«Dall’Etiopia al Perù: promuoviamo i diritti dei lavoratori dove sono più a rischio»

Il ravennate Andrea Cortesi è direttore generale di Iscos Emilia-Romagna: «La cooperazione internazionale non ha lo scopo di ridurre le migrazioni»

Andrea Cortesi

Andrea Cortesi con un alpaca: Iscos porta avanti da anni un progetto per aiutare gli allevatori del Perù

«Oggi il pensiero politico più diffuso sta privando di dignità l’attività di cooperazione internazionale, accostandola solo al tema della mitigazione degli effetti delle migrazioni. Mentre piuttosto è vero il contrario, ossia che a fronte di sviluppo economico, educativo, di prospettiva, la gente è possibile che scelga di trovare fortuna altrove, per sé e per il futuro dei propri figli. La cooperazione internazionale dovrebbe invece essere solo uno strumento per capire cosa succede nel mondo, per promuovere la tutela dei diritti umani, salute, educazione, lavoro, uno strumento di solidarietà e apertura al mondo».

A parlare è il ravennate Andrea Cortesi, 43 anni, direttore di Iscos Emilia-Romagna, onlus nata ormai quasi trent’anni fa su iniziativa del sacerdote Enrico Giusti, sindacalista della Cisl. «Essendo promossa da un sindacato – spiega Cortesi – al centro della nostra attività c’è il tema del lavoro dignitoso, cercando di promuovere nel mondo i diritti del lavoro, che rientrano nel grande ambito della tutela dei diritti umani». Un compito particolarmente complicato, se si pensa a Paesi dove i sindacati sono quasi inesistenti e sull’onda di una delocalizzazione sempre più spinta e in territori inesplorati. «In Etiopia per esempio – continua Cortesi – si concentrano tanti investimenti europei, cinesi, indiani, con mega parchi industriali che diventano zone franche, con 2-3 mila addetti per ogni impianto. In Mozambico, altro Paese dove siamo presenti, gli interessi sono in ambito estrattivo e qui si produce il carbone per le acciaierie della Cina. E oggi siamo al lavoro nelle serre di fiori dell’Etiopia, che dopo il Kenya è diventato il principale produttore di rose recise, anche se si fa fatica a credere che i fiori che prima erano coltivati a Sanremo oggi nascono in Africa, per poi prendere un aereo per l’Olanda, Amsterdam, e poi essere venduti in tutta l’Europa, sempre all’insegna del minor costo di produzione possibile».
«È evidente che il nostro lavoro è difficilissimo in questi contesti – continua Cortesi –, stiamo parlando di Paesi dove c’è la volontà politica di portare sul territorio questo tipo di investimenti e i sindacati quando va bene hanno 50mila iscritti, rispetto per dire ai 330mila della sola Cisl nella sola Emilia-Romagna. Senza contare che i sindacalisti sono quasi sempre insegnanti o comunque dipendenti pubblici, non certo pronti ad affrontare multinazionali che puntano sulla voglia di lavorare, anche a bassissimo costo, della gente del posto. Fortunatamente quando arriviamo noi europei a sostenere i sindacati locali, le multinazionali almeno ci ascoltano. E in questi anni possiamo dire di aver ottenuto qualche risultato, dai corsi per la salute e la sicurezza dei lavoratori a un minimo di contrattazione aziendale».

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Tra i progetti che sta seguendo Iscos anche quello, particolare, degli allevatori di alpaca del Perù, dove tutto, per Cortesi, ebbe inizio. «Stavo frequentando l’università (Filosofia, ndr) a Bologna quando durante il servizio civile sono entrato in contatto con Iscos, accettando poi nel 2002 di andare in missione in Perù, in un piccolo paese sulle Ande, per un progetto finanziato dall’Unione Europea sulla sicurezza alimentare. Sono partito un po’ alla cieca, senza neppure conoscere lo spagnolo, ma ci sono rimasto tre anni…». E negli ultimi mesi, ormai quasi 15 anni fa, è partito un progetto con gli allevatori di alpaca che prosegue tuttora. «Si tratta di un animale anche da tosa, per un mercato di nicchia, con un prodotto che rientra tra le fibre di lusso. Il 90 percento viene esportato e a livello industriale in Perù tutto è in mano a due grandi gruppi, che sfruttano i produttori. Noi, con il più classico intervento di cooperazione internazionale, siamo intervenuti cercando di rompere questo schema, mettendo in contatto direttamente i produttori con i distretti tessili di Biella e Prato».

Rientrato in Italia, Cortesi è stato pian piano stabilizzato da Iscos, di cui è diventato nel 2010 direttore. «C’è stato un periodo a livello nazionale, con i governi della precedente legislatura, che si sono progressivamente stanziate sempre più risorse e il nostro lavoro ne ha tratto beneficio. A livello locale poi l’Emilia-Romagna ha continuato a mantenere alta l’attenzione verso la cooperazione internazionale, a differenza di tutte le altre regioni italiane, mentre i Comuni, già da prima della crisi economica, hanno di fatto dismesso i loro investimenti in questo ambito. Tra le persone, invece, tutto, come dicevo, si è appiattito verso il tema migratorio. Si fa sempre più fatica a parlare con la gente di temi quali lavoro, guerra, investimenti produttivi: tutto alla fine si riduce in un “non li possiamo prendere tutti qui”, come se davvero in Italia ci fosse un’emergenza migratoria, in realtà ampiamente sovrastimata».

Tra i progetti seguiti da Cortesi con Iscos anche quello post-guerra in Bosnia, «dove stiamo lavorando in un contesto pacificato, ma dove i partiti nazionalisti sono ancora tutti al governo, con i soliti discorsi nazionalisti, promuovendo la divisione linguistica, accentuando le differenze religiose e la conflittualità alla ricerca di un’identità da difendere. Ecco perché stiamo lavorando con associazioni della società civile che invece lavorano per il riconoscimento dei diritti umani, affinché la politica si dedichi invece a temi sociali, legati alla disabilità, al sostegno delle vittime di guerra a prescindere dalla loro identità nazionale». Su questo tema Iscos sta organizzando a Reggio Emilia (città dove vive oggi Cortesi) una mostra, Breaking Free, sui figli nati dagli stupri di guerra nell’ambito del conflitto serbo-bosniaco. «Cercheremo di portarla in giro per il resto d’Italia e mi farebbe piacere si potesse organizzarla anche a Ravenna…».

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