«La giustizia non è per tutti: sono tanti i Stefano Cucchi che restano nell’ombra»

La sorella del trentenne morto dopo un arresto per droga combatte da nove anni: «Ho scoperto che a tutti può capitare di incontrare l’arroganza del potere». Ilaria sarà al Dock61 di Ravenna alla presentazione del libro dell’avvocato Fabio Anselmo sul caso Aldrovandi

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Ilaria Cucchi. Sullo sfondo l’avvocato Fabio Anselmo

Arrestato in strada perché trovato con 21 grammi di hashish e tre dosi di cocaina, morto una settimana dopo in ospedale. Per molto tempo agli occhi dell’opinione pubblica, ma anche di una fetta importante di istituzioni, Stefano Cucchi è stato solo uno che era andato a cercarsela. E forse per qualcuno è ancora così nove anni dopo la sua morte. La sorella Ilaria (attesa giovedì 14 giugno al Dock 61 di Ravenna alle 20.45, vedi info in fondo all’articolo) lo sa e dal 2009 insieme ai genitori combatte per avere giustizia perché non ha mai creduto alle versioni ufficiali.

Lo scorso novembre è cominciato un nuovo processo: cinque carabinieri alla sbarra. Come sta vivendo le udienze?
«La speranza è che la sentenza arrivi presto perché per alcuni reati c’è il rischio di prescrizione. Sta venendo fuori un quadro addirittura peggiore di come potevo immaginarmelo. Ci sono le testimonianze che riferiscono del pestaggio ed è emotivamente insopportabile ma quello che forse è peggio è rendersi conto che per tanti anni mentre una famiglia non aveva tempo nemmeno di elaborare il lutto perché non poteva fermarsi e si è fatta carico in un certo senso di sostituirsi allo Stato nella ricerca della verità, c’erano persone appartenenti allo Stato che cercavano di insabbiare la verità fino al punto di far andare a processo persone innocenti».

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Accetterà qualunque sentenza?
«Mi auguro vengano condannati ma per me è già una cosa enorme che non si stia facendo più un processo a mio fratello ma un processo su quello che ha subìto. Non posso dimenticare nel primo processo quando uno dei pm esordì nella requisitoria dicendo che “Stefano Cucchi era un cafone maleducato”. Ecco a mio fratello io dovevo questo: arrivare a parlare dei fatti».

Ha visto cambiare l’opinione pubblica in questi nove anni?
«Sì, molto. Ho girato tutta Italia per raccontare questa storia e all’inizio mi trovavo di fronte 3-4 persone. Per molti veniva spontaneo pensare che se era finita così forse in qualche modo era andato a cercarsela. Poi siamo diventati un simbolo per quei cittadini normali che troppo spesso si sentono disarmati di fronte all’arroganza del potere e vedono nella nostra battaglia un piccolo riscatto».

Sarà a Ravenna per la presentazione di un libro sul caso Aldrovandi che risale al 2005. Nei quattro anni prima della morte di suo fratello, come guardava ai casi come quello di Ferrara?
«Mi vergogno a dirlo ma la pensavo come quelli che di mio fratello dicevano che forse era andato a cercarsela. Con il tempo ho capito che può essere una reazione comprensibile: se si pensa il contrario, se si pensa che possono esserci i morti di Stato, allora si può avere anche paura. Poi la vita mi ha cambiata e ho capito che può succedere a tutti. Per questo ognuno di noi nel suo piccolo è tenuto a farsi carico di parlare di queste storie per non farle dimenticare».

Quanti Stefano ci sono in Italia?
«Ce ne sono tanti, molti di cui mai sentiremo parlare perché erano nessuno o magari dei “drogati di merda” come dicevano di mio fratello. Chi non ha qualcuno alle spalle che può farsi carico di una battaglia resta nel buio».

Per la sua esperienza la giustizia è accessibile a tutti?
«Battersi per avere giustizia non è facile. La giustizia non è per tutti ma è per chi se la può permettere, per chi trova un avvocato coraggioso e per chi come noi aveva una casa da ipotecare per sostenere le spese. Anche per questo è nata l’associazione che porta il nome di mio fratello».

L’avvocato Fabio Anselmo ha seguito il vostro caso e quello di Aldrovandi. Quanto è stato importante il suo ruolo?
«Fondalmentale. Senza di lui non saremmo qui. È un vero eroe dei diritti civili perché non basta essere un avvocato bravo ma ci vuole il coraggio di battersi contro tutti e tutto».

E l’informazione come si è comportata?
«È quella che ha permesso che la nostra storia non venisse dimenticata e archiviata. Certo non tutta è stata sempre corretta: Il Messaggero ad esempio nei primi tempi cominciava ogni pezzo sulla vicenda definendo Stefano “il piccolo spacciatore di Tor Pignattara”».

Qual è stato uno dei momenti decisivi?
«La pubblicazione delle foto del corpo di Stefano. Chi ha avuto il coraggio di guardarle ha capito di cosa stavamo parlando: non erano più solo parole ma c’era un volto»

E il momento più difficile?
«Sicuramente la sentenza di primo grado perché lì in fondo ci credevo ancora: vedevo che si faceva il processo a Stefano e l’avvocato mi spiegava che le cose andavano male, ma io non riuscivo a crederci perché mi ero fidata e affidata alle istituzioni. La sentenza di appello invece è stata all’apparenza una sconfitta e invece per me è stata una vittoria perché la giustizia ammetteva il suo fallimento nel momento in cui riconosceva che Cucchi non è caduto ma è stato pestato però non era in grado di trovare i colpevoli. Lì c’è stata la svolta fino all’apertura dell’inchiesta bis con il procuratore Pignatone».

 

Il 14 giugno al Dock61 l’avvocato Anselmo con il suo libro sul caso Aldrovandi
Giovedì 14 giugno alle 20.45 al circolo Arci Dock61 in via Magazzini Posteriori 61 a Ravenna, l’associazione Gruppo dello Zuccherificio presenta il libro “Federico”: nel volume l’avvocato Fabio Anselmo (Ed. Fandango) racconta la vicenda di Federico Aldrovandi, giovane studente ferrarese morto a 18 anni di asfissia posturale in seguito ai colpi ricevuti durante un fermo di polizia. Anselmo sarà presente all’incontro con Ilaria Cucchi, presidente dell’associazione Stefano Cucchi Onlus. Modera Duccio Facchini (giornalista di Altreconomia e autore del libro “Mi cercarono l’anima. Storia di Stefano Cucchi” Ed. Altreconomia). L’incontro è realizzato grazie alla collaborazione con Cgil Ravenna, Libera Ravenna, circolo Arci Dock61 e Amnesty International – gruppo 87 Ravenna.

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