La guerra ai migranti per mare e per terra

Non solo in mare ma anche in terra. La guerra ai migranti del ministro dell’Interno Matteo Salvini non si ferma ai porti chiusi (che poi in realtà sono chiusi solo alle Ong, visto che si susseguono gli sbarchi “spontanei”), ma si irradia anche nei territori costringendo alla chiusura anche le esperienze di accoglienza più virtuose.

Nel ravennate, per esempio, il Comune di Ravenna così come, addirittura prima, le Unioni dei Comuni del Lughese e del Faentino, aveva stretto accordi con le Prefettura per gestire i bandi per le strutture di accoglienza (i cosiddetti Cas) e i progetti di integrazione che vedevano coinvolti consigli di zona, associazioni di volontariato, interi quartieri. Bandi che prevedevano corsi di italiano e strutture piccole e disseminate per l’alloggio in modo da evitare ghettizzazioni e impatti conflittuali con i residenti.
A vincere quei bandi erano state cooperative che avevano dovuto dimostrare una forte progettualità, di impiegare personale qualificato, lavorare secondo standard definiti da tutti come “buone prassi”. E i Comuni avevano vigilato affinché tutto ciò accadesse.

Non solo, grazie proprio a quei bandi si erano evitate concentrazioni di richiedenti asilo in alberghi o grandi strutture che creano inevitabilmente tensione sociale con l’area circostante e non rappresentano nemmeno per gli ospiti la collocazione ideale per una reale integrazione. Da tempo, infatti, da questa parti non si vedevano raccolte firme o proteste dei cittadini.

Ecco, tutto questo è destinato a finire in brevissimo tempo. Le Prefettura ha infatti ricentralizzato i bandi, prevedendo anche strutture più capienti, ma soprattutto la riduzione delle risorse a disposizione.
Passare dai famosi 35 euro al giorno ai poco più di 20 ha fatto sì che poco si possa fare oltre a vitto e alloggio. E molte cooperative hanno rinunciato a partecipare. Quello che si perde è così non solo la qualità dell’accoglienza per i migranti, ma anche e soprattutto quella progettualità che era riuscita a trasformare un fenomeno in occasione per una crescita dell’intera comunità, per riportare la questione migranti a un mero “problema”, a emergenza.

Una scelta politica che rischia di avere ripercussioni sociali importanti, che sta peraltro lasciando senza lavoro persone che avevano sviluppato competenze in quel campo per ridurre appunto l’accoglienza a beni e servizi di prima necessità e che rischia di acuire divisioni e conflitti nelle città, anche se davvero non si può credere, come dicono in molti da centrosinistra, che Salvini sia talmente in malafede da farlo apposta per creare un problema, al fine di porsi come unico risolutore possibile.

Ma anche senza questo, viene da pensare a quella famosa differenza tra “politico” e “statista” secondo De Gasperi.

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