivamente un altro appartamento del centro storico di Faenza.

E in luglio erano stati denunciati per ricettazione di una bicicletta rubata tempo prima a una faentina. Questa volta per loro sono scattate le manette in flagranza per furto di energia elettrica, mentre sono stati anche denunciati per danneggiamenti e occupazione abusiva.

L’arresto è stato convalidato ma il processo rinviato a fine novembre. Nel frattempo i carabinieri hanno chiesto per i due un foglio di via con divieto di ritorno nel comune di Faenza.

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