Il mestiere di scrivere (per ragazzi). Parla il nuovo premio Andersen

Intervista a Davide Morosinotto, autore del “Rinomato catalogo” e protagonista al festival di Rimini

Morosinotto

Davide Morosinotto

Al festival riminese Mare di Libri investe di moderatore (sabato 17 giugno alle 18 con Gianumberto Accinelli al Museo della Città), Davide Morosinotto è stato appena insignito del premio più prestigioso per la narrativa per ragazzi per il suo meraviglioso libro del 2016 Il rinomato catalogo Walker & Dawn: l’Andersen. Ma Morosinotto, a 37 anni, è autore di tanti altri libri (tra cui un recente “manuale” sui videogiochi, da giocatore qual è, e la serie di Nemo) e ha in uscita un volumetto per Einaudi, Che Storie sull’11 settembre. La nostra chiacchierata comincia proprio da qui.

Come è nata l’idea e come hai affrontato un tema così complesso?
«Tutta la collana nasce da una fitta collaborazione con l’editore: insieme si decidono i temi interessanti e anche chi e come potrebbe scriverli. In questo caso mi è stato proposto e ammetto che ho titubato, perché si tratta di un tema difficile. Ma poi abbiamo pensato che non fosse un buon motivo per non farlo…».
Come lo hai affrontato?
«Io cerco sempre di essere sincero, quando scrivo. L’unico modo che secondo me  poteva risultare  autentico su un tema come questo dove ci sono tantissime ipotesi, era presentarlo come un dialogo tra me, Davide, e un ragazzino. Anzi, una ragazzina. Si tratta di un escamotage che mi permette di distinguere le mie opinioni, di assumermi la responsabilità di ciò che dico e anche di spiegare in un certo modo tante cose, tra cui, per esempio, cosa sia una fatwa».
Nella serie sempre di Einaudi dedicata ai grandi personaggi della storia invece ti trasformi in Leonardo da Vinci…
«Sì, in quel caso sono partito da Vasari. Devo dire che ho letto tantissimo su Leonardo, perché questi sono libri che si scrivono velocemente, ma richiedono mesi di studio. La cosa che mi ha colpito in Vasari è che è l’unico a dare una prospettiva diversa di Leonardo, essendo vissuto poco dopo di lui. Leonardo non è sempre e solo stato il genio che tutti conosciamo,  anche perché tantissimi suoi disegni e invenzioni erano sconosciuti ai più.  Vasari infatti ne parla come di un pittore di talento, ma anche di un cialtrone, che scappava senza finire i lavori commissionati. Quindi, l’unico modo che avevo era far parlare lui, che non avrebbe detto di essere un genio e l’io narrante lo avrebbe reso più umano e meno “monumento”».
Veniamo al tuo capolavoro: il Catalogo. Un libro di avventura ambientato ai primi del Novecento lungo il Mississippi per lettori dai 12 anni che ha avuto da subito un enorme successo. Fuori da ogni genere, piuttosto insolito nel panorama italiano, lungo, complesso…
«Ho la fortuna grandissima da un po’ di anni di scrivere libri per professione e lavoro con un gruppo e una squadra capitanati da Pierdomenico  Baccalario. In genere quando scrivo per ragazzi che hanno sui 9 anni so ormai che parole usare, quanto scrivere. Un’estate ho deciso di scrivere qualcosa per me, senza pormi limiti, ed ero sicuro che non l’avrebbe letto nessuno. Poi l’ho fatto vedere a Pierdomenico che l’ha mandato a mia insaputa a Mondadori…»
Quindi non ti aspettavi un simile successo?
«Proprio no, è un libro difficile, molto lungo. Ma i ragazzi possono sempre sorprenderci, la risposta che ho ricevuto è stata molto bella e commovente. Quando vado alle presentazioni cerco sempre di ascoltare molto, ogni tanto si scoprono cose mai pensate e molto profonde…».
La storia prende spunto dal viaggio di quattro ragazzini che hanno ordinato sul catalogo una pistola e ricevono invece un orologio e partono alla volta di Chicago… Ma da dove viene il primissimo spunto?
«La verità? Stavo leggendo un saggio di economia sull’ebook che in mezza paginetta raccontava la vera storia di quel catalogo che si chiama Sears, Roebuck & Company, fondata da un postino alla fine dell’Ottocento. Da lì è partito tutto…».
Continuerai a scrivere per questa fascia d’età? Ci sarà qualcosa in uscita per chi ha amato il Catalogo e ora fatica a trovare qualcosa di altrettanto coinvolgente?
«Non lo so, lo spero. Posso solo dire che a Natale sempre con Mondadori uscirà un libro ambientato in Russia, è stata un’altra sfida scriverlo. Ho studiato molto, vedremo…»
Cosa significa scrivere per ragazzi? Ci sono temi che non si possono toccare?
«Quando si scrive per i bambini dai 7-9 anni c’è effettivamente una parte di mestiere che riguarda anche la scelta delle parole, ma sono in grado di capire tutto. Ma personalmente non ho mai amato i libri “a tema”. Io mi innamoro delle storie. E raccontando storie inevitabilmente si finisce per parlare di temi. Il problema mi pare che non sia il cosa, ma il come racconti qualcosa ai ragazzi… La violenza dipende da come e quanto la fai vedere. Pensiamo poi alle fiabe di una volta, che in effetti non erano pensate per i bambini…»
Ma oggi che invece abbiamo il fiorente settore dell’editoria per ragazzi, non c’è il rischio che prevalgano logiche di mercato?
«Per certe età è una cosa giusta, a 5 o 7 anni hai bisogno di libri pensati per te, soprattutto per quanto riguarda il linguaggio. Il resto, invece, la cosiddetta letteratura Ya, è molto ibrida ed è letta da tanti adulti. Se parli dei filoni, vedo che spesso succede che persone che avevano magari scritto libri su un certo tema li tirano fuori dal cassetto… Sì, ci sono anche libri commissionati, ma non è detto che per questo debba essere un libro inferiore a un altro».
Dunque non c’è nessuna, diciamo, “frustrazione” per un autore per ragazzi rispetto a uno scrittore senza un pubblico preciso?
«No, direi di no. Tutti noi, vedo anche i miei colleghi, facciamo cose diverse con linguaggi diversi. Nessuno si sente per questo limitato».
Qualche consiglio di libri “per ragazzi” agli adulti?
«Domanda difficilissima, ti dico tra i più recenti che ho letto: l’ultimo di Almond, un maestro assoluto, Mio padre sa volare (da otto anni), La ragazza dei lupi (Rizzoli) di Rundell e Il mio amico immaginario di Harrold».
E il libro che ti ha più segnato da ragazzo?
«Mi sono innamorato de Il giro del mondo in 80 giorni di Verne e poi di un libro di Asimov di cui non capivo niente ma che alle elementari ho riletto cinquanta volte: Destinazione cervello».

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