Majoli in mostra a Ravenna: «Mai avrei pensato a un progetto così in un altro posto»

Parla il grande fotografo, i cui scatti saranno al Mar dal 15 aprile al 17 giugno. «La guerra e il dolore sono anche forme estetiche, purtroppo. Addentrarsi nelle tragedie umane è anche una questione personale»

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Alex Majoli è in procinto di tornare a Ravenna con un progetto che tocca più di trent’anni di grande fotografia e indagine sulla condizione umana: Andante – al Mar di Ravenna dal 15 aprile al 17 giugno, inaugurazione sabato 14 alle 18 – celebra infatti il percorso di uno dei più importanti fotografi viventi, legato a doppio filo alla città bizantina per origine e prima formazione. Un progetto che sarà in buona parte portato a Parigi nel febbraio 2019.

Andante trasmette un senso di movimento, una transizione: perché è stato scelto e qual è il significato pieno di questo titolo, oltre la mostra, nel tuo lavoro in generale?
«All’inizio pensavo al motivo in musica e a come avrei editato il percorso nei tre piani del museo. Andante significa anche qualcosa di “fatto un po’ male, ma pur sempre fatto”, come la vita della maggioranza delle persone che ho fotografato negli anni, e forse anche la mia. Andante è poi lo specchio di me stesso che da Ravenna dovevo andare, sempre. Il numero di fotografie è consistente e l’editing della mostra è molto intenso e personale proprio perché destinato a Ravenna: mai avrei pensato a un progetto come questo in un altro posto al mondo. Diciamo che l’ho presa di petto questa volta, nudo e folle. Folle nel senso che i greci antichi davano alla follia. Eraclito diceva, parlandone come mezzo per esplorare i confini: per quanto tu possa camminare per ogni via, i confini dell’anima non li troverai mai».
Quali sono a tuo parere gli elementi che rendono una fotografia “parlante”?
«Tante cose. L’immagine è innanzitutto una questione culturale: guardiamo, reagiamo, creiamo immagini che sono echi delle nostre esperienze. Quindi sono probabilmente solo percezioni. Estetica ed etica hanno sempre lottato dentro di me: la superficie, la bellezza, la luce, la geometria, il magnifico… Tutti questi elementi contro il contenuto. Credo che a lungo andare il contenuto sarà sempre quello che rimane, mentre l’estetica resterà incatenata al tempo in cui è vissuta».
02La guerra, la sofferenza, l’umanità al centro di un’indagine: dal Kosovo al Congo passando dai luoghi di cura e dolore, fino ai porti: cosa significa per te “vivere un luogo” e cosa tocca in particolare le tue corde al punto tale da decidere di intraprendere una nuova ricerca?  
«La guerra, il dolore – e aggiungo la pazzia di prima – sono anche forme estetiche, purtroppo. La tragedia greca è stata la prima a occuparsene; l’opera più importante di Picasso rappresenta la guerra. Addentrarsi nelle tragedie umane è anche una questione personale. Riguardo a me, credo di non vivere un luogo, piuttosto che viverlo: questa è la forza trainante per affrontare “le vite d’altri”».
Qual è il rapporto tra teatralità e realtà nel tuo lavoro? C’è una sorta di fusione o ritieni che il confine debba essere sempre in qualche modo “dichiarato”, riconoscibile?
«Assolutamente non dichiarato. Ripeto sempre la frase di Pirandello: “così è se vi pare“. Quasi vorrei lasciarla in tutte le mie mostre, ma è una guerra persa: le maledette didascalie devono sempre entrare nel compromesso. Sono un convinto sostenitore delle teorie di Pirandello e di Guy Debord, che scrive ne La società dello spettacolo: “Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra le persone, mediato dalle immagini. Dopo essere stato per tanti anni un “fotogiornalista” ho visto con i miei occhi il teatro della vita, così nel 2003 ho iniziato a sperimentare con questo. A Ravenna ci sarà un piano dedicato».
MajoliAlex negli Anni ’80 e Alex nel 2018: cos’è cambiato e cosa è immutato da quando hai cominciato? Qual è la tua direzione oggi come persona e come fotografo?
«Sono tornato dove tutto iniziò, almeno per quanto riguarda il teatro. Al Mar ci sarà un’immagine della serie “maschere in nero”: inconsapevolmente mi affascinava come i soggetti cambiassero atteggiamento quando spegnevo le luci, illuminandoli con solo un faretto, protagonisti. Ci sarà anche una serie di fotografie scattate ai miei amici quando facevamo skate, quando avevo quindici anni, e che con la consapevolezza di trent’anni di lavoro si affiancano dignitosamente a foto di ragazzi in Medio Oriente che combattono l’oppressione. Come persona …vivo Andante? Proprio come se mi si accumulassero cose. Viaggio un po’ meno e mi concentro molto di più su progetti e idee personali, sulla mia famiglia».

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