Le Unioni dei Comuni e la nostalgia per le Province

Il mese scorso è stato comunicato che l’Unione dei Comuni della Romagna Forlivese sarebbe stata candidata a capitale italiana della cultura per il 2021. Una notizia che, vista da Ravenna, potrebbe far salire una qualche nostalgia legata al 2015 (quando la città, insieme ad altre quattro in Italia, aveva avuto quel titolo) e poco più. In realtà il tema su cui si può riflettere, con un occhio anche alle prossime elezioni amministrative, è proprio quello del futuro delle Unioni dei Comuni.

A Forlì infatti la candidatura è stata accolta molto positivamente dal Partito democratico e più freddamente dal cen- trodestra. Il motivo? Negli ultimi anni l’Unione dei Comuni di Forlì vive una crisi politica, con i Dem che ne difendono la funzione e la città capoluogo (amministrata dalla Lega) che è intenzionata ad uscirne.

In provincia di Ravenna un caso simile potrebbe presentarsi alle prossime amministrative, nell’Unione dei Comuni della Romagna Faentina, ente che l’opposizione ha criticato molto spesso: è quindi lecito chiedersi se una vittoria del centrodestra a Faenza cambierebbe in qualche modo gli equilibri. Non è solo questione di appartenenza politica: anche l’Unione dei Comuni della Bassa Romagna ha accusato qualche scossone a fine 2019, quando Davide Ranalli (sindaco di Lugo in quota Pd) si è dimesso da presidente, stupendo i colleghi primi cittadini che hanno poi affidato la guida dell’ente a Eleonora Proni, sindaca di Bagnacavallo. E la polemica è proseguita in questi giorni, tra lo stesso Ranalli e Italia Viva.

La frammentazione del quadro politico in altre parole non rende semplice il funzionamento delle Unioni dei Comuni, soprattutto se cambia il colore dell’amministrazione della città principale che dovrebbe tirare le fila del territorio.

Il caso imolese è stato ad esempio abbastanza clamoroso: quando il Movimento 5 Stelle ha eletto il suo sindaco, si è entrati in un’impasse che ha coinvolto sia il comprensorio territoriale sia il Conami, il consorzio intercomunale che detiene le partecipate e nel quale siede anche il sindaco di Faenza. Stallo che si è risolto soltanto con le dimissioni della sindaca.

Viene insomma da chiedersi se queste Unioni abbiano senso o se vada in qualche modo rivisto il meccanismo: il Comune principale deve avere più peso degli altri? Oppure è giusto che i territori più piccoli facciano valere la maggioranza numerica? Soprattutto: se si tratta di un ente che ha funzioni amministrative e di risparmio, non sarebbe meglio mettere da parte le posizioni politiche? Facile a dirsi. Di certo viene nostalgia delle vecchie Province, che quan- to meno avevano consigli eletti direttamente. Con un retro-pensiero: se a livello di piccoli comuni la contrapposizione partitica ha queste conseguenze, cosa sarebbe successo se la Lega avesse conquistato la Regione?

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