Marcello Simoni: «Il thriller storico? il genere che fa tornare gli adulti bambini»

L’ex archeologo, autore di best seller, alla biblioteca Malatestiana di Cesena

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Non ci poteva forse essere ospite più adatto per l’incontro del 13 aprile alla Malatestiana di Cesena dal titolo “L’immaginario e il mistero nel thriller di ambientazione storica”. Il protagonista è stato infatti Marcello Simoni, ex archeologo, classe 1975, autore di una lunga serie di best seller per Newton Compton, ora passato a Einaudi con gli ultimi due libri, tradotto in tutta Europa, dalla Francia alla Germania. Ne approfittiamo per farci raccontare qualcosa della sua straordinaria carriera e del suo lavoro. Cominciando però dai confini…
Lei è nato a Comacchio e oggi vive a Porto Garibaldi. Era tra coloro che qualche anno fa avrebbero voluto aderire alla provincia di Ravenna e diventare quindi a tutti gli effetti “romagnoli”?
«Per la verità no, sono stato contrario all’ipotesi perché storicamente Comacchio è stata legata a Ferrara, fin del medioevo, per quanto non manchino legami con Ravenna. Penso per esempio una figura come San Romualdo di Ravenna che ha visitato ed è stato eremita nelle nostre zone. E la stessa città di Ravenna mi ha sempre attratto per la sua antichità, un abitato di epoca romana, di frequentazione etrusca. Per le sue vie si ha una percezione impareggiabile di antico, quasi di arcaico. Molto probabilmente il mio orientamento a scriver romanzi storici deriva anche dalla mia assidua frequentazione della zona fin da ragazzo».
Quindi potremo sperare in un romanzo ambientato nella città dei mosaici, prima o poi?
«Assolutamente sì. Chissà, magari l’inquisitore Svampa  (personaggio inventato da Simoni, ndr) potrebbe incappare casualmente in un caso da risolvere o forse tra i mosaici o i sarcofagi ravennati potrebbe essere rivelata qualche verità…»
Ma oggi a cosa serve scrivere gialli storici? Ci parlano del presente e di noi o è solo intrattenimento?
«I thriller sono favole per adulti. Le favole iniziano con “c’era una volta”. Il giallo storico ha tutto ciò di cui abbiamo bisogno per fantasticare, per dimenticarci di essere adulti e dimenticare il rumore delle auto o lo squillare dei telefoni. Più nello specifico, ci permettono di ritrovare qualcosa di cui abbiamo perduto la memoria, ossia la facilità di emozionarci e meravigliarci, di sentirci; veniamo affetti dal morbo di Peter Pan e ritorniamo bambini. E questo ci fa bene. Credo che tra tutti i generi il thriller storico sia tra i più adatti a indurci in questo stato».
Dal successo che ha, sembra aver trovato la formula vincente. Lei vende tantissime copie nonostante la cronica difficoltà dell’editoria italiana…
«Credo che la crisi dell’editoria sia anche una crisi creativa che peraltro non riguarda solo la narrativa ma, per esempio, anche il cinema. Mi sembra che si faccia sempre più fatica a inventare storie originali.  Inoltre, in libreria continuano ad arrivare tante cose buone, per esempio noi giallisti italiani abbiamo tutti una cifra molto riconoscibile anche all’estero, ma in libreria arriva un mare magnum di roba, spesso nata proprio per imitazione di qualche successo, che rende sempre più difficile scegliere bene. Consiglio sempre ai miei lettori di non comprare in modo compulsivo o sulla base della fascetta o della copertina, ma di provare a leggere almeno qualche riga. È quello che faccio io, un libro deve essere come un abito o un profumo, è anche una questione personale».
Di certo il thriller storico, quando ben fatto, è una lettura appassionante e che riporta a essere bambini, ma ha invece bisogno di un grande lavoro da parte di chi lo scrive, è esatto?
«Sì, l’operazione di scrittura è molto difficile. Per ogni romanzo svolgo prima un enorme lavoro di documentazione, adesso per esempio ho ricostruito, tramite i documenti d’epoca, una mappa di Alghero nel 1400 che di fatto non esiste. Ma poi non devo far sentire il peso di questo lavoro a chi legge, perché voglio offrire un intrattenimento leggero ma non banale, non bisogna mai prendere i lettori per babbei».
Qual è il lettore che ha in mente mentre scrive?
«In realtà una fascia molto ampia, che va dal lettore di saggi a quello di fumetto, anche per questo è molto importante l’equilibrio del linguaggio».
Resta vera la lezione manzoniana sul romanzo storico per il verosimile?
«Certo, dobbiamo essere accurati e dare al lettore una suggestione verosimile anche nella scelta della parole. Stare attenti a usare il voi invece del lei, per esempio, o a non impiegare parole che ancora non esistevano nell’epoca, evitando anacronismi letterari».
Ma esiste un modello? Il nome della Rosa di Umberto Eco lo è ancora?
«Umberto Eco naturalmente è stato un padre per tutti quelli che scrivono gialli storici perché ci ha insegnato che si poteva fare un giallo alla Sherlock Holmes ambientandolo nel Medioevo, ma lui scriveva per parole, io scrivo per immagini, voglio che il mio lettore veda le scene nel modo più semplice e diretto. In realtà, dato che i miei libri sono sì gialli ma anche libri d’avventura, mi sento forse più debitore a Salgari o Dumas. Apprezzo moltissimo Jo Nesbo e trovo Fred Vargas eccezionale, e mi piace, anche se a tratti lo trovo un po’ pedante, Arturo Perez Reverte. Un grande insegnamento l’ho tratto da dua autori horror come Clive Barker e Jim Harrison, e ancora, leggo Grangé e alcuni romanzi di Patterson. Leggo moltissimo, anche perché leggere mi aiuta a schiarirmi le idee, e mentre scrivo mi serve anche a recuperare quello che davvero vorrei mettere nel libro».

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