«La sopravvivenza della sala non è una questione per nostalgici, ma economica»

 

Elisa Battistini, classe 1977, ravennate trapiantata a Roma, è giornalista e critica cinematografica. Attualmente si occupa di programmazione e distribuzione cinematografica. In passato ha collaborato con il nostro settimanale e non potevamo che chiedere a lei, quindi, di ragguagliarci su ciò che sta accadendo e si profila nell’ambito del cinema dopo l’emergenza Covid.

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Elisa Battistini [Quinlan.it] (1)

Elisa Battistini

«Le sale sono chiuse, le produzioni e le post-produzioni sono ferme, i film terminati non hanno distribuzione: il comparto cinematografico risente pesantemente degli effetti economici dell’epidemia di Sars-CoV-2. Dopo il 2019, anno record per numero di spettatori nei cinema dell’UE (+4,5% di biglietti venduti rispetto al 2018 con un dato assoluto di 1,34 miliardi presenze in sala di cui oltre 100 milioni in Italia), il 2020 fa pagar dazio a un’industria che solo nel nostro Paese conta circa 173.000 addetti, secondo un recente studio di Anica, senza tenere conto di molte professioni “collaterali” (dalla stampa specializzata alle professioni legate alla programmazione e ai festival). Se le principali associazioni di categoria stanno lavorando con il Mibact su interventi dedicati alla filiera e pensando a come riprendere in sicurezza l’attività dei set nella Fase 2, lo scenario complessivo resta molto incerto, ma un dato dovrebbe essere condiviso: la centralità degli schermi, ossia delle sale, per la tenuta complessiva di un’industria globalizzata – che fa sì che un film piccolo o medio possa avere una vita internazionale – che si radica nei presidi territoriali.

Più che fare una previsione su cosa accadrà a decine di migliaia di occupati e a migliaia di imprese che lavorano nel cinema in Italia, occorre fare chiarezza su quello che potrebbe diventare un pericoloso equivoco: l’intero mondo dell’audiovisivo così come oggi lo conosciamo potrà continuare a esistere tutelando le sale, insostituibile fonte di redditività, al fine di trovarle il più possibile in piedi dopo questa pandemia. L’alternativa al grande schermo non sono streaming e video on demand: si tratterebbe di un cambiamento radicale dei livelli di redditività del settore, quindi della quantità e infine qualità delle produzioni. Avengers: Endgame costa 350 milioni di dollari perché punta a incassarne miliardi (e ha incassato 2 miliardi 800 milioni di dollari): solo la sala può consentirlo. Non sorprende che i grandi film hollywoodiani pronti a uscire non scelgano per nulla l’on demand (senza contare il fattore pirateria e la facilità di reperire file dopo pochi minuti dalla messa online). Il cinema d’autore, quello festivaliero per intenderci, ha attese molto differenti per cifre ma assolutamente simili per finalità di ritorno economico. Le grandi piattaforme come Netflix vivono all’interno di un ecosistema in cui la sala soltanto consente i guadagni attesi per i titoli più importanti: gli abbonamenti alle piattaforme non possono ripagare gli investimenti di molti film, mentre sono un moltiplicatore per l’industria ovvero creano nuovi segmenti nell’audiovisivo e secondo molti studi contribuiscono ad accrescere i consumi complessivi. In uno scenario in cui le sale uscissero dalla pandemia con le ossa rotte, semplicemente ci ritroveremmo in un panorama completamente mutato: l’idea che il cinema possa passare stabilmente dalla fruizione in sala a quella dello streaming non tiene conto delle attese economiche dei prodotti. Non deve sorprendere neppure che, in questo momento, alcune distribuzioni stiano invece proponendo film on demand: si tratta di film che difficilmente, purtroppo, potrebbero avere un mercato nelle sale (che saranno intasate di titoli di richiamo e mai usciti) qualora riaprissero. Mentre per ora è difficile che titoli forti finiscano oggi in streaming, preferendo le produzioni attendere alcuni (o anche molti) mesi rispetto all’uscita prevista ma puntando a maggiori risultati. Se, per quanto riguarda il sostegno all’occupazione, la risposta come per tutti i settori dovrà essere importante e sovranazionale, al momento bisogna capire che senza una particolare tutela per gli esercenti potremo trovarci di fronte a una situazione inedita e del tutto negativa per l’intero settore. Perché la sopravvivenza della sala non è una questione per nostalgici, ma una questione economica che finirebbe per ridurre drasticamente la produzione cinematografica».

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