«Impatto devastante della pandemia sulla musica»: il grido di dolore dei live club

Dal Rock Planet: «Davamo da lavorare a 300 persone all’anno, ci hanno azzerato». Dal Bronson: «Hanno colpito cultura, sport e intrattenimento: ora servono ammortizzatori»

Marlene Bronson

Il Bronson sold out per un concerto dei Marlene Kuntz

Il grido d’allarme lanciato dai live club è diventato in queste settimane un hashtag e una campagna a tappeto per ricordare a tutti di supportare un settore fermo da ormai un anno. “#ultimoconcerto” è l’iniziativa lanciata e promossa anche con un sito internet che mette in risalto una mappa di punti interrogativi che costellano l’intero Stivale. Sono gli oltre 120 live club aderenti che si domandano “Ci sarà un ultimo concerto? O c’è già stato?”. La campagna sottolinea l’importanza delle attività legate alla musica dal vivo.

Ogni anno sono coinvolte oltre 7 milioni di persone a livello nazionale contando soltanto le presenze che partecipano agli eventi in club e festival e fornisce lavoro a circa 30mila professionisti.

Per supportare la causa, oggi (sabato 27 febbraio) alle 21 oltre 50 artisti suoneranno dal vivo (e in diretta streaming) in tutta Italia con lo scopo di attirare l’attenzione sullo stato di salute del settore. Ad aderire alla campagna in provincia di Ravenna è il Rock Planet di Pinarella di Cervia, che ha preferito però non ospitare alcun concerto il 27 febbraio. «Anche perché lo streaming non c’entra niente con la musica live, preferisco non partecipare, pur aderendo all’iniziativa», ci dice al telefono il titolare della società, Marco Trioschi.

«Nell’ultimo anno tutto è stato praticamente azzerato – continua Trioschi, rispondendo alle nostre domande – i ristori non rappresentano nulla a fronte del giro d’affari di un’azienda come la nostra, che in un anno normale con due locali (oltre al Rock Planet gestisce anche il vicino King, ndr) dà da lavorare a 300 persone e organizza oltre 50 concerti». Spiragli per la ripartenza? «Stiamo lavorando per cercare di fare un’estate dignitosa, qualcosa per agosto si sta già muovendo tra i promoter, ma i grandi eventi ripartiranno con tutta probabilità solo da settembre…».

L’altro live club in provincia (che non aderisce però all’iniziativa) è il Bronson di Madonna dell’Albero. Abbiamo parlato della situazione attuale con il direttore Christopher Angiolini. «L’impatto della pandemia sulla musica dal vivo è stato devastante – attacca -. Dopo un anno si può tranquillamente dire che molti protagonisti della filiera si sono trovati di fronte a un ostacolo insormontabile e si sono visti costretti a reinventarsi, trovando anche altri lavori; difficile valutare se si tratterà di una parentesi o di una scelta definitiva, considerando che il settore non godeva di ottima salute nemmeno prima. Per quanto riguarda il Bronson, siamo chiusi da un anno, per cui non si può nemmeno parlare di calo di fatturato, stiamo parlando di un anno di inattività di un ramo d’azienda, per il quale nonostante i numerosi proclami mediatici non è arrivato alcun ristoro dopo quello di aprile, in un sistema come al solito labirintico e kafkiano come quello italiano».

Secondo Angiolini, la scelta di fermare il comparto, pandemia a parte, è stata presa scientemente. «Credo – continua – che ad un certo punto con il secondo lockdown di ottobre si sia deciso di individuare categorie e attività “sacrificabili”. Non è un caso che ci siano cadute in pieno cultura, sport e intrattenimento. Anche l’idea del coprifuoco la ritengo socialmente molto pericolosa». E la ripartenza? «I protocolli per ripartire esistono già, però serviranno anche ristori e ammortizzatori adeguati per questi settori fortemente penalizzati che altrimenti non avranno le forze per rimettersi in moto. Per quanto riguarda i concerti tutti si augurano un ritorno alla normalità, ma ad oggi è davvero impossibile definire un orizzonte temporale»

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