L’architetto: «La quarantena ci ha fatto riscoprire il valore dello spazio»

La riflessione di Giovanni Mecozzi: «Dalla casa fino al paesaggio, ripartiamo cercando di prenderci cura del nostro “intorno”»

Abbiamo chiesto una riflessione sul tema dell’abitare in piena emergenza coronavirus a Giovanni Mecozzi, giovane architetto ravennate, che parte nella sua analisi dalla propria esperienza “casalinga”.

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Giovanni Mecozzi

Ho sempre vissuto troppo poco la mia casa. L’ho pensata, ne ho progettato gli interni, continuo ancora oggi a cambiare e spostare gli arredi alla ricerca della configurazione migliore ma, in fondo, mi sono reso conto solo durante questa quarantena di non averla mai vissuta appieno.

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Sono una persona che ama l’aria aperta e, come per molti, anche per me la casa è sempre stata relegata al ruolo di rifugio serale, tra impegni di lavoro e gite del fine settimana. È solo grazie a questa reclusione forzata che l’ho potuta conoscere meglio e in una veste completamente nuova. Sono stato costretto a ripensarla ancora una volta per dare il giusto spazio alla mia nuova postazione di smart working, una sorta di ospite indesiderato che ha preteso però il suo posto privilegiato all’interno delle dinamiche domestiche consolidate. Non avevo però fatto i conti con un fattore fondamentale, la luce. Perché in fondo io, che vivo qui da ormai 8 anni, non conoscevo la vera illuminazione di questi ambienti. Davvero, senza voler esagerare, non conoscevo come girano le ombre durante le 24 ore e nemmeno che a metà pomeriggio il mio gatto, il vero e unico conoscitore di questi spazi, si va sempre a rifugiare dietro lo stesso vaso alla ricerca di chissà cosa.

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Foto dal sito di Giovanni Mecozzi

Quanti di noi hanno avuto esperienze nuove grazie alla quarantena? Quanti di noi hanno scoperto, come me, di non conoscere davvero così a fondo il luogo che dovrebbe essere il più intimo per antonomasia? Ognuno con i propri limiti e le proprie potenzialità, le proprie situazioni personali e la propria quotidianità, ma tutti siamo stati costretti a interrogarci sugli spazi che ci circondano e, forse per la prima volta, lo abbiamo dovuto fare facendo finalmente focus su ciò che a noi architetti sta così a cuore: lo spazio. Questa entità tanto concreta quanto astratta per il suo essere formata, se ci pensiamo, dal vuoto. Luce e spazio.

CASADELLETTORE11Sono stato molto contento nel leggere, la scorsa settimana, un interessante articolo su un quotidiano importante come Il Sole 24 Ore, scritto da Paola Dezza, che poneva diversi quesiti. Finalmente si è tornato a parlare (in un articolo al di fuori delle riviste di settore) di progettazione dello spazio architettonico come metro di giudizio per dare valore a un edificio. Valore che, credo fortemente, non è dato solo dalle parametrizzazioni dei suoi dati tecnici ed energetici (che, sia chiaro, devono sempre essere di primaria importanza), ma anche e soprattutto dalle sue qualità spaziali.

Mi chiedo perciò quali saranno i criteri per valutare economicamente le nostre abitazioni nei mesi-anni che verranno. Ciò che abbiamo vissuto e riflettuto in questa quarantena, ciò che abbiamo capito mancarci o ciò che abbiamo apprezzato nella nostra abitazione di oggi, influenzerà la nostra scelta se nei prossimi mesi dovremo affrontare una compravendita immobiliare? Veniamo da almeno due decenni nei quali il fondamentale aspetto della sostenibilità energetica degli edifici ha piano piano preso il sopravvento sulla qualità spaziale degli ambienti, facendoci dimenticare che questi due aspetti devono invece coesistere in un legame indissolubile.

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L’architetto Giovanni Mecozzi al lavoro in cantiere

Riflettendo, ciò ha molto di simile con il tema del ripopolamento dei piccoli borghi come strategia mirata di politica nazionale, di cui l’architetto Stefano Boeri in questi giorni si sta facendo portavoce. Molte associazioni, gruppi e singoli cittadini in realtà già da anni sostengono che questo tipo di politica sia l’unica via davvero sostenibile per lo sviluppo futuro del Belpaese, ma Boeri sicuramente ha avuto la capacità e il merito di portare questo dibattito a livello nazionale.

Vedo in queste riflessioni un aspetto comune: il rapporto diretto tra noi e lo spazio, che sia quello intimo della nostra casa o quello pubblico del paesaggio italiano. Forse è questo che davvero mi ha insegnato (confermato?) la quarantena, e spero possa averlo insegnato a tanti altri: pensare e prendermi cura del mio intorno, della mia casa, sia essa il mio rifugio intimo serale o la nostra comune Casa Italia. Se potessi decidere, ripartirei da qui.

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