Ci sono anche aziende agricole ravennati tra quelle che appaltavano lavori, come la vendemmia o l’ingabbiamento di animali per la vendita, a cooperative esterne che sembrano in regola ma in realtà erano il braccio operativo usato dal caporalato. La guardia di finanza di Cesena ha arrestato cinque uomini eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere: gli arrestati – tutti di nazionalità marocchina – rispondono del reato di associazione per delinquere finalizzata all’intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro e di impiego di lavoratori privi di permesso di soggiorno. Risultano indagati a piede libero altri quattro soggetti per favoreggiamento: durante le indagini hanno reso false dichiarazioni.
Secondo quanto emerso finora nel corso delle indagini partite a settembre del 2016, non risultano coinvolgimenti delle aziende che appaltavano i lavori all’esterno. Gli accertamenti delle Fiamme Gialle però proseguiranno anche su questo fronte, soprattutto per verificare la regolarità fiscale di queste operazioni.
I lavoratori venivano pagati 5 euro all’ora e non sempre la paga veniva corrisposta, come emerge da alcune intercettazioni in cui gli operai chiedevano le proprie retribuzioni. Per legge avrebbero dovuto percepire da 7 euro in su, oltre ai contributi che non venivano versati. Al vertice delle tre cooperative usate per fornire manodopera c’erano tre fratelli: due residenti a Cesena e uno in Veneto, gli altri due arrestati erano i capi squadra. La forza lavoro era costituita da uno zoccolo duro di 15-20 uomini, tutti marocchini, alloggiati in due appartamenti forniti dai caporali in condizioni igieniche drammatiche. Quando servivano più braccia partiva il reclutamento attraverso passa parola e una rete di contatti consolidata nel tempo. E, come prassi, i lavoratori si radunavano in punti di ritrovo prestabiliti per essere poi portati sul luogo di lavoro dai capi.



