mercoledì
15 Aprile 2026
L'intervista

«I meme sono uno strumento per fotografare il mondo: anche i politici, se vogliono essere ricordati, dovranno diventarlo»

Giulio Armeni (@filosofia_coatta) racconta l'attualità sui social tra vignette e nuovi linguaggi, e la porta fuori dallo schermo con i suoi spettacoli. Sabato 18 sarà a Lugo per Fratture Festival

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A sedici anni apre una pagina Facebook dove crea e condivide meme sulla filosofia, ispirato dalle lezioni del liceo. Oggi, a 32 anni, il suo profilo Instagram @filosofia_coatta conta 207mila follower. Conduce due podcast, ha pubblicato quattro libri e tiene corsi di scrittura alla Scuola Holden di Torino. Il romano Giulio Armeni si considera un “evasore fiscale della filosofia” per la mancata specializzazione magistrale, ma le lezioni gli davano troppe idee per riuscire a concentrarsi: «Scrivevo le mie idee in parentesi quadre sparse tra gli appunti, ma dopo qualche pagina, il quaderno si riempiva solo di parentesi e non c’era più spazio per le parole del prof». La filosofia continua però a far parte della sua vita, tra nuovi linguaggi e un’analisi concreta e spietata dell’attualità portata avanti vignetta dopo vignetta. Sabato 14 aprile (ore 22) sarà al chiostro del Carmine di Lugo, in occasione di Fratture festival con il suo “Fuori dall’algoritmo”, tra stand up comedy e digitale. 

Qualche giorno fa su Instagram ha lanciato l’appello per la ricerca di “materiale per meme” su Lugo: i risultati sono stati soddisfacenti?
«La maggior parte delle segnalazioni pervenute sono su Francesco Baracca, quindi mi sono lanciato in uno studio lampo sul personaggio, che mi sembra essere abbastanza controverso. In generale, porterò a Lugo uno spettacolo multimediale, che è un nome altisonante per dire che sarò sul palco come uno stand up comedian, ma accompagnato da un proiettore per aggiungere una parte visiva allo spettacolo». 

Per un personaggio nato dietro a uno schermo, com’è il confronto con il pubblico dal vivo?
«Dal vivo hai tu la gestione del tempo, non puoi essere “scrollato via”. A parte questo, la presenza fisica instaura un legame di maggiore fiducia e attenzione, ma la dinamica dello spettacolo è analoga a quella dei social: in entrambi i casi si guarda uno schermo e si ride, ma nello spettacolo si fa in tanti. È un po’ come se ci trovassimo tutti insieme sulla tazza»

Quando ha aperto la pagina @filosofia_coatta si sarebbe aspettato un successo simile?
«Di solito si risponde che il successo è inaspettato, ma non posso dire che sia andata davvero così. Ho cominciato al liceo, facendo parodie dei filosofi su Facebook e con il tempo è diventato un lavoro costante di commento all’attualità. Mi divertivo molto nel farlo, e vedevo che le persone attorno a me si divertivano allo stesso modo. Allora ho capito che poteva funzionare anche con un pubblico più ampio».

Come sono cambiati i meme dagli arbori di Facebook a oggi?
«I meme sopravvivono tra le nuove generazioni perché c’è molta più differenziazione, le vignette diventano reel e assumono linguaggi sempre più sfumati. Alla base di tutto però resta l’operazione del “montaggio”: prima si trattava di assemblare foto e frasi, oggi si declina in forme differenti, ma il montaggio resta alla base del meme e, più in generale, della creatività umana. La creatività funziona per associazione di elementi e il meme te la schiaffa in faccia nel modo più immediato possibile. Oggi questo tipo di comunicazione è importante e, in futuro, i personaggi politici che vogliono bucare lo schermo dovranno diventare dei meme. È come un virus che sta infettando tutti».

Non perderebbero credibilità?
«Il gioco vale la candela. Altrimenti, si rischia di essere consumati, dimenticati e gettati via. I politici di oggi fanno presto a diventare obsoleti: se non ti rinnovi, scompari. Loro lo sanno e, a livello più o meno consapevole, sono i primi a voler diventare “meme”. La sindaca Salis è un ottimo esempio, in questo momento è sulla cresta dell’onda proprio per la sua capacità di essere meme, e non è l’unica».

Scrive anche che “chi controlla i meme controlla il mondo”. Non è pericoloso ridurre tutto a una vignetta?
«Sì, lo è. È un’arma a doppio taglio. La sintesi deve essere solo la punta dell’iceberg, sotto deve esserci nascosta tanta sostanza. Quando uno scambia la sintesi per superficialità e si ferma a leggerla come tale, c’è un problema. Familiarizzare davvero con i meme significa anche prendersi il tempo per approfondire e ragionare».

Alla Scuola Holden insegna anche come scrivere un meme. Ma al di fuori dell’umorismo sui social, a cosa serve?
«Credo sia uno strumento importante per affinare la sensibilità di uno scrittore: sono immaginario collettivo condensato e ogni autore deve fare i conti con l’immaginario di una determinata epoca o società. Inoltre esercitano la sintesi: una sintesi densa, mai superficiale, che fotografa la realtà senza tanti giri di parole».

Nei suoi corsi parla anche di scrittura aumentata (l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nei processi di scrittura). Una minaccia per gli artisti o una risorsa?
«Io sono un romantico. Anche se niente monta le informazioni meglio e in maniera più precisa di un’Ai, credo che nell’intuizione umana ci sia qualcosa di non riconducibile a un determinismo o a una formula. Quando si usa l’Ai ad essere decisiva è la scintilla che c’è dietro: si muove all’interno di spunti forniti da te, se il presupposto non è buono, non lo sarà nemmeno il risultato. Per me essere creativi significa giocare con gli schemi, non seguirli rigidamente e nemmeno romperli, perché nessuno ci riesce davvero. Per le professioni creative quindi non credo sia una minaccia, ma per i lavori più “compilativi” potrebbe diventare una grande ingiustizia». 

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