Ghinelli: «Scrivo nella testa, tutto il giorno. E mi faccio guidare dai personaggi»

La scrittrice riminese ha da poco pubblicato “Tracce del silenzio”: «Per scriverlo ho dovuto fare pace con le mie zone d’ombra»

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Lorenza Ghinelli

Dice che da bambina sapeva di volere solo una cosa: scrivere. Leggere era già come respirare. Tutto era iniziato da un mini registratore rosa shocking su cui incideva le storie che amava inventare.

Caso letterario nel 2011 con il romanzo d’esordio a tinte horror Il Divoratore (tradotto in sette lingue), finalista al premio Strega 2012 con il noir La Colpa, Lorenza Ghinelli è una talentuosa scrittrice romagnola. Ai primi due libri sono seguiti nel 2013 Con i tuoi occhi e Sogni di sangue, tutti pubblicati per i tipi Newton Compton, poi per Rizzoli nel 2015 il romanzo per ragazzi Almeno il cane è un tipo a posto (vincitore del Premio Minerva) e Anche gli alberi bruciano (2017).

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È stata soggettista e sceneggiatrice per la televisione e da anni collabora, in veste di docente, editor e tutor con la Scuola Holden di Torino.

Lorenza è nata a Cesena nel 1981 ma vive a Rimini. Qui ha atteso la recente uscita del suo nuovo romanzo Tracce dal silenzio (Marsilio), “una favola nera intessuta di inquietudine e meraviglia”. Nina, dieci anni, sorda dopo un incidente stradale, è la protagonista. Nina sente una strana musica quando toglie l’audioprocessore. E quando la sente, qualcosa di brutto succede…

Tracce dal silenzio è un libro che ti è costato o è “uscito” facilmente? Sui social hai dichiarato che è una storia nera, come un ritorno alle origini dopo quasi 10 anni.
«Ogni opera sincera costa, perché ci costringe a fare i conti con parti profonde e spesso scomode di noi. Per quello che mi riguarda ho dovuto fare pace con le mie zone d’ombra, che non frequentavo da un po’. Non basta riconoscerle, e neppure parlarci. Per scrivere Tracce dal silenzio ho aperto le segrete delle mie cantine e ho permesso alle mie creature di venire alla luce. E a me di scendere nel buio. Ci siamo scambiate di posto, è stato necessario».

Come scrivi in genere? Rumini e maneggi molto le parole o sei in balia della voce dei tuoi personaggi? Ti lasci trasportare da loro?
«Le due cose non sono in antitesi. Mi lascio guidare dai personaggi perché spesso mi conducono in zone ben più interessanti di quelle che avevo pensato per loro. La scrittura però va agita attraverso processi di riscrittura continua. Scrivere di getto significherebbe sopravvalutarsi, e non centrare il bersaglio. Ci sono molti modi di dire le cose, ma ci son strade che permettono di dirle meglio, e vanno esplorate».

Marco Missiroli, tuo conterraneo, raccontò in un’intervista che il luogo dove si scrive è importantissimo, ha influenze sul proprio lavoro. Lui scrive in cucina, al bar… Dove scrivi tu Lorenza?
«Scrivo nella testa tutto il giorno, ovunque. Quando mi sento pronta per buttare giù la prima stesura di qualcosa amo farlo nel mio soggiorno. È un luogo caldo, protetto. Da lì posso anche salpare per l’ignoto».

I tuoi romanzi sono stati definiti di formazione. I tuoi personaggi spesso sono bambini, ragazzi. Se non sbaglio, tu hai una formazione come educatrice sociale, vero? Questo ha influito nel tuo essere scrittrice?
«Le esperienze che ho vissuto e quello che ne ho tratto hanno plasmato la mia visione del mondo. Il percorso di studi è a sua volta una conseguenza. Non so se i miei romanzi si possono definire “di formazione”, certamente indagano strade per dare un senso al dissesto».

Sei di Cesena, vivi a Rimini. I tuoi romanzi sono ambientati in questa zona. È una scelta voluta o si scrive davvero solo su ciò che si conosce?
«Sono nata all’ospedale di Cesena, ma sono sempre vissuta a Rimini, fatta eccezione per un periodo di lavoro a Roma e uno di studi a Torino. A Rimini si è formato il mio immaginario. Mi sono nutrita di questi luoghi e me ne nutro ancora. In Con i tuoi occhi c’è anche tantissima Sicilia. Si può scrivere di qualunque cosa e di qualunque posto, purché abbia radici in noi. Come diceva Terenzio “Sono un essere umano, niente di ciò ch’è umano ritengo estraneo a me”.

Leggendo le tue opere precedenti, non negarlo: ti piace Stephen King. Quali sono gli scrittori e/o i libri che ti hanno formato?
«E perché mai dovrei negarlo? Amare King non è affatto una vergogna. Per me è stato, ed è tutt’ora, un maestro formidabile. Mi ha fatto capire che il mio immaginario non era una dannazione, ma una caratteristica da coltivare. Di maestri e di maestre però ne ho avuti tantissimi: Cesare Pavese, Anne Sexton, Richard Matheson, Angela Carter, Shirley Jackson, Herta Müller… Elencarli tutti sarebbe impossibile».

Dopo l’avventura, il viaggio della scrittura (in solitario), viene la promozione, le presentazioni, gli incontri col pubblico. Come vivi questa seconda parte?
«Adoro l’incontro con le persone, perché mi porta fuori dai miei confini, mi spinge alla condivisione, al confronto, al dubbio. Collaboro spesso con la Scuola Holden come docente, ed è una cosa che faccio proprio per questo motivo: tutte le volte che insegno imparo qualcosa, tutte le volte che incontro persone il mio universo si allarga, muta. Sarei niente senza gli altri, persino scrivere storie non avrebbe senso».

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