Il dilemma repubblicano

Alessandro MontanariI repubblicani ravennati sono un piccolo miracolo della politica nostrana, praticamente un caso di studio nazionale. Un partito della vecchissima politica, risorgimentale addirittura, che sopravvive in questo strano lembo di terra tra valli e pinete superando il berlusconismo, il renzismo e la politica 2.0. Portando a casa alle elezioni dello scorso anno una percentuale che li rende di fatto l’alleato principale del Pd.  Nelle ultime settimane però il Pri si sta spaccando e mette in dubbio una linea ormai consolidata negli ultimi trent’anni: l’alleanza con i vecchi avversari (il Pd è pur sempre il figlio maggiore dell’ex Pci) che porta i repubblicani a contare ancora molto a Ravenna. Il quesito di fondo è proprio questo: questa alleanza sta facendo sopravvivere il Pri o lo sta condannando a spegnersi lentamente? Il dibattito va avanti da tempo e ciclicamente emerge una frangia di repubblicani contrari alla linea ufficiale. Frangia che di solito non viene ascoltata e finisce in minoranza.
A rendere interessante il prossimo congresso comunale (previsto nel weekend) è il fatto che questa volta contro la segreteria di Eugenio Fusignani si sono mossi dirigenti di primo piano dell’Edera. Paolo Gambi, Fabio Bocchini, Luisa Babini – solo per citarne alcuni – sono tutti ex segretari che in passato hanno sposato in pieno la linea dell’alleanza con il Pd ma che ora la mettono in discussione. Lamentano un accentramento eccessivo di potere da parte di Fusignani, nell’ultimo anno vicesindaco, segretario provinciale e comunale. Gambi parla di «città contendibile» al Pd. Dall’altra parte, in sintesi, si conferma la bontà della linea e si rivendica il lavoro fatto. Al di là dei tanti commenti che si possono fare su questa battaglia interna, ci sono alcune osservazioni da cui non si può sfuggire: qual è il destino  del partito che uscirà con una classe dirigente divisa da questo congresso (e che poi dovrà affrontare quello provinciale)? Ancora: che futuro ha un partito in cui la discussione è guidata da persone che hanno già avuto ruoli dirigenziali e cariche e che ora litigano sulla linea tenuta negli ultimi decenni? Davvero non c’era un giovane da candidare per dare un vero segno di discontinuità? Se il Pd ha trovato un sindaco trentunenne, il Pri di domani avrà un giovane in grado di contendergli la città? Giuseppe Mazzini fondò la Giovane Italia a 25 anni. Per fare sopravvivere il Pri alle sfide del nuovo millennio forse non servirà un nuovo Mazzini ma un altro De Pascale almeno bisognerebbe trovarlo.