La mostra sui Preraffaelliti e quel senso di horror vacui…

La nostra visita all’esposizione del Museo San Domenico di Forlì

Preraffaeliti

È già successo in occasione delle ultime mostre ospiti nei Musei di San Domenico di Forlì: il consiglio di ridurre il numero delle opere in esposizione pur mantenendo un livello di qualità e omogeneità appare come la quadratura del cerchio.
Il suggerimento è rimasto inascoltato e i due premi “Global Fine Art Awards” – meritatamente attribuiti al museo per le mostre su “Ulisse. L’arte e il mito” (2020) e “L’Eterno e il Tempo” (2018) – hanno contribuito a proiettare un cono d’ombra su alcuni evidenti difetti dell’attuale mostra sui Preraffaelliti.

Partiamo quindi dalla carta di intenti dell’esposizione che è quella di indagare il percorso del gruppo inglese che nel 1848 venne fondato da Dante Gabriele Rossetti, John Everett Millais e William Holman Hunt. Già dal nome si comprende come questa Brotherhood volesse prendere a modello l’arte precedente a Raffaello. Nel contesto di un generale revival europeo del Gotico che
affonda le radici nel movimento romantico, i Preraffaelliti rifiutano l’accademismo e mitizzano le epoche del Gotico, anche nella sua fase tarda, e del primo Rinascimento intravedendovi una realizzata unità fra estetica e morale: “bella e buona” era per i giovani artisti quest’arte, fedele alla verità, semplice e diretta, priva di sovrastrutture e ricca di spiritualità.

Per i soggetti delle opere, il gruppo si riallinea a molti motivi già trattati dal Romanticismo: temi religiosi e letterari – fra cui i grandi padri della letteratura come Shakespeare e Dante integrati ai più vicini Wordsworth, Shelley, Keats e Poe – e altri che si prestavano all’interpretazione simbolica. Non manca l’interesse di alcuni dei Preraffaelliti – è il caso di Ford Madox Brown e di William Morris – verso questioni sociali come l’emigrazione, l’equità di accesso sociale o il lavoro, ma non troverete opere in mostra a Forlì che vi indichino questo cammino.

La mostra parte, come è giusto che sia, con varie opere italiane precedenti a Raffaello a rappresentare la fonte a cui attinge il
gruppo: dal polittico del trecentesco Taddeo di Bartolo alle opere di Cosimo Rosselli che lavorò a Roma con Ghirlandaio e Botticelli, grazie a prestiti eccellenti dagli Uffizi e dal Museo di San Marco di Firenze, dalla cattedrale di Pistoia e dal Museo dell’Opera del Duomo di Prato, assistiamo a una tale sfilza di capolavori italiani dal ‘300 al ‘400 che passano quasi del tutto inosservati le opere dei nipotini dei Preraffaelliti come Cauley Robinson, messi a confronto a poca distanza.

Edward Burne Jones

Edward Burne Jones – “Amore tra le rovine” 1894

Ecco, l’eccedenza del progetto espositivo comincia da qui, da un confronto impari, poco giustificato, fra la diretta e bellissima fonte di ispirazione e il lavoro non dei Preraffaelliti ma dei loro epigoni, nati diversi anni dopo al momento in cui il gruppo originario si era già dissolto. Le sale che seguono entrano nel merito delle personalità principali: ci sono i bellissimi arazzi di Burne-Jones sul ciclo arturiano, alternati ad un ammaliante Botticelli, poi si passa al tema del Gothic Revival che sicuramente è più che giustificato partendo dalla personalità di Pugin, grande studioso dell’architettura medievale.
Segue una sezione con 15 disegni dedicata alla figura teorica centrale di questo recupero, John Ruskin, che lanciò sul piano critico ed estetico il gruppo dei Preraffaelliti.
Il rapporto di debito invece con i Nazareni, un gruppo di artisti tedeschi in attività a Roma ai primi dell’800 la cui arte si ispirava a quella medievale come forma estetica che incarna valori morali, è più che giustificata nonostante la presenza inspiegabile di un gioiello di fine ‘800 di Marchi su disegno dell’italiano Alfonso Rubiani.

Il pendente fa comprendere ilfluire nel secolo dell’importanza dell’artigianato e dell’ispirazione a modelli medievali ma una delle sezioni successive, dedicata al gruppo In arte libertas che della unità fra arte e artigianato farà la sua traiettoria, è da intendere come uno spin off che meriterebbe da solo una
mostra. Così invece rischia di confondere lo spettatore e di stancarlo inutilmente.

Importante invece la parte in mostra che si incentra su William Morris, artista e teorico sicuramente meglio introdotto nella confraternita, del quale forse andavano illustrate maggiormente opere e prolo visto che la sua attività è uno snodo centrale per i Preraffaelliti e per la rilevanza del movimento delle Arts and Crafts di tutto l’intero secolo che trapasserà in quello successivo. Le cellette lasciano spazio ai protagonisti, ben analizzati, da Hunt a Burne Jones, a Dante Gabriele Rossetti. Si intuisce che qualche donna c’era nel gruppo – e non si tratterebbe di figure neanche di seconda linea come Elisabeth Siddal o come Christina Rossetti per la vocazione letteraria – ma l’occasione non è colta nonostante gli intenti dichiarati: poco più di una decina di opere di artiste su un totale di 320 non sono un’alba. Si capisce che dovremo aspettare qualche altro decennio prima di comprendere chi realmente fossero le donne creative della Brotherhood oltre alle loro bellissime mogli e modelle.

Il secondo piano dell’esposizione sviluppa la grande operatività dei seguaci, degli ispirati e degli epigoni: la presenza difigure artistiche medie con una qualità media di opere aumenta i sintomi da indigestione visiva che tormenta nel corso delle sezioni finali.

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Un disegno di Elisabeth Siddal: “St, Cecilia (The palace of art)” 1855

In effetti, buona parte delle ultime sezioni in mostra sta a metà fra una vertiginosa coazione a ripetere e un senso di mortificazione che insorge per le opportunità mancate. Si scorrono le opere con velocità e quasi si saltano anche quelle poche, bellissime, del Rinascimento italiano che hanno la sfortuna di essere collocate nel mezzo.
Il senso di horror vacui accelera a tal punto che quasi si salta una bella fotografia di Julia Margaret Cameron, talmente solitaria da impedire del tutto la comprensione dell’importanza, dello spessore e della creatività di questa
antesignana della fotografia. Si saltano quasi anche un disegno di Aubrey Beardsley, un altro di Charles Ricketts, che messi così in solitaria in mezzo a tante opere di minor pregio, brillano come perle del tutto incomprese.

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