“Vittoria sul Sole”, l’opera futurista prima della rivoluzione

In scena all’Alighieri, un secolo dopo la creazione, il riallestimento del Teatro Stas Namin di Mosca. I costumi e le scene sono di Kazimir Malevich, il pionere dell’arte cubofuturista russa, di cui una delle icone è un enigmatico quadrato nero

Vicotry Over The Sun

«Annientare l’antiquato modo di pensare», fare piazza pulita delle finte arti, togliere di mezzo «il buonsenso sdentato» per dare «una nuova arte agli uomini nuovi del nuovo secolo».

FAMILA – HOME MRT2 14 – 20 11 19

Parole dure, definitive e radicali, scritte più di cento anni fa da un gruppo di artisti che non voleva condividere il modo di pensare e di vedere il mondo della vecchia generazione e anticipava a modo suo la rivoluzione che sarebbe arrivata pochi anni dopo. Erano il poeta Aleksej Kručenych, il musicista Michail Matjušin e il pittore Kazimir Severinovič Malevič. Tre arti tenute lontane l’una dell’altra che si ricongiungevano con un boato chiamato “Futurismo” che avrebbe per sempre cambiato la storia di tutte le arti, innescando il tempo delle avanguardie. E quale luogo migliore per fare incontrare parole, musiche e pittura che non il palcoscenico su cui si potevano muovere corpi dipinti come marionette al suono di una musica inaudita e di parole inedite? Lo spettacolo si sarebbe intitolato Vittoria sul Sole. E così l’opera d’arte “totale” nata dall’incontro dei tre artisti in Finlandia, alla periferia dell’impero zarista, per debuttare nel luglio dello stesso anno a San Pietroburgo, il cuore culturale del mondo russo. Vittoria sul Sole doveva essere un inno alla virilità e al futuro come mondo meccanico (in questa previsione hanno avuto pienamente ragione). Riprendevano le visioni che Marinetti quattro anni prima aveva messo su carta con il Manifesto del Futurismo.

Vicotry Over The SunDopo quella prima rappresentazione del 1913 però lo spettacolo venne abbandonato negli anni seguenti. Anche se quella estetica avrebbe avuto grande influenza per il teatro moderno, basti pensare all’uso della scenografia e delle musica, Vittoria sul Sole non venne praticamente mai più riproposto al pubblico – fatta eccezione per una “ricostruzione” messa in atto, in lingua inglese, per iniziativa del California Institute of the Arts nel 1981 – finchè nel 2013, per il centenario, è stato ripreso da una nuova produzione del Teatro Stas Namin di Mosca.

Lo spettacolo è privo di una vera e propria trama (tipica del teatro contro cui si muovevano i futuristi) ma ha delle situazioni, delle immagini, delle suggestioni. Il tema è quello della lotta contro il sole per la rivincita dell’oscurità e della mascolinità in un ribaltamento del mondo. Il sole era il simbolo dei valori della tradizione da abbattere, il nuovo erano le tenebre, che avrebbero prevalso. I costumi e le scenografie sono di Kazimir Malevič che in quegli anni si dedicava a scomporre e ricomporre

Malevic

Il Quadrato nero,l’opera di Kazimir Malevič

figure geometriche – come un enigmatico quadrato nero –proponendo una nuova forma d’arte che sarebbe stata chiamata “cubofuturismo” e “suprematismo”. A chi chiedeva a Malevič cosa rappresentassero le proprie opere, lui, con il gusto della provocazione, rispondeva: «Il contenuto dei dipinti è sconosciuto all’autore».

Delle musiche composte da Matjušin è rimasto poco, e sono state ricostruite dai pochi frammenti ritrovati. Si sa però che nel 1913 furono eseguite da musicisti dilettanti e che fu usato un piano completamente scordato. Non si trovò in tempo un accordatore, ma al compositore piacque quella stonatura, che suonava come l’ennesima provocazione verso la musica tradizionale in cui tutto doveva essere perfettamente intonato.

«La rivoluzione d’ottobre scoppiò come noto nel 1917, quindi questo fu a tutti gli effetti uno spettacolo pre-rivoluzionario. In quegli anni però nacque la rivoluzionaria esteticadi Majakóvskij e dello stesso Malevič –. spiega Franco Masotti, direttore artistico del festival –. Le immagini e i suoni della rivoluzione erano già presenti in quello spettacolo pressoché sconosciuto ma in odore di leggenda. Abbiamo deciso per questo motivo di ospitarlo facendo un tributo al Cubofuturismo russo, assieme a Uccidiamo il chiaro di Luna, spettacolo di teatro-danza dedicato al Futurismo italiano. Il Teatro Stas Namin di Mosca che ha realizzato questo riadattamento è stato fondato da Stas Namin, l’uomo che ha portato il rock in Unione Sovietica negli anni ’60, quando era un genere musicale proibito. Ha prodotto spettacoli sconvolgenti per l’epoca come una versione sovietica di Hair, il musical hippy psichedelico, e riuscì a far suonare Frank Zappa nella Russia comunista. Credo sia la personalità giusta per rileggere e riproporre questo spettacolo futurista: come ha scritto il critico Eugene Ostashevsky «Se i Sex Pistols fossero vissuti in Russia a inizio secolo, avrebbero fatto Vittoria sul Sole. La rilettura “rock” di Namin dà una nuova energia ad uno spettacolo rivoluzionario, immaginato oltre un secolo fa».

La ricostruzione dell’opera – realizzata nel 2013 – approda al Ravenna Festival in prima – e unica – rappresentazione nazionale (il 21 giugno al Teatro Alighieri) per la regia di Andrej Rossinskij, le scenografie e i video di Grigorij Brodskij sui disegni originali di Malevič, l’interpretazione musicale e gli arrangiamenti di Aleksandr Slizunov, le luci di Andrej Dudnik e le coreografie Ekaterina Gorjačeva. Per la parte musicale, ai pianoforti, Aleksandra Popova e Anastasja Makuškina.

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