Quella dolorosa ballata che porta in scena la Mecnavi

I protagonisti de Il Volo

Ci sono voluti ventotto anni, un algerino arrivato in città trent’anni fa, un attore e autore romagnolo fin nel midollo, un giovane rapper e due musicisti per riuscire a raccontare quel 13 marzo del 1987 che ha segnato la storia di Ravenna in modo indelebile. Un racconto il loro, ne “Il volo – la ballata dei picchettini” lontano da ogni tentazione retorica, che muove tuttavia gli spettatori fino alle lacrime, pur facendoli sorridere, riflettere, indignare, arrabbiare. Spettatori che per la verità sono “gentili convenuti” a cui si rivolgono gli attori che sono “relatori” della “conferenza-spettacolo” capace di passare da un’ironia familiare e mai forzata a momenti di profondo dramma, ad altri di elaborazione e ricerca di un senso, ricorrendo finanche alla filosofia.
La conferenza-spettacolo di Luigi Dadina e Tahar Lamri (scritta insieme a Laura Gambi) diventa così un’elaborazione del lutto, passaggio che è utile a mantenere quella memoria che ci dovrebbe impedire la coazione a ripetere, come ci spiega Lamri stesso dal palco dove impersona un se stesso così come lo conosciamo, colto, raffinato, ironico e mai banale, accanto a un sempre talentuoso Dadina che mette qui in scena il suo lato più sanguigno e istintivo impersonando una sorta di carattere romagnolo universale.
In un gioco sapiente tra due amici che nei rispettivi ruoli di “guida” e “assistito” si prendono gioco l’un l’altro e però allo stesso tempo si ascoltano e sono disposti a cambiare idea, anche quando uno parla arabo e l’altro romagnolo, i due insieme sviluppano un discorso che segue un filo sentimentale di rimandi, mescolando autobiografia e cronaca. Perché in fondo per i ravennati la vicenda della Mecnavi, che costituisce il cuore dello spettacolo, è una vicenda che intreccia questi due elementi. Allora la città, laica e mangiapreti, si raccolse intorno al vescovo Tonini e le sue parole sono oggi affidate a uno straordinario Lanfranco Moder Vicari (che all’epoca dei fatti aveva quattro anni), perfetto nel momento clou grazie anche a una costruzione della conferenza che riesce ad alternare alto e basso, parole e musica, persone e fatti.
E se l’ultima parte dello spettacolo appare forse meno necessaria e urgente delle precedenti, certo aiuta a stemperare la tensione della tragedia e riportare i “concittadini convenuti” ad allargare lo sguardo e in qualche modo a far riposare il cuore, per riattivare la mente seguendo il filo di quel mese di marzo in cui tutto sembra accadere. Mese in cui era morto Domenico, la cui foto sulla lapide in Darsena ha imposto a Luigi Dadina di raccontare la sua storia, la storia di una “vittima del lavoro”, al porto, nel 1947. E così finalmente, dopo 28 anni, dopo tante cerimonie sempre meno partecipate con l’andar del tempo, dopo un bel libro scritto però da un “forestiero” come Angelo Ferracuti, anche Ravenna ha recuperato la memoria attraverso quel linguaggio teatrale qui tanto familiare (anche grazie al lavoro delle Albe, di cui Dadina fa parte) che si contamina con lo straniero, con la musica, con il rap, con la forma conferenza in una “ballata” che mette insieme generazioni diverse. Evidentemente, per riuscire a raccontare questa storia non c’era bisogno di nulla di meno.

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