Marco Missiroli: «Ho scritto “Fedeltà” in un bar, nel miglior modo che potevo»

Lo scrittore riminese ospite a Ravenna: «La fedeltà di cui parlo è soprattutto quella verso se stessi»

Marco MissiroliLo diceva Ian McEwan, uno dei suoi scrittori favoriti, che devi assorbire la vita prima di scrivere un libro nuovo. Quattro anni ha impiegato Marco Missiroli, 38enne pluripremiato scrittore nato e cresciuto a Rimini – e scrittore d’eccellenza lo definì niente meno che Emmanuel Carrère – per far uscire Fedeltà, questa volta con Einaudi, suo nuovo e atteso romanzo dopo il successo internazionale nel 2015 del bestseller Atti Osceni in luogo privato che uscì invece per Feltrinelli.

Missiroli è stato talvolta paragonato al cinema di Truffaut, per trattare d’infanzia, gioventù e formazione, sentimenti. Come Truffaut, Marco (perché se gli parli, anche solo al telefono, poi è impossibile non dargli del tu) è onesto e palpitante, vivo. Forzando un po’ il paragone, come Truffaut che segue il suo personaggio alter-ego Antoine Doinel da I 400 colpi a Domicile conjugal, Fedeltà è il proseguimento del precedente romanzo. Nel primo si raccontava la crescita del protagonista, la perdita dell’innocenza e la scoperta dell’amore; qui si parte da Carlo e Margherita, una coppia sposata alle prese con dubbi, crisi e voglia di tradire. Ma non solo. Ambientato tra Milano e Rimini (rispettivamente dove vive e dove è nato l’autore), costruito a incastri, il romanzo passa da un personaggio all’altro per comporre una sorta di mosaico sul tema della fedeltà, che verrà presentato al festival ScrittuRa 2019, il 15 maggio, a partire dalle ore 18, alla Biblioteca Classense di Ravenna dopo l’incontro che si è svolto invece alla “Bellezza delle Parole” alla Malatestiana di Cesena il 4 maggio.

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Fedeltà. Partiamo dal titolo. Si pensa subito a quella amorosa, al rapporto di coppia. Ma, Marco, nel tuo nuovo libro si parla anche d’altro, fedeltà a noi stessi ad esempio…
«Si parla soprattutto d’altro! Non è semplicemente un libro che guarda al matrimonio. Per quello ci sono stati romanzi borghesi già fatti e rifatti, e fatti molto bene. È un romanzo che guarda alla fedeltà a noi stessi, rispetto al mondo e alla società in cui viviamo. Quindi è la fotografia di questa nuova generazione, del passaggio tra la nuova e la vecchia generazione, in un mondo fatto di disgregazioni sentimentali, economiche, sociali, familiari. Familiari intese come relazioni estese. Tutto questo ha portato molto dolore alla nostra generazione, che finalmente può trovare una voce dichiarativa, che è proprio questa storia di Carlo e Margherita, e degli altri personaggi che non riescono a trovare la bussola…».
Carlo e Margherita sono i protagonisti. Ma il romanzo parla anche di altri personaggi. Ho letto in qualche tua intervista che in fondo scrivendo non fai altro che dare voce a fatti autobiografici e a persone che hai incontrato durante la tua vita. È giusto?
«È giustissimo. È un romanzo che nasce dalla fedeltà a se stessi, una fedeltà importantissima, che riguarda tutte le nostre relazioni. Fedeltà che un narratore deve avere in ciò che racconta: quindi erano tutte storie vere, sono tutte storie vere. Ed è incredibile come una persona che deve confrontarsi con la propia fedeltà, debba poi misurarsi anche con le persone che incontra ogni giorno, con gli altri. Quindi la fedeltà è un principio relazionale. La fedeltà, e anche l’infedeltà!».
Ma davvero lo hai scritto seduto in un bar a Milano dove vivi? Forse non tutto?
«Tutto, tutto! Avevo iniziato a scriverlo nella mia cucina, ma non veniva e quindi a un certo punto mi son detto che dovevo trovare un posto. Probabilmente il bar, le persone intorno a me mi hanno aiutato a digerire meglio la paura. Il luogo dove si scrive è fondamentale!».
Fedeltà è uscito da tre mesi. C’era molta attesa dopo Atti osceni, ora si parla di libro favorito al Premio Strega… Senti che questo “romanzo della maturità”, come lo hai definito, è accolto da pubblico e critica?
«Tanta attesa? Pure troppa! (ride, ndr) Guarda, io penso semplicemente al testo che ho scritto. L’ho fatto nel miglior modo che potevo, l’ho curato nel miglior modo possibile, per quattro anni. Il resto sta al lettore farlo, spetta al mondo dirmi cosa ne pensa. Lo scrittore deve sempre fare un passo indietro, nel senso che lui lo ha scritto, spetta all’esterno dire cosa pensa del libro, accoglierlo. Anche questa è una questione di fedeltà: accetare il giudizio del pubblico».

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