Gerardo Lamattina: «Il mio film sul Mah Jong, l’unico gioco cinese made in Italy»

Parla l’autore de “Il Drago di Romagna”. «Quando sono arrivato qui, al mare vedevo tanti ragazzini soli: i genitori stavano giocando…»

DonnaRosa 20

Gerardo Lamattina sul set de “Il Drago di Romagna”

Tik tok, tok… no, niente a che vedere con applicazioni e social per carità. È il rumore delle tessere calate, sbattute con le altre sulla stecca. Lo conosce bene chi ha una madre infervorata giocatrice come la mia.

Il Mah Jong non è solo un gioco. Questo è un fatto ma anche il sottotitolo de Il Drago di Romagna, ultimo film del regista ravennate Gerardo Lamattina.

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A quasi 100 anni dall’ingresso del gioco cinese in Italia, appena uscito nelle sale, Il Drago di Romagna racconta – attraverso la storia di Luisa, tipica azdora romagnola esperta di cucina e Mah Jong – la sua diffusione, in particolare a Ravenna dove ne venne creata una versione speciale.

Alternando parti di pura fiction al documentario, Lamattina – artista appassionato di tecnologia e nuovi media – torna al cinema a tre anni dall’uscita del suo primo lungometraggio Cimitero azzurro (2017), finalista all’Alternative Film Festival di Toronto.

Gerardo, questo film lo hai scritto a più mani, con Federica Cervellini e Chi Hai, ma l’idea originale è tua. Da dove nasce questa storia?
«Io non sono romagnolo (è originario di Pertosa, provincia di Salerno, ndr) ma vivo qui da 28 anni ormai e ho appreso abitudini usi e costumi. E tra gli usi e costumi, quando sono arrivato qua, in particolare mi aveva colpito il gioco del Mah Jong. Gioco che non conoscevo. Al mare, anzi al bagno, cioè lo stabilimento balneare come dite qua in Romagna, vedevo questi sciami di ragazzini che vagavano dappertutto e non capivo dove fossero i loro genitori. Erano tutti figli di signore che giocavano a Mah Jong. Allora abbastanza stupito, assieme a mia figlia, mi fermavo a guardare questo gioco evidentemente cinese ma che a me sembrava molto romagnolo. Tanto è vero che poi l’ho definito nei miei appunti l’unico gioco cinese made in Italy. La genesi dell’idea parte da qui. Dopo qualche anno, in maniera abbastanza casuale, ho mandato l’idea alla produttrice Giusy Santoro della POPCult di Bologna, pensando che non potesse interessarle, invece lei il pomeriggio mi ha subito chiamato dicendo che l’idea era straordinaria, popolare e culturale come la sua casa di produzione, e che voleva assolutamente realizzarla. Abbiamo impiegato due anni e mezzo a farla ma siamo arrivati alla fine. E in maniera molta gioiosa».

Il vostro percorso produttivo è particolare: l’obiettivo è esportare il cinema italiano sul mercato cinese attraverso un ponte culturale ed imprenditoriale. POPCult, specializzata nel documentario creativo, produce assieme a Micromedia Communication Italy, società media cinese di Milano, prima in Italia grazie alla creazione della piattaforma Weishi dedicata ai cinesi residenti qui. Il film poi è il primo film italiano ad uscire in sala sottotitolato in cinese…
«Primo film italiano sottotitolato in cinese, questo è uno degli slogan che accompagna il film. Abbiamo un po’ di primati da evidenziare, “primo film italiano sul gioco del Mah Jong”. Ripensandoci l’idea era molto buona (ride soddisfatto, ndr). Il percorso produttivo nasce prima col sostegno della Regione e poi del Comune di Ravenna. Questa la partenza. C’era comunque l’esigenza di avere un partner cinese, sia per ragioni produttive che per ragioni culturali che riguardavano la creazione stessa del film. Ed è arrivata Micromedia Communication, giovanissima società milanese al suo primo film però con un amplissimo seguito della comunità cinese, sia online che nell’ambito milanese e internazionale. Con loro sono arrivati anche degli sponsor privati: HAHA Garden Milano, Hoomei, Yohno. La relazione con Micromedia è nata grazie a Jada Bai, una “cinese milanese”, che poi ha curato tutta la ricerca storica».

È la stessa ragazza che raccoglie le interviste nel film?
«No, è una studiosa che lavora tra le altre cose per la Fondazione Italia/Cina. La ragazza che compare nel film fa parte dello staff di Micromedia… diciamo che mi son divertito a far diventare la fiction realtà e la realtà fiction».

Il film infatti alterna finzione e realtà, fiction e documentario. Il personaggio di Luisa, questa “vecchia bambina che voleva giocare coi draghi”, è totalmente inventato o hai davvero conosciuto un’azdora così?
«“La Luisa”, la protagonista, si chiama in realtà Dilva… ed è veramente appassionatissima di Mah Jong. Il personaggio era stato scritto come idea ma poi si è rimodellato sulle sue caratteristiche. Così come per le sue amiche, che nel film hanno il nome che hanno nella vita e sono tutte grandi giocatrici. La fase del casting è stata un tripudio di adesioni, abbiamo dovuto aggiungere dei giorni, visionando più di 350 persone, un percorso lungo e laborioso ma che ha dato i suoi frutti. Ad esempio ci ha fatto scoprire un personaggio straordinario, che è quello del Guru. Lui è guru nella vita (Lorenzo Golinelli o DJ Guru, ndr). Non avrei potuto immaginarlo, perché come succede sempre la realtà supera la fantasia. Lo stesso è accaduto anche con gli attori cinesi. Tutta la famiglia cinese è stata straordinaria, una disponibilità enorme. Abbiamo girato nel loro ristorante, nel loro bazar. Persone fantastiche che avevano molta voglia di mettersi in gioco, ben consapevoli del fatto che per inserirsi veramente in un’altra cultura devi in qualche modo rimettere in gioco il tuo essere. E questo è presente nel film, cosi come è presente il rapporto tra generazioni, insieme ad uno sguardo su come è cambiata la socialità, il modo d’interagire anche attraverso il gioco. Per giocare a Mah Jong ci sono tempi lunghi, devi essere in quattro, ci sono cose che stanno scomparendo, perché siamo sempre più social e meno sociali. Ad esempio il rapporto tra nonna e nipote che invece nel film viene esplorato e rivitalizzato proprio attraverso il gioco».

Quindi sei aperto agli imprevisti, il tuo lavoro viene influenzato dagli incontri, dagli attori stessi, non sei uno di quelli che scrive tutto prima?
«Assolutamente, succede sempre così nei miei film. Anche perché un film ha un percorso così accidentato che sarebbe come castrarsi da soli. C’era un plot preciso, scritto con Federica Cervellini, romagnola doc con un punto di vista a volte diametralmente opposto al mio, lo abbiamo sviluppato, abbiamo scritto una scaletta, come un film di fiction… poi incontri il Guru… vuoi non metterlo? E anche altri personaggi minori che si son fatti strada da sé. La storia quindi ha seguito un percorso che abbiamo dovuto continuamente riadattare. In questo ci ha aiutato molto la voce narrante off, che ha unito gli snodi narrativi. È interpretata da Fabiola Ricci, attrice e cantante, con lei e Riccardo Nanni (il musicista) abbiamo riscritto canzoni anni ’30 sul Mah Jong, abbiamo rifatto Romagna mia in una versione cinese, ci siamo divertiti a citare film famosi, è una sorpresa che troveranno i cinefili e non solo, ma non spoileriamo…».

Gerardo Lamattina gioca a Mah Jong?
«No, ma forse è meglio non dirlo (ride, ndr). Io ho imparato le regole da mia suocera, che giocava assiduamente, però non gioco, non mi piacciono molto i giochi di società, non ho pazienza. Però mi affascinano mondi che trovo lontani dal mio essere. Come regista faccio film o su cose che ho la presunzione di conoscere bene e su cui mi sento di dire la mia o su cose che non conosco affatto e che ho il privilegio di poter esplorare. Io prendo appunti in continuazione, mi interesso di tutto, una cosa a volte anche faticosa ma che è una delle ragioni per cui faccio questo mestiere».

Il film è uscito in maniera indipendente nelle sale italiane, in occasione dell’inizio del capodanno cinese (il 25 gennaio), a Ravenna e nelle città che ospitano importanti comunità cinesi, come Milano, Bologna, Prato, Roma, per poi essere distribuito anche in Cina. Il calendario delle uscite, in continuo aggiornamento, è disponibile sulla pagina Facebook del film o sul sito www.dragodiromagna.com

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