Il “cantar recitando” di Chiara Guidi: «Interpreto il suono delle parole di Dante»

La fondatrice della Socìetas Raffaello Sanzio al Museo Nazionale con gli “esercizi” sul Paradiso per laringe e violoncello

Chiara GuidiAppoggiarsi agli endecasillabi danteschi per creare una partitura di suono e voce; andare oltre il senso dei versi per riverberare un’immagine: questa è la grande sfida di Chiara Guidi, fondatrice della Socìetas Raffaello Sanzio, e del violoncellista Francesco Guerra. È dal 2015 che i due lavorano su questi “esercizi” artigianali: il 9 e il 10 giugno saranno per Ravenna Festival ai Chiostri del Museo Nazionale, accompagnati da un quartetto d’archi di giovani studenti dell’Istituto “Giuseppe Verdi” e da un coro diretto da Alessandra Fiori per affrontare, per la prima volta, il primo canto del Paradiso.

Ne ho parlato con Chiara Guidi.

Assieme a Guerra è dal 2015 che lavorate su questi Esercizi per voce e violoncello. Come organizzate il lavoro?
«Il nostro è un lavoro artigianale, e come tale non fa mai i conti con la novità, ma con la ripetizione e la ricerca. Non c’è un vero debutto: nella ripetizione si fa esercizio e partecipiamo con tutti noi stessi, senza un obiettivo immediato o una scadenza. Questi esercizi accomunano le voci di due strumenti musicali: la mia laringe e il violoncello di Francesco Guerra. Nel 2015, per la prima volta, entrammo assieme nell’architettura della Commedia e del suo mondo sonoro, calpestando gli endecasillabi danteschi – che rimangono inalterati, non si può aggiungere nulla a Dante! – senza alcuna pretesa di comporre un testo originale. Più semplicemente, prendiamo un canto e, in un processo lento e costante, componiamo delle partiture musicali. È difficile dire cosa avviene fra laringe e violoncello: è una tacita conoscenza che usa Dante per appoggiarci sopra la propria presenza».

Per i vostri Esercizi avete attraversato tutte e tre le cantiche. Avete trovato differenze fra loro o si equivalgono?
«Direi che si equivalgono. Pur nel pullulare di varietà espressiva, la struttura dantesca è ripetitiva e l’endecasillabo fa da sovrano. Si aprono però paesaggi interiori ed esteriori diversi, ci sono tensioni differenti. L’Inferno è una favola, a volte comica; il Purgatorio è una cantica corale, c’è una comunità intera che si muove e s’innalza in un’ascesi continua: per questo abbiamo coinvolto Alessandra Fiori e i suoi cori quando l’abbiamo affrontata, per accompagnarci col canto. Il Paradiso, invece, è una sublimazione della corporeità: anche il corpo umano diventa luce. Così abbiamo voluto un quartetto d’archi dell’Istituto “Giuseppe Verdi”, composto da ragazzi giovani e non professionisti. Tutte le musiche sono originali, tranne i canti che Alessandra Fiori farà eseguire al suo coro: sono gli stessi canti menzionati da Dante nel secondo canto del Purgatorio. Alessandra è una grande musicologa e ha svolto un’indagine storica per ricreare i suoni dell’epoca. Il canto di Casella, ad esempio, è esattamente quello che veniva cantato nel Trecento».

L’endecasillabo, per sua stessa conformazione, possiede una ritmica più o meno fissa. Come si fa a modulare il suo suono assieme a un violoncello senza snaturarlo?
«Il rischio, quando si legge la Commedia, è appunto quello di leggere solo l’endecasillabo e non pensare mai che la sua scrittura può essere spezzata da pause. Mettere una pausa dopo una parola al centro dell’endecasillabo rappresenta sì una frattura, ma conferisce anche un nuovo senso. Grazie all’accordo fra laringe e violon – cello è possibile sublimare l’endeca sillabo e non sentirlo. Per gli antichi madrigali si diceva “recitar cantando”; direi che il nostro è un “cantar recitando”: ciò significa che mentre recito cerco di interpretare le parole non per il significato ma per la potenza sonora che portano. Dante sceglie le parole non soltanto per ragioni di sillabazione. Pensiamo a due parole sinonimiche con lo stesso numero di sillabe: il poeta le sceglie per il loro suono. Io interpreto quel suono».

Non si rischia di rendere inintelligibile il senso della poesia di Dante? Perché il senso viene in un secondo momento, per lei?
«Le parole rimangono leggibili, nessuno le storpia. Ma ogni senso ha bisogno di un’architettura sonora per essere evidenziato. Ciò significa che il senso non è sufficiente alla rappresentazione: non basta prendere un testo e leggerlo, questo non è il lavoro dell’attore. La parola non è quella scritta sul libro. La parola, anche quella di Dante, si deve sollevare e camminare sul palcoscenico. Se mi limitassi a leggere i versi non ci sarebbe visione; ma il teatro è appunto visione, ti fa vedere. Io non leggo Dante, io faccio ricerca. Ciò che è interessante, per me, è trovare l’immagine nel suono, e farla vedere».

(intervista tratta dal “Ravenna Festival Magazine 2021”)

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