Murgia: «Questa generazione è perduta, per questo scrivo per i bambini»

La scrittrice attesa a Ravenna con Noi siamo tempesta

Michela MurgiaBrecht scrisse in Vita di Galileo: “Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi”. Per immergersi nella lettura di Noi siamo tempesta (Salani) potremmo partire proprio da qui. Il libro per ragazzi scritto da Michela Murgia – ospite al teatro Massari di San Giovanni in Marignano il 10 marzo alle 17.30 e in biblioteca Classense a Ravenna lunedì 11 marzo alle 18 –, racconta un mondo senza eroi, dove insieme si possono fare cose importanti, senza bisogno di super poteri.

Michela, è questo il senso di Noi siamo tempesta?
«Sì, è molto difficile perché tutte le storie che senti fin da piccolo sono sempre eroi. Prevalentemente maschi e in contesti bellici, che si battono contro qualche nemico: da Superman a Harry Potter, da Batman a Luke Skywalker, il viaggio dell’eroe si ripete sempre. Diventa poi difficile lavorare insieme, pensare insieme, se sei cresciuto in un mondo fatto di “io”, perché non hai mai appreso il valore della collaborazione. Come essere potenti insieme si impara».

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Sostituire un modello narrativo che si tramanda da così tanto è una battaglia contro i mulini a vento?
«No, basta una generazione abituata ad ascoltare qualche storia diversa. Basta una storia a salvarti. Io fui salvata da una storia di collaborazione letta a 17 anni, è stata la prima che mi ha fatto vedere come persone normali potessero fare cose straordinarie mettendosi assieme. Sarò sempre grata a Stephen King perché quella storia era IT. Se ci pensi è l’unica storia in cui un gruppo di sfigati vince. Nessuno di loro potrebbe sopravvivere davanti al male, ma assieme riescono a sconfiggerlo».

Hai molto criticato Storie della buonanotte per bambine ribelli, cosa ti ha infastidito di quel libro?
«È stata un’occasione mancata. L’idea di partenza era molto buona: mancano storie in cui si parla di donne. L’evoluzione umana viene raccontata come impresa eroica maschile. Il problema è: che soluzione trovi a questo? Se l’unico modo di uscire da quella narrazione è trovarne una speculare in cui l’eroe diventa eroina e, per di più, sottolinei che sono storie “per bambine”… Se il problema è che tutti leggiamo poche storie di donne, e tu ribadisci il pregiudizio che le storie di femmine sono per le femmine e quelle di maschi sono per tutti, non fai un buon servizio».

Da dove nasce la necessità di confrontarsi con i lettori più giovani?
«È una necessità politica. Se tu vuoi immaginare un mondo diverso devi cominciare da chi sta acquisendo gli strumenti per cambiarlo. Gli adulti sono già codificati su un immaginario difficile da abbattere. Ho 46 anni e so che siamo una generazione perduta. Mio nipote ne ha nove e lui si sta formando adesso. Continuare a ripetere ai ragazzi che “nessuno ti regala niente”, “nessuno fa niente per niente”, “bisogna difendersi da tutti” è pericoloso. Proviamo a dirgli: “se ti fidi non è detto che gli altri ti freghino”».

Come nel caso che racconti nel libro di Wikipedia…
«Esatto. Due persone a un certo punto scommettono che in un regime di anarchia e autoregolamentazione, come quello di wikipedia, ad un certo punto gli individui messi a collaborare avrebbero teso al miglioramento e non al peggioramento del sapere collettivo. Oggi è molto verificata, controllata, usata dagli stessi giornalisti. Chi la usa più l’enciclopedia?»

Nei ringraziamenti dici che scrivere questo libro è stata “la cosa più difficile che ho fatto nella mia vita dopo il consegnare cartelle esattoriali brevi manu”, in che senso? E perché insegnavi cartelle esattoriali?
«Eh, è uno dei molti lavori che ho fatto… La cosa difficile è la ricerca di un linguaggio che fosse allo stesso tempo efficace, ma bello da leggere. Semplice, ma non banale. Ho visto molti libri per bambini fatti con le migliori intenzioni, ma realizzati male. Se tu vuoi far passare un messaggio pedagogico devi scriverlo bene, altrimenti non passa niente».

Ci sono molte storie politiche nel libro, credi che alla politica ci si debba appassionare già da giovanissimi? Tu quando hai iniziato?
«Io sono cresciuta figlia di una madre politica. Mentre gli altri sentivano le storie di cappuccetto rosso mia madre mi raccontava dell’anarchico Pino Pinelli. Da quel punto di vista ho un trauma infantile potente sulla questione politica. A parte gli scherzi, mia madre mi ha insegnato da subito che la politica non è una cosa per politici, ma di tutti. Insegnare ai bambini che i diritti fanno la storia è una bella cosa. Non vuol dire politicizzare i bambini, ma restituire la politica alla quotidianità».

È un clichè ripetere che non bisogna parlare di politica a scuola o con i bambini, perché “non sono pronti”…
«Chi dice questa cosa ha paura che si formino delle idee. La scuola deve parlare di tutte le politiche possibili così che i ragazzi si formino una propria opinione. Il problema è quando non parla di nessuna, che fa uscire persone qualunquista incapaci di reagire a qualsiasi discorso politico. L’esclusione della politica dalla formazione non è un servizio né per la formazione, né per la cittadinanza».

Abbiamo una nave è una storia molto forte, in cui tratti un tema di grande attualità, quello del soccorso in mare per salvare i naufraghi migranti. È un argomento insolito per un racconto per ragazzi, non so era mai stato raccontato in questi termini…
«Non ce ne sono, ma presto ce ne saranno altre. Quella della nave Ong Mediterranea è una questione importante. Tra dieci anni qualcuno racconterà che mentre tutti tenevano i porti chiusi la società civile ha deciso di finanziare un’impresa in senso opposto. È una bella storia che andava raccontata. Mentre tutti i media non vogliono guardare a ciò che sta succedendo, molte persone hanno donato. Abbiamo raccolto seicento mila euro. Vuol dire che migliaia di persone pensano che lasciar morire la gente in acqua non sia una soluzione umanamente percorribile. Probabilmente non sarà la storia più popolare del libro, ma questo non è un buon motivo per non raccontarla».

La parola che torna più spesso nella narrazione è “noi”, contrapposto un po’ a quell’io che domina. Tu a che “noi” ti senti di appartenere?
«Questa è una buona domanda. “Noi” può essere molte cose. Può essere “noi italiani”. Può essere usata sia per respingere che per contenere. I “noi” costruiti attorno alla paura non sono quelli in cui io mi riconosco. È una ambivalenza, come per la parola “sterile”. Può riferirsi ad ambienti in cui vengono messe le persone con un sistema immunitario debilitato, ma anche “che non si riproduce”. Questa ambivalenza sembra voler dire che per accettare di riprodurti devi accettare una quota di contagio. Qualcosa che non è tuo entri nel tuo. Questo è il noi di cui mi sento parte. Non un noi di purezza, ma di contagio».

Istruzioni per diventare fascisti (Einaudi) e il test del Fascistometro che hai fatto su Repubblica hanno suscitato un grande dibattito, te lo aspettavi?
«Sì, altrimenti quel libro non lo avrei scritto. Ero stufa di vivere in un sistema in cui tutti hanno paura di pronunciare la parola che comincia con la “F”. Davanti a cosa la devi pronunciare se non davanti a una retrocessione dei diritti civili e al razzismo? In Italia si affermano le conseguenze del pensiero fascista anticipate da un “non sono fascista, ma”. In realtà vuol dire esattamente l’opposto. Se ti comporti come un fascista sei un fascista. Non è una questione di ideologia, ma di metodo. Fascista è chi il fascista fa».

Sembra che sia un momento in cui molti intellettuali tornano ad occuparsi di politica.
«Sì, fortunatamente l’impegno politico di molti intellettuali italiani ed è forte. E non solo: per la prima volta è coordinato. Ci sono chat in cui ci organizziamo per realizzare azioni comuni. In piazza a Roma eravamo tremila persone. Bergonzoni teneva il megafono in mano, la cassa in spalla ce l’aveva Domenico Procacci. C’erano Sandro Veronesi, Teresa Ciabatti, Rossella Milone e molti altri. A prescindere da Roberto Saviano, che fa questo lavoro da molto tempo, e troppo spesso l’ha fatto in solitudine. Questo è quello che va fatto in questo momento».

In un momento storico in cui le persone di sinistra vengono etichettate come “buoniste” credo che questa etichetta non si possa certo usare con te, che invece sei molto sanguigna.
«Buonista un cazzo, infatti. Io sono molto arrabbiata, sono inferocita. Voglio politiche diverse, non perché sono buona, ma paradossalmente perché sono un’opportunista. Sono pratica e convinta che questo paese sarebbe migliore se accogliesse le persone che vengono anziché respingerle».

In questi giorni si è votato nella tua Sardegna, come valuti l’esito di questa elezione?
«Il dramma è che quasi la metà dei sardi non sono andati a votare. Continuano a calare le persone che vanno a votare, ogni anno diverse migliaia in più scelgono di togliersi dalla partecipazione politica. Questo è un gravissimo. Il risultato della Lega è il frutto delle politiche del centro-sinistra. Salvini non è l’antagonista, ma la risultanza. Minniti faceva le stesse cose che fa ora Salvini: il protocollo contro le navi umanitarie, gli accordi con la Libia sui campi di reclusione. Questa generazione è perduta, per questo scrivo per i bambini. Spero che chi arriverà tra trenta anni riuscirà a pensare a un mondo diverso, perché non ci siamo riusciti».

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