Il ritratto dell’Europa contemporanea (e dei suoi uomini) di David Szalay

L’autore ospite in Classense a Ravenna il 19  marzo. Uno degli episodi del libro ambientato nella città bizantina

David SzalayNato in Canada, vissuto in Inghilterra e in Ungheria, David Szalay è considerato una delle voci più interessanti della nuova letteratura internazionale. Finalista al Man Booker Prize, secondo il quotidiano britannico Daily Telegraph è tra i venti migliori scrittori under 40. Il suo quarto libro All That Man Is è stato pubblicato da Adelphi, tradotto da Anna Rusconi, con il titolo Tutto quello che è un uomo. Il libro racconta le vite di nove uomini, in diverse età della vita, dall’adolescenza alla vecchiaia in nove paesi diversi, tracciando indirettamente la biografia di un continente: l’Europa oggi. David Szalay sarà per la prima volta in Italia per l’incontro di “Scritture di Frontiera” (progetto nato da ScrittuRa Festival e l’assessorato all’Immigrazione del Comune) il 19 marzo alle 18 alla Biblioteca Classense di Ravenna.
Ogni racconto è ambientato in un diverso paese d’Europa, in una sorta di ritratto corale, cosa unisce e cosa divide la cultura europea secondo lei?
«Sì, volevo produrre una sorta di ritratto dell’Europa contemporanea e naturalmente è un ritratto di connessioni: ogni storia parla di un personaggio che viaggia da un paese europeo a un altro. Penso che l’Europa contemporanea sia una rete intricata di queste connessioni, che insieme creano una sorta di incipiente identità europea. In un certo senso l’Europa ha forse un’identità comune più forte adesso di quanta ne abbia mai avuta dal Medioevo, quando era la cristianità, mentre io non considero la cristianità una delle fondamenta dell’Europa odierna. Resta inteso che ci sono evidenti divari – la crisi dell’Eurozona ha messo in luce un divario tra nord e sud, la crisi dei rifugiati quello tra est e ovest. Si tratta di fenomeni reali – radicati nelle differenza dell’esperienza storica – ma c’è il rischio di esagerarli, rendendoli più acuti di quanto dovrebbero essere».
Cosa sono per lei oggi le frontiere?
«Credo che l’invisibilità delle frontiere in gran parte di Europa abbia un profondo effetto psicologico. Viaggio spesso dall’Ungheria all’Italia, attraverso la Slovenia, senza incontrare nulla che assomigli a una “frontiera” ufficiale. L’Europa si sente per molti versi un unico spazio. È facile darlo per scontato e dimenticare quanto fossero diverse le cose un tempo».
Il libro si apre con un adolescente che, arrivato a Berlino dalla Polonia, si chiede “che ci faccio qui?”, una domanda geografica, ma anche esistenziale. Lei ha vissuto in diverse parti del mondo. È nato in Canada, ha vissuto in Inghilterra e ora è a Budapest. Si è mai posto questa domanda quando era ragazzo? Come si era risposto?
«Sì, mi sono fatto la stessa domanda. E la risposta è sempre piuttosto complicata. La mia storia personale che mi ha portato a vivere in molti paesi diversi e la mia famiglia che proviene da vari paesi hanno naturalmente condizionato il mio modo di vedere queste cose. Non mi identifico al 100 percento in nessun paese, quindi non esiste per me un luogo in cui per me non si ponga questa domanda. Questo implica ovviamente vantaggi e svantaggi. Mi permette di assumere una certa prospettiva del mondo, piuttosto interessante, ma allo stesso tempo mi nega un’altra prospettiva, quella di chi può provare un lineare senso di “casa”».
Le voci della narrazione sono tutti uomini che attraversano una fase diversa della vita e affrontano un momento di crisi. L’uomo fa però, quasi sempre, una pessima figura accanto alle figure femminili. Crede che il “maschio” sia in crisi di identità in questa società in cui la donna ritrova finalmente il suo spazio?
«Non sono certo che stiamo assistendo a una particolare “crisi del maschile” nel mondo contemporaneo. Se così è, direi allora che la crisi dura da almeno cento anni, e sì, uno dei fattori chiave è probabilmente il cambiamento del ruolo della donna nella nostra società, con l’inevitabile impatto che ha sul ruolo e l’autopercezione degli uomini. Penso che anche questa sia la natura stessa del “maschio”, cioé trovarsi in uno stato di “crisi”: volere sempre di più, non essere mai soddisfatto, sentirsi sempre minacciato. Gran parte della letteratura europea (scritta naturalmente soprattutto da uomini) a partire da Omero sembra parlare in qualche modo della crisi della mascolinità».
The Spectator ha scritto che «nessuno coglie la super-tristezza dell’Europa moderna meglio di Szalay». Secondo lei cosa voleva dire? Ed era questo che voleva cogliere?
«Mi è sembrato di capire cosa volessero dire, senza essere per questo in grado di metterlo in parole. Ed era in effetti qualcosa che volevo cogliere. Non credo sia necessariamente un fenomeno specificatamente europeo, però: il tempo passa ovunque ed è il passare del tempo ciò che ci rende tristi. Forse la differenza è che in Europa, più che in qualsiasi altro posto, il passato è visibile ovunque e ovunque ci ricorda che il tempo sta passando».
Tutto quello che è un uomo ha una forma narrativa molto originale, non è un romanzo, ma nemmeno una raccolta di racconti, eppure è anche entrambe le cose. Pensa che ci si interroghi troppo su come categorizzare i libri? Basterebbe forse dividerli in buoni libri e cattivi libri? Quale era la sua intenzione di narratore?
«Non considero il libro una raccolta di racconti, per me è un unicum molto organico: è una sola cosa e non una raccolta di cose diverse. Anche se, come dici, è in realtà entrambi. Che sia un “romanzo” o meno, non lo so. È una domanda piuttosto interessante per la verità, ma non credo ci sia una risposta definitiva. È quello che è».
Una scena molto bella del libro si svolge a Ravenna. È l’episodio dedicato all’anzianità dove il protagonista trova ristoro nella bellezza dei mosaici nelle “tende che si aprono sul niente” di Sant’Apollinare e in un piatto di ravioli in un ristorante in cui era già stato da giovane. Sembra trovare finalmente un po’ di serenità. C’è un motivo particolare per cui ha scelto Ravenna per questo episodio?
«Conosco quella parte di Italia e trovo Ravenna un posto molto evocativo – lì ci senti veramente l’enormità del passato, da cui deriva una malinconia ben precisa. La sensazione che la storia ci sia passata attraverso e poi abbia proseguito. Il periodo di storia in cui Ravenna ha avuto un ruolo centrale, il cosiddetto “Tardo antico”, oggi è poco conosciuto dai più, ma mi affascina molto. Mi sembra che per molti versi il nostro tempo abbia molto in comune con quel “Tardo antico”. Il panorama circostante così piatto, poi, ha una sorta di tetra bellezza che mi sembrava adatta alla storia. Non ricordo esattamente quando ho deciso di ambientare lì la storia; probabilmente la storia e l’idea di ambientarla lì sono arrivate insieme».
Il cinema e le serie tv sono strumenti narrativi sempre più popolari. Le immagini sono già più importanti delle parole? Avremo sempre bisogno della letteratura, e perché?
«Sì, il cinema e la tv sono adesso le forme narrative dominanti. Se una storia può essere raccontata con la stessa efficacia sia con le immagini sia con le parole, allora dovrebbe essere raccontata per immagini, per quanto naturalmente sia più costoso… Per giustificare l’uso delle parole, deve essere una storia per cui le parole possono in qualche modo fare meglio delle immagini, o che le immagini non potrebbero affatto raccontare. Però non ho dubbi che la “letteratura” sopravvivrà in qualche forma, la gente ha sempre usato la lingua in modo artistico per esprimersi e dare forma al proprio mondo anche in società con alti livelli di analfabetismo, e non vedo perché dovrebbe smettere di farlo».
Un’ultima domanda: cosa ama leggere?
«Ho appena letto un libro bellissimo: Vola via di David Malouf (Frassinelli, traduzione di Franca Cavagnoli, ndr)».

 

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