L’antica anima multiculturale della Romagna

Dentro al Maf, nato dalla passione di un campanaro professionista e poi da quella di un maestro, oggi gestito da Ravennantica

Maf Museo Archeologico Forlimpopoli 06Cosa c’era in Romagna 6mila anni fa? E nel Paleolitico, vale a dire 1 milione di anni fa (grosso modo, eh)? La nostra immaginazione nel pensare gli altri nel tempo tutto sommato è limitata. Viviamo in un eterno presente, pensando al massimo alle generazioni dei nostri nonni, e in questo non siamo diversi da chi ci ha preceduto. Eppure l’archeologia è la forma di indagine immaginativa, una forma quasi leopardiana di sapere, tra le più suggestive. Essa è nata parallelamente all’imperialismo, questo è un dato di fatto, ma ne è anche una sua temeraria e indomita avversaria, se diviene strumento di conoscenza e immaginazione di un altro che fu qualcosa di diverso da noi, ma allo stesso tempo simile. L’archeologia risveglia una nostalgia del futuro, è una forma blanda di memento mori, ci ricorda inevitabilmente la nostra fragilità e temporalità. È un buon antidoto al narcisismo, ed è sicuramente una buona siepe per immaginare l’infinito e reo tempo. E in Romagna è stata molto amata.

Un po’ perché siamo terra di confine, un po’ perché siamo una pianura di terra da arare e coltivare, le storie dalla terra sono sempre state ben praticate e il museo di Forlimpopoli, riaperto nel 1961 e rinnovato nel 2014, fa parte di quel particolare reticolo di piccoli musei dell’antico che caratterizzano molte esposizioni che puntellano il nostro territorio e che ci mostrano attraverso gli oggetti sopravvissuti al naufragio dei tempi che qui c’era qualcun altro prima di noi. Soprattutto ci attestano l’interesse di “non addetti ai lavori”, di autodidatti, di appassionati piccoli Schliemann, per la conservazione e la raccolta di questi fossili della memoria.

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Il museo Tobia Aldini, ora per questa mania che si ispira al Moma di New York ribattezzato Maf, deve la sua esistenza in particolare a un personaggio di questo tipo, Andrea Benini. Era un campanaro, che aveva potuto completare solo le elementari per andare direttissimo a lavorare. Ma era curioso, raccoglieva, annotava, conservava. Nel 1935 riescì a esporre in una sala questi suoi cimeli, che andavano da documenti sulla storia del paese a reperti archeologici di varie epoche. Nel 1951 però l’interesse si spegne, e si deve far spazio ad un cinema: niente nostalgia del passato, siamo innamorati della visione in movimento… Eppure Benini continua e dieci anni dopo riapre ufficialmente il museo nella grande sala al piano nobile della Rocca. Nominato ispettore onorario dalla Soprintendeza alle Antichità di Bologna, dovrà cedere il passo alla direzione del museo a Tobia Aldini, che rappresenta un’altra figura tipica dell’intellettualità locale romagnola, quella del maestro. Aldini infatti ha completato gli studi alle Magistrali, ma ha sempre coltivato la passione per il passato: condurrà scavi importantissimi, per esempio quello di Podere Canestri, uno dei più importanti per il Paleolitico inferiore di tutta la Romagna. E nella nuova veste il museo è diretto da una donna, laureata e molto preparata, segno dei tempi che cambiano…

Ora il museo è ovviamente un’altra cosa: un centro di conservazione e ricerca, ma anche un luogo di incontro e approfondimento ed è gestito da Ravennantica, che segue sostanzialmente lo stesso format dello spazio espositivo di Ravenna. Visite guidate, programma di attività laboratoriali per i più giovani, conferenze divulgative sull’antico e non solo, mostre temporanee come quella fotografica sulla resistenza femminile visitabile fino al 2 giugno Occhi che hanno visto con scatti di Fracchiolla e Bardi dei volti delle staffette partigiane ancora in vita. È anche questa un’archeologia della nostalgia tutto sommato, che indaga in un volto la geografia di un paese che sembra perso per sempre ed è quindi tutto sommato naturale che venga ospitata insieme alle epigrafi dei primi secoli dell’età nostra che testimoniano quanto Forlimpopoli, o meglio Forum Popili, fosse eterogenea dal punto di vista linguistico ed etnico. Se vi soffermate e leggete in nomi, scrutate nelle steli e immaginate, un po’ come faceva Kavafis nelle sue poesie, chi furono questi ospiti della terra sotto di noi, scoprirete che la Romagna multiculturale non è cosa di oggi. Nelle sei sale che compongono la mostra navigherete in un tempo lungo, ma non perdetevi nelle ricostruzioni dei buchi, godete invece di quanto c’è.

Oltre alla visita da soli o in compagnia, vorrei fare una menzione particolare per le archeogite, una novità della didattica di quest’anno: si tratta di percorsi di 2 ore e mezzo, pensati in particolare per le scuole, che prevedono sia la classica visita guidata, ma anche l’animazione teatrale, il mascheramento, la rappresentazione drammatizzata… ad esempio nelle vesti degli antichi romani, oppure alla corte del signore, il tutto condotto dall’animatore e regista teatrale Roberto Fabbri. Un’occasione di qualità e vicina per far fare un’esperienza veramente immersiva nella storia. Senza dimenticare che la sedimentata Forlimpopoli è la patria dell’Artusi e che quindi si può mangiare veramente bene…

Info: www.maforlimpopoli.it
Venerdì: dalle 9 alle 13; sabato; dalle 10 alle 13 e dalle 15.30 alle 18.30; domenica: dalle 10 alle 13 e dalle 15.30 alle 18,30, mercoledì e il giovedì dalle 9 alle 13 apertura su richiesta. Per le archeogite: tel. 0543 748071.

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