L’esperto: «Social e smartphone, siamo a un punto di non ritorno»

Parla il sociologo Giovanni Boccia Artieri, tra gli studiosi che hanno dato vita al “Manifesto per una comunicazione non ostile”: «Dobbiamo augurarci più consapevolezza»

Boccia ArtieriL’educazione alla rete è il primo passo. Capire, cioè, che i comportamenti sul web si possono ripercuotere nella vita di tutti i giorni. Il secondo è la comprensione dello strumento: i social non sono fatti solo per comunicare ma soprattutto per costruire comunità.

Sono i due “fondamentali” che emergono dall’analisi di Giovanni Boccia Artieri – bolognese di nascita e ravennate d’adozione, professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Urbino – uno dei maggiori esperti in Italia e tra gli studiosi che hanno lanciato il “Manifesto per la comunicazione non ostile”, una carta che elenca dieci princìpi utili a migliorare il comportamento di chi sta in rete.

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Professore, come si deve comportare un Comune o un ente pubblico che riceve insulti sui social network?
«Di solito il fenomeno non si concentra sulle pagine istituzionali ma su quelle personali. L’attacco arriva laddove c’è un riconoscimento del singolo politico».

In questo caso cosa dovrebbe fare un sindaco o un amministratore? Meglio il dialogo o le vie legali?
«Si può dialogare soltanto se dall’altra parte c’è la stessa volontà. Altrimenti l’amministratore sulla sua pagina personale ha tutto il diritto di chiudere o cancellare i commenti e nei casi più gravi denunciare. Non bisogna subire passivamente».

Ci sono modi di prevenire questi comportamenti?
«Una policy di regole per i commentatori aiuta. Chi pubblica sui social network deve capire che è responsabile di quanto scrive: noi siamo gli stessi sia fuori sia dentro la rete e così come una persona non va in giro ad insultare la gente, allo stesso modo si deve comportare on line».

Sembrerebbe un concetto intuitivo, come mai non viene recepito?
«Perché molte persone trattano i social network non come uno strumento bidirezionale ma come se guardassero un talk show televisivo insultando i personaggi in tv, senza rendersi conto che in quel caso le parole restano confinate nel salotto mentre sul web potenzialmente vengono lette da tutti e restano lì».

A monte c’è un problema educativo?
«Certo. Tra le attività che svolgo infatti c’è un progetto nelle scuole medie ravennati che tocca proprio questi temi. Finora i laboratori più diffusi sono quelli che servono a preservare i minori da reati informatici di malintenzionati mentre la mia attività serve soprattutto far capire loro quale linguaggio utilizzare nelle piattaforme e in che modo salvaguardare i propri diritti».

L’impressione è che i giovani siano più “educati” degli adulti all’uso dei social. È vera?
«È una generalizzazione e in quanto tale lascia il tempo che trova. Tuttavia è vero che i giovani hanno mediamente capito prima che esiste una reputazione on line non distinta da quella della vita di tutti i giorni. Non è un caso che il social da loro più utilizzato – Instagram – sia spesso impostato come profilo privato (cioè non visibile da tutti, ndr). Poi, magari, hanno una rete molto allargata ma l’impostazione di base è quella di una maggiore riservatezza».

E gli adulti?
«Hanno avuto meno tempo di socializzarsi e hanno importato nella rete i vecchi schemi. C’è inoltre una questione di tematiche: ad esempio nella politica si creano meccanismi tipici della tifoseria. Qualcuno poi quando scrive un post nella propria pagina Facebook, lo fa come se parlasse ad un pubblico televisivo».

In che modo lo Stato, a partire dagli enti locali, può migliorare la situazione?
«Incoraggiando i cittadini ad utilizzare i social per ciò per cui sono nati: come strumento di partecipazione e di costruzione di una comunità. Fanno rumore solo gli esempi negativi ma ci sono innumerevoli casi di buone pratiche. Restando nella nostra regione: la polizia locale di Riccione ad esempio ha un corpo di agenti operativi formati per utilizzare i social network come strumento di infor- mazione. A Bologna via Fondazza è diventata la prima social street. Nelle Marche dopo il terremoto i vari gruppi cittadini su Facebook sono diventati importanti punti di riferimento».

Qual è il mezzo più adatto a questi scopi?
«I più diffusi e utilizzati sono due strumenti: il primo è un social network ed è Facebook, ancora dominante e conosciuto da tutti. L’altro non è un social ma un’applicazione di messaggistica istan- tanea: Whatsapp. Qui si entra in gruppi più ristretti rispetto a Facebook e soltanto su invito».

Su Whatsapp sono nate anche le “chat di vicinato” che hanno come scopo primario la sicurezza del proprio quartiere. Che pensa a riguardo?
«Da studiare sono molto interessanti. Il loro problema è il rischio di disintermediare rispetto al tema di cui si occupano. I cittadini rischiano di pensare di poter fare da soli anziché appoggiarsi alle istituzioni, entrando con loro in una logica di autogestione più che di collaborazione. Vale per le chat di vicinato ma può essere un ragionamento applicabile anche a quelle scolastiche. Fanno quindi bene le istituzioni a preservare il valore pubblico di tali iniziative confrontandosi con i cittadini che le lanciano e responsabilizzandoli».

Lei forma giovani che lavorano nel settore dei social media. Nel privato queste figure sembrano aver trovato una collocazione, nel pubblico c’è richiesta?
«Comincia ad essercene anche se rispetto al privato si è un po’ più indietro. A volte i profili social dell’amministrazione vengono affidati a chi si pensa abbia il lavoro più affine, come l’addetto stampa, anche se si tratta di mestieri diversi. Anche qui alcuni enti sono particolarmente sensibili: il Comune di Santarcangelo ad esempio è molto attento a queste figure».

Qual è l’aspetto più delicato dell’uso pubblico dei social?
«C’è un tema che prima o poi dovremo porci: tendiamo a dimenticare che le piattaforme sono società private. Quando si apre la pagina di un ente bisognerebbe invece tenere presente che si va a fare un’attività istituzionale sullo strumento di un soggetto che domattina può fare quello che vuole, non ha nessuna responsabilità pubblica e che non sempre è tenuto a rispettare le stesse regole di altri media. Si pensi ad esempio alla par condicio, Fb non ha obblighi in questo senso».

Ci sono rimedi?
«Si discute dell’ipotesi di una frammentazione della rete. Le piattaforme digitali dovrebbero avere sedi in diverse zone del mondo sui quali gli Stati possano far valere le proprie leggi. Si può ad esempio prevedere che l’uso dei dati – o altre tematiche sensibili – venga regolamentato secondo le norme dei singoli Paesi. Gli strumenti tecnici ci sono, serve la volontà politica».

Un’ultima domanda: si tornerà indietro rispetto all’uso che si fa oggi dei social media?
«Ormai siamo ad un punto di non ritorno: i social media e gli smartphone fanno parte della nostra vita quotidiana. Non so però come potranno essere in futuro: forse si trasformeranno, magari ci assuefaremo e ne faremo un uso meno smodato. L’augurio da farci è però soprattutto quello di un uso più consapevole».

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